UN FILM DA VEDERE ASSOLUTAMENTE





Questo film è una Buona Notizia!!! Per tutti. Perché tutti abbiamo un utero sconosciuto che il demonio ci ha disegnato come un mostro. Tutti abbiamo un frammento della nostra storia che è come un'origine sconosciuta da cui sgorga, simile a un fiume in piena, il dolore che ci tiene per il collo le giornate, le relazioni, i pensieri, le parole e i gesti. Per questo tutti, come i salmoni, dobbiamo compiere un cammino a ritroso, un catecumenato della memoria perché questa si trasformi in un memoriale: accompagnati dalla Chiesa, illuminati dalla Parola di Dio e dai sacramenti, dobbiamo conoscerci scoprendo in tutto l'amore di Dio che ha colmato la nostra storia. Sino al principio, dove il demonio ha deposto il germe velenoso della menzogna. E' lei che partorisce in noi l'orgoglio. Sino a che la Verità - Cristo - non la spazzerà via, continueremo ad essere tristi. Guardate questo film, e immaginate il vostro pellegrinaggio sino al cuore della Verità, alla carezza amorevole di Dio, che ci ha sfiorato attraverso la debole carne degli uomini che forse abbiamo giudicato, di quelli che abbiamo ritenuto responsabili della nostra infelicità. Dio esiste, ci ama, e ha inviato il suo Figlio proprio nella nostra vita, proprio in quell'angolo oscuro che il demonio ci ha fatto credere essere la nostra origine, la fonte avvelenata della nostra vita.



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Sabato della XXXIII settimana del Tempo Ordinario




Il fuoco che non si consuma


La risurrezione è certa perché esiste un “altro mondo” che si rivela in coloro che “ne sono giudicati degni”: la vita soprannaturale che in loro si manifesta ne è la garanzia. Un uomo il cui corpo non è più schiavo della concupiscenza, ad esempio, è come una primizia della resurrezione: quel corpo ha già conosciuto qui sulla terra una forza capace di strapparlo alla corruzione, che è sempre figlia dell’inganno demoniaco che mette in discussione l’esistenza amorevole di Dio. Per questo, Gesù risponde alla questione posta dai sadducei, immagine di tutti quelli che negano la risurrezione, “parlando bene” del “Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”; essi sono “vivi” nella storia di salvezza e amore che Dio ha inaugurato con loro e nella quale si è affacciato divenendo l”Emmanuele”, il Dio vivo con loro, sino a farsi carne in suo Figlio. Così Gesù, per annunciare la resurrezione, insegna storia, perché è in essa che Dio si rivela e depone i semi della risurrezione. Al solo nominare i Patriarchi accanto a Dio, Egli ricorda i memoriali legati a ciascuno di loro, le tappe che un ebreo conosceva bene essendo parte della propria storia. Sino a ricondurre i sadducei all’alba della Pasqua, profezia di quella che Lui avrebbe vissuto nella sua morte e risurrezione. Chi poteva avere tanto potere da liberare gli Ebrei, quel manipolo di poveri uomini dal giogo di ferro del Faraone, più potente dei re della terra? La risposta è identica: Io sono colui che sono ha il potere di liberare gli schiavi del Faraone e quelli sottoposti agli angusti confini della carne. Così risale all'alba della Pasqua, al mistero del roveto ardente, immagine della sua vita che non ha subito la corruzione nelle fiamme degli inferi. E qui vi trova la risposta per i sadducei, perché “non osino più” interrogare surrettiziamente per mettere in dubbio il destino di resurrezione che attende ogni uomo. La resurrezione non è un’ipotesi o un mito, ma è Dio che si rivela a Mosè, ardendo in un amore che non si consuma e brucia la morte e il peccato. Quel roveto è la vita divina che brucia senza consumare la carne di Cristo; e’ la Vergine Maria, la Chiesa, nella quale il Cielo prende dimora sulla terra; è il mistero della vita divina che scorre nella carne debole e fragile dei cristiani, la tua e la mia, e ci fa vivere da risorti in un mondo di morti, come un vessillo e un annuncio. E’ il fuoco che il mondo aspetta, l’unico che avrà ragione dell’inganno che ovunque sputa corpi e menti deturpati dal peccato. Il fuoco della vita eterna che riduce in cenere le menzogne del demonio, e illumina le tenebre del pensiero unico che mette fuori gioco Dio, e contesta le certezze agnostiche di Veronesi e di tutti gli intellettuali illuminati con l’amore che arde nelle malattie facendone un altare dove offrirsi crocifissi con Cristo. Il fuoco che assorbe nella pietà le urla delle femen e tutta la pornografia che ci assedia e uccide l’immagine divina nelle donne, vergini, spose e madri; il fuoco che è capace di bruciare le radici piantate dal demonio nel cuore degli uomini per produrre leggi assassine che scartano i deboli. Il fuoco che ci conduce fuori dall’Egitto della schiavitù per condurci sul cammino dell’amore oltre la morte; il fuoco che semina nel mondo figli santi che amano oltre la morte perché, nella Chiesa che li ha rigenerati nella misericordia, sono primizie del Cielo. Come Gesù, che è stato “giudicato degno dell’altro mondo” per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso e aver offerto la propria vita. E’ “Signore”, il Kyrios, perché ha amato sino alla fine. I figli di Dio, tu ed io, siamo chiamati a divenire “figli della risurrezione” nel Figlio che ha vinto la morte. I cristiani nei quali la fede ha raggiunto la statura adulta, partecipano ormai della natura e della vita divina, e sono, già in questo tempo e in questo mondo, “giudicati degni di un altro mondo e della risurrezione dai morti”: sono cittadini della Gerusalemme celeste, della quale spargono nel mondo i segni credibili che chiamino gli uomini alla fede. Nella Chiesa possiamo vivere ogni relazione in modo diverso, celeste, perché siamo “uguali agli angeli”, già oggi, nella debolezza della carne,  ma non ancora in pienezza: “hanno moglie come se non l’avessero… possiedono come se non possedessero, usano del mondo senza usarne appieno” (cfr. 1 Cor.). Per questo Gesù dice che “non prendono moglie né marito”: nei peccati abbiamo visto già “passare la scena di questo mondo”, e sappiamo che “il tempo si è fatto breve” come la distanza che ormai ci separa dal Cielo. Occorre riempirlo di opere che testimonino al mondo la vita eterna, inducendo chi ci è accanto a desiderare di vivere come i cristiani. Essi, infatti, in famiglia come a scuola e al lavoro, nel dolore  e perfino affrontando un cancro, “non possono più morire”; per questo non si difendono più come i figli di questo mondo, che afferrano e si impadroniscono voracemente di cose e persone per stordire la paura della morte, tentando così di allungare il tempo nell’illusione di allontanare la tomba. In noi è vivo il “Dio dei vivi” che vuole trasfigurare la nostra carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato, come “la donna data in sposa a sette mariti” posta ad esempio dai sadducei. Sette, come i peccati capitali, come gli sposi di Sara morti nella prima notte di nozze. Ma Gesù ha vinto il peccato e la morte e viene oggi ad unirsi a ciascuno di noi come Tobia: è Lui il Marito al quale siamo stati promessi sin dall’eternità. Egli ha inaugurato per noi l’”ottavo” giorno, del quale con i sadducei di ogni tempo anche tutti noi, schiacciati nel dubbio di fronte al dolore e alla morte, non potevamo sospettarne l’esistenza. In esso siamo chiamati a vivere già da ora attraverso una vita feconda di un amore che, tra le fiamme della storia, non si consuma, capace di perdonare e donarsi oltre i limiti della carne. In questo amore divino possiamo far risplendere la bellezza di un matrimonio indissolubile, impossibile per chi non lo ha sperimentato; e la gioia di una sessualità aperta alla vita come ci insegna la Madre Chiesa. Una famiglia numerosa che vive abbandonata alla provvidenza di Dio, è un fuoco che arde misteriosamente in mezzo a un mondo confuso come Babele, chiuso alla vita naturale e aperto a quella innaturale prodotta in laboratorio e affidata a relazioni che non conoscono la fecondità della diversità e complementarietà tra maschio e femmina inscritta da Dio nell’uomo. Esiste la risurrezione perché i cristiani, ciascuno di noi, “esistiamo per Lui”; non nei salotti della televisione, ma nella vita di ogni giorno si vede che, in tutto, il Dio dei vivi è sempre con noi, come lo è stato nella storia della salvezza con Abramo, Isacco e Giacobbe. E, attraverso di noi, sta giungendo a ogni uomo per attrarlo nella Pasqua, come ha soccorso e risuscitato il suo Figlio. 




L'ANNUNCIO
Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene».
E non osavano più fargli alcuna domanda.
 (Dal Vangelo secondo Luca 20, 27-40)


Abramo Isacco e Giacobbe

Esiste la risurrezione perchè esiste un altro mondo. Ed esistono coloro i quali ne sono giudicati degni. La resurrezione è vincolata ad un giudizio e la vita sulla terra non può prescinderne. Gesù risponde alla  questione posta dai sadducei, che negavano la risurrezione, rivelando il destino dell'uomo. Gesù risponde come sempre, chiamando, mettendo in movimento. Annuncia la risurrezione illuminando profeticamente la storia. Il nucleo del kerygma, dell'annuncio della Chiesa, è infatti: Gesù Cristo è il Signore! 


Nella traduzione greca dell´Antico Testamento, kyrios è presente circa novemila volte, e traduce quasi sempre il nome ebraico di Dio. Anche nel Nuovo Testamento kyrios è un termine frequentissimo, si trova in settecentodiciotto passi. Vi è un uso profano che indica, ad esempio, il padrone, il proprietario di uno schiavo, il datore di lavoro, il marito. Un altro uso riferisce kyrios a Dio. Un altro ancora, il più frequente, fa riferimento a Gesù Cristo, e attesta la sua divinità e la sua signoria. 

Dio è kyrios e si è rivelato nel suo Figlio vittorioso sulla morte. Il suo suo svuotamento, la sua umiliazione, il suo cammino sino agli abissi della morte gli ha spalancato il Regno eterno: "Per questo Dio l´ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». Gesù è stato giudicato degno dell'altro mondo per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso, per aver offerto la propria vita. E' kyrios perchè ha amato sino alla fine. 


In Lui si compie la storia della salvezza. In Lui il Dio dei vivi autentica la sua signoria sulla morte. In Lui si comprende il mistero del roveto ardente, la rivelazione di Dio attraverso il suo Nome. "Chi sei?, Chi mi manda?": nella domanda di Mosè Gesù trova la risposta per i sadducei. E' nel dialogo tra Dio e Mosè, un dialogo di elezione e missione, che bisogna cercare la risposta sulla risurrezione. 




In quel roveto che non si consuma appare Dio, Colui che è bruciando d'amore. Un amore che consuma la morte e il peccato, che perdona al di là di ogni ragionevolezza; Colui che, per amore, invia Mosè, e poi Giosuè, e poi i Giudici, e poi i Profeti, e poi il suo Figlio. La domanda dei sadducei è una traduzione della domanda di Mosè. Di fronte all'inestricabilità della schiavitù, chi può avere tanto potere da liberare un manipolo di poveri uomini dal giogo di ferro del più potente dei re della terra, e per di più attraverso un pover'uomo che balbetta? Nella resurrezione, - ammesso che ci sia... - chi sarà lo sposo di una donna che, in virtù della legge del levirato che doveva garantire una discendenza, ha avuto sette mariti? 




Io sono colui che sono! Come il roveto pur bruciando non si consuma, così non esiste fuoco di schiavitù e di morte capace di estinguere il mio amore. La vita di Dio plana sulla terra e stravolge l'equilibrio precario dettato dalla corruzione figlia del peccato. La vita di Dio scende nella vita dell'uomo e la libera dagli angusti confini della carne. Dio è Kyrios perchè manifesta il suo potere in un amore così grande da attirare l'uomo e farlo partecipare della sua vita.

E' il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio dei vivi, perchè ciò che ha iniziato in loro è portato a compimento nel suo Figlio. E' il Dio della storia che, pur essendo un roveto che brucia ogni vita nell'ineluttabilità della morte, è redenta e trasfigurata nel suo amore che nulla può consumare. L'amore rivelato in Cristo.

In Lui si inaugura il compimento della storia della salvezza. L'elezione, le promesse di libertà e pace, il Regno che non avrà fine, il roveto che non si consuma è, in Cristo, accessibile ad ogni uomo. Accogliere Gesù significa accogliere il Nome stesso di Dio, al di sopra di ogni altro potere; accogliere Lui è accogliere il suo amore capace di trasfigurare la nostra vita, i tentativi di dare senso e continuità a quello che siamo e facciamo. 

Siamo schiavi di una carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato. Siamo noi questa sposa data in sposa a sette mariti. Sette mariti, e nessun figlio. Siamo sterili, le tentiamo tutte, ma la vita ci scappa di mano. 

Come il Popolo di Israele schiavo in Egitto. Il lavoro, il matrimonio, le amicizie, sono mariti incapaci di darci una discendenza, il sigillo dell'eternità, l'amore che sfugga alla corruzione. Ma siamo chiamati a ben altro! A vivere una vita feconda, a fare frutti che rimangano, a un amore che, tra le fiamme della storia, non si consumi. Siamo chiamati ad essere figli di Dio, figli nel Figlio che ha vinto la morte. In Lui, e solo in Lui, possiamo essere giudicati degni di un altro mondo, quello dove la corruzione non infetti le relazioni, i pensieri, le opere. Il mondo di Dio, dove regna un amore che ha varcato le porte della morte. 


Tobia e Sara

In noi è vivo il "Dio dei vivi" che vuole trasfigurare la nostra carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato, come la donna data in sposa a sette mariti. Sette, come i peccati capitali, come gli sposi di Sara morti nella prima notte di nozze. Ma Gesù ha vinto il peccato e la morte e viene oggi ad unirsi a ciascuno di noi come Tobia: è Lui il Marito al quale siamo stati promessi sin dall'eternità. Egli ha inaugurato per noi l'"ottavo" giorno, del quale con i sadducei di ogni tempo anche tutti noi, schiacciati nel dubbio di fronte al dolore e alla morte, non potevamo sospettarne l'esistenza. In esso siamo chiamati a vivere già da ora attraverso una vita feconda di frutti che rimangano per l'eternità, in un amore che, tra le fiamme della storia, non si consuma, capace di perdonare e donarsi oltre i limiti della carne. 

In questo amore divino possiamo far risplendere la bellezza di un matrimonio indissolubile, impossibile per chi non lo ha sperimentato; e la gioia di una sessualità aperta alla vita come ci insegna la Madre Chiesa. Una famiglia numerosa che vive abbandonata alla provvidenza di Dio, è un fuoco che arde misteriosamente in mezzo a un mondo confuso come Babele, chiuso alla vita naturale e aperto a quella innaturale prodotta in laboratorio e affidata a relazioni che non conoscono la fecondità della diversità e complementarietà tra maschio e femmina inscritta da Dio nell’uomo. 




Siamo chiamati ad accogliere Gesù, il kyrios, il marito che ci attende per farci sua sposa per l'eternità, nella fedeltà e nell'amore, da oggi, nella storia concreta che stiamo vivendo. Esiste la risurrezione perché Dio è il Dio dei vivi, dei chiamati e amati, di Abramo, di Isacco e Giacobbe; di Gesù Cristo e di ciascuno di noi. Ascoltiamo la sua Parola che esce proprio dal fuoco che sembra volerci distruggere. E' dalle fiamme che ci avvolgono che giunge oggi a noi la Parola capace di salvarci, di farci felici, il perdono e l'amore che ci donano la certezza della risurrezione, già oggi, qui, nella nostra vita.

"Mosè, mentre pascola il gregge, vede un roveto in fiamme, che non si consuma. Si avvicina per osservare questo prodigio, quando una voce lo chiama per nome e, invitandolo a prendere coscienza della sua indegnità, gli comanda di togliersi i sandali, perché quel luogo è santo. "Io sono il Dio di tuo padre – gli dice la voce – il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe"; e aggiunge: "Io sono Colui che sono!" (Es 3,6a.14). Dio si manifesta in diversi modi anche nella vita di ciascuno di noi. Per poter riconoscere la sua presenza è però necessario che ci accostiamo a lui consapevoli della nostra miseria e con profondo rispetto. Diversamente ci rendiamo incapaci di incontrarlo e di entrare in comunione con Lui" (Benedetto XVI, Angelus del 7 marzo 2010).



La resurrezione non è un’ipotesi o un mito, ma è Dio che si rivela a Mosè, ardendo in un amore che non si consuma e brucia la morte e il peccato. Quel roveto è la vita divina che brucia senza consumare la carne di Cristo; e’ la Vergine Maria, la Chiesa, nella quale il Cielo prende dimora sulla terra; è il mistero della vita divina che scorre nella carne debole e fragile dei cristiani, la tua e la mia, e ci fa vivere da risorti in un mondo di morti, come un vessillo e un annuncio. E’ il fuoco che il mondo aspetta, l’unico che avrà ragione dell’inganno che ovunque sputa corpi e menti deturpati dal peccato. Il fuoco della vita eterna che riduce in cenere le menzogne del demonio, e illumina le tenebre del pensiero unico che mette fuori gioco Dio, e contesta le certezze agnostiche di Veronesi e di tutti gli intellettuali illuminati con l’amore che arde nelle malattie facendone un altare dove offrirsi crocifissi con Cristo. Il fuoco che assorbe nella pietà le urla delle femen e tutta la pornografia che ci assedia e uccide l’immagine divina nelle donne, vergini, spose e madri; il fuoco che è capace di bruciare le radici piantate dal demonio nel cuore degli uomini per produrre leggi assassine che scartano i deboli. Il fuoco che ci conduce fuori dall’Egitto della schiavitù per condurci sul cammino dell’amore oltre la morte; il fuoco che semina nel mondo figli santi che amano oltre la morte perché, nella Chiesa che li ha rigenerati nella misericordia, sono primizie del Cielo. 


Esiste la risurrezione perché i cristiani, ciascuno di noi, “esistiamo per Lui”; non nei salotti della televisione, ma nella vita di ogni giorno si vede che, in tutto, il Dio dei vivi è sempre con noi, come lo è stato nella storia della salvezza con Abramo, Isacco e Giacobbe. E, attraverso di noi, sta giungendo a ogni uomo per attrarlo nella Pasqua, come ha soccorso e risuscitato il suo Figlio.







αποφθεγμα Apoftegma






Il fuoco ineffabile e prodigioso nascosto nell’essenza delle cose, 
come nel roveto ardente di Mosè, 
è il fuoco dell’amore divino 
e lo splendore fulgido della sua bellezza presente in tutte le cose.

San Massimo il Confessore