Veronica, una madre. Prima di tutto e per sempre



Una riflessione come un percorso interiore per scoprire che c'è speranza per ogni madre e, quindi per ogni uomo, anche nel baratro più oscuro

CLICCA QUI PER LEGGERE







20 dicembre






E' quasi Natale. Tra poco ci riuniremo, pregheremo, mangeremo, festeggeremo. Ma forse in quei momenti non ricorderemo che cosa vi sia dietro al presepe intorno al quale ci emozioneremo e attingeremo pace e gioia. Se quelle statuine son lì, a catturare l'attenzione dei bambini e dei grandi, è perché Maria, nove mesi prima di duemila anni fa ricevette un annuncio. Ma sì che lo sappiamo, l'annuncio dell'arcangelo Gabriele. Esatto, di quello parliamo, e ne sappiamo tantissimo. Ma forse non immaginiamo, concretamente, cosa avrebbe provocato quell'annuncio. Maria era "vergine" e "promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe". A noi forse dice poco, ma in Israele il tempo di fidanzamento era importantissimo. Vi si gettavano le basi della vita futura. Abituati come siamo al sentimento e alla passione, parole come trattative, contratto, denaro ci sembrano stonare nel contesto dell'amore tra due ragazzi. E invece, in Israele, erano molto più importanti dei sentimenti. Per cogliere la portata dell'annunciazione, non possiamo applicare i nostri criteri e le nostre abitudini. Sicuramente Giuseppe e Maria si amavano, ma non bastava. Anzi, forse non era stato nemmeno amore all'inizio; neanche per loro, come per la maggior parte delle coppie in Israele. Amore come lo intendiamo noi, quello che ti prende prima alla pancia, e ti sembra di averci dentro una scavatrice. E poi ti mette sottosopra il cuore e la mente, e piano piano spariscono dal radar le persone e le cose, e il tempo si dilata che nessun orologio può più contenerlo. Per tutti in Israele era chiaro che prima e a fondamento di ogni sentimento vi fosse un disegno di Dio.
 L'amore, l'agape sarebbe scaturito da questa, garanzia della sua autenticità e indissolubilità. Sposarsi all'interno della comunità ebraica, infatti, era una “mitzvah”. La tradizione giudaica chiama il matrimonio «qiddushìn - santificazione» perché attraverso di esso è santificato il Nome di Dio. La santità è un attributo di Dio, il totalmente Altro e per questo perfettamente separato dalla corruzione. Come il Tempio, che custodisce la Presenza di Dio, è Santo, anche il matrimonio è considerato come un tempio nel quale risplende la santità di Dio. Il matrimonio è dunque un riflesso del Cielo, e in esso gli sposi possono riavvicinarsi alla condizione originale, quella pensata da Dio quando ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina. Essi, infatti, sono avvolti dalla benedizione di Dio che, attraverso di loro, custodisce la vita e il suo moltiplicarsi. Il matrimonio è dunque la prima e fondamentale risposta di Dio al peccato dell'uomo. Se questo ha aggredito proprio la relazione tra gli sposi, è lì che Dio doveva dare inizio alla storia della salvezza. Ricordate Abramo? Non aveva figli, era il segno della maledizione conseguente al peccato. E proprio lì, sulla soglia della storia della salvezza, scende Dio, tra Abramo e Sara, per compiere l'impossibile, lo stesso che annuncia l'Angelo a Maria. Non è impossibile essere liberati dal peccato! Ecco il cuore dell'annuncio di Gabriele: "Gesù - che significa Dio salva - sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio". La santità abiterà finalmente nella carne! E ciò avverrà attraverso Maria, per questo promessa sposa di Giuseppe. Maria era vergine proprio perché promessa sposa di Giuseppe. Questo la rendeva donna, vergine per essere feconda, nell'amore per l'unico sposo e per accogliere, gestare e dare alla luce i figli che, attraverso il seme di lui, Dio le avrebbe affidato. In questo ella sapeva di realizzare il riflesso della volontà d'amore con cui Dio aveva creato l'uomo, maschio e femmina. Per questo non era strano per Maria ciò che per la nostra mentalità inzuppata di femminismo suona a costrizione, come un attentato all'autodeterminazione della donna, tipico di una società maschilista e patriarcale. Niente di più falso. Basterebbe vedere i frutti della mentalità odierna dominata dalla passione e dal diritto a qualsiasi sentimento che chiamiamo amore; i frutti nelle donne, sfregiate nella loro verginità, demolite nella loro chiamata ad essere spose e madri. Maria, immagine perfetta della donna secondo la volontà di Dio, stava vivendo il suo fidanzamento come ogni ragazza di Israele. A quel tempo i
l matrimonio era diviso in tre parti. La prima consisteva nell'accordo, "shiddukhin". A questo seguiva il fidanzamento, "erusin" o "kidushin". Poi, dopo circa un anno o due, si svolgeva la cerimonia nuziale, chiamata "nisuin" o "huppah".  Lo "shiddukhin" iniziava con la scelta della sposa.  All'età di 13 anni, le ragazze ebree ricevevano la proposta di matrimonio. Ma dietro vi erano i padri, che normalmente sceglievano per i figli.  Al tempo di Gesù, vi erano comunque due occasioni nelle quali i ragazzi avevano la possibilità di scegliere la moglie: durante la festa popolare del 15° giorno del mese di Av o durante Yom Kippùr. Se il padre della ragazza accettava la proposta di matrimonio, si cominciava a contrattare il "mohàr", ovvero la somma che lo sposo promesso avrebbe dovuto pagare alla famiglia della sposa. Per questo il giovane iniziava rapidamente la preparazione per il matrimonio.  Una volta raggiunta la cifra andava a casa della ragazza per conoscere il padre al quale consegnava il "prezzo della sposa", un patto scritto conosciuto come «ketubah», un otre di vino e dei doni per la sposa. Nella Ketubah il ragazzo dichiarava le intenzioni nei riguardi della sposa, le promesse al padre di avere cura di lei e di mantenerla, fissava il prezzo che era disposto a pagare per il suo onore,  e chiedeva infine la sua mano. La Ketubah era molto importante, perché in essa emergeva la sincerità e la serietà del futuro sposo. Quanto più il ragazzo avesse lavorato per stipulare il patto, tanto più avrebbe dimostrato la sua rettitudine e maturità  per assumere la responsabilità del matrimonio e della sposa. Il "mohar" o "prezzo della sposa" era volutamente alto, fissato come una prova concreta del suo amore e della sua volontà di donarsi e sacrificarsi per la sua sposa. Certo questo prezzo era negoziato tra lo sposo e il padre della sposa, cercando la giusta misura perché si potesse compiere la volontà di Dio. Spesso le trattative duravano giorni, settimane o mesi. Solo al termine di queste e con il padre della sposa soddisfatto del prezzo convenuto, il futuro sposo poteva presentarsi alla sposa. Durante l'incontro il ragazzo portava un calice di vino sul quale era stata fatta una benedizione che, dopo averne bevuto un sorso, posava a terra davanti alla ragazza. Per mostrare che accettava la proposta, raccoglieva il calice e finiva di berlo, fino alla cosiddetta "feccia", significando così che accettava di sposarsi assumendo l'amaro e il dolce che il matrimonio supponeva. Dopo non avrebbe più potuto cambiare idea. Non si sarebbe più appartenuta, perché era stata "santificata", messa da parte per l'unico sposo che l'aveva comprata a caro prezzo. Dopo di ciò si firmava il contratto che vincolava giuridicamente i due, e che poteva essere sciolta solo con un divorzio. Da questo momento iniziava il tempo del fidanzamento o "Erusin", conosciuto anche come "Kiddushin", che significa santificazione. A questo punto lo sposo diceva alla sposa qualcosa del genere: "torno alla casa di mio padre per preparare un posto per te, e quando sarà pronto, ritornerò e ti prenderò per essere sempre con me". L'annuncio di Gabriele giunge nel bel mezzo di questa "promessa". Giuseppe era impegnato a preparare un posto per Maria che lo aveva accettato come lo sposo preparatole da Dio. Aveva bevuto il calice, sino in fondo, ma non immaginava che cosa avrebbe significato. Un figlio prima di "conoscere" Giuseppe, di essere condotta da lui nella stanza nuziale? Quell'annuncio era un fulmine improvviso che avrebbe potuto sbriciolare la loro vita e quella delle loro famiglie. La volontà di Dio passava per questa gravidanza che avrebbe ferito a morte la santità del matrimonio? Era un cortocircuito da annichilire il cuore. Eppure era proprio quella la volontà di Dio. Per questo la Grazia l'aveva colmata da sempre, e la Shekinàh di Dio era con Lei. Dio aveva scelto di scendere in quella "promessa", e in essa compiere la "promessa" fatta a "Davide": in quel momento Dio stava per compiere in Lei l'impossibile, "concepire un Figlio" che si sarebbe seduto su "un trono" eterno, regnando come Davide ma sui nemici che nessun re ha potuto mai sconfiggere, la morte e il peccato. Per questo la chuppà, il velo che si stendeva sugli sposi durante la celebrazione del matrimonio, sarebbe sceso su di Lei per unirla a Dio nelle nozze che avrebbero "dato alla luce Gesù", l'atteso di tutte le genti. La "promessa" era dunque infinitamente più grande. Ma passava attraverso la storia di Maria e di Giuseppe, trasfigurandola. Dio voleva entrare in quella loro "promessa" per dare compimento ad ogni desiderio più profondo dell'uomo. Dio si faceva carne nel seno di Maria per aprire ogni "promessa" dell'uomo all'amore di Dio che sorpassa ogni intelligenza. Così dava compimento ad ogni matrimonio, ad ogni relazione. In quella "promessa" deponeva la fedeltà, la pazienza, il dono, tutto compiuto in quel Figlio che, nel Mistero Pasquale, avrebbe sciolto dai legami con la morte e il peccato ogni uomo. Ecco, dinanzi all'opera di Dio nella nostra vita, a quella che farà anche in questo natale, stringiamoci a Maria per ripetere a Dio: "Eccomi, sono qui. Ho fatto questo, desidero questo, progetto questo; eccomi, vivo in questa "promessa", ho preso le mie responsabilità, e spero che questo amore sia compiuto davvero. Sono la tua serva Signore, compi in me la tua parola, l'impossibile che vi è celato. Compi la mia vita nell'amore, sino alla fine, sino all'amaro, per gustare con te la dolcezza della tua intimità, per sempre".  




QUI GLI APPROFONDIMENTI


19 dicembre




Muti



Il Natale è preparato da una voce che squarcia il silenzio dell'incredulità: "avrai gioia ed esultanza". Nonostante l'incredulità, è annunziata a Zaccaria una gioia straripante. Essa scaturirà proprio dal silenzio del dubbio. Dio vuole salvarci, ma conosce l'estrema fragilità che tutti ci accomuna. Il suo amore accoglie, e assorbe nella fedeltà, ogni debolezza, compresa quella dell'incredulità. Come quella di Zaccaria di fronte all'annuncio dell'angelo. E' un sacerdote, fondato sulla fede dei padri. Era già successo che Dio rendesse fertile un seno sterile, e Zaccaria lo sapeva. Ma, quando la storia della salvezza bussa alla sua porta, scopre che la sua fede non è così granitica come forse pensava. Finché i miracoli hanno riguardato gli altri, beh non era stato difficile credere. Credere nel senso di ritenere possibile che, in casi eccezionali con persone speciali, Dio possa fare cose straordinarie. Un pochino come quando si guarda un film, riuscito talmente bene da coinvolgerti e far sembrare realistiche anche scene che la ragione considerebbe inverosimili. Ecco, la fede di Zaccaria era così, sicura davanti allo schermo, friabile quando da questo la storia esce e si estende sino a diventare la sua. Immagina lo spavento, come se d'un tratto, mentre stai vedendo spiderman, questi si materializzasse a fianco a te e ti dicesse di cominciare a saltare su pareti e tetti con lui. E poi, superato lo shock, subito a guardarti la pancetta, e il ginocchio che cigola, e tutte le sigarette che fumi: per favore, non io, non è possibile... E' bello e vero quello che ci ha detto Benigni con tanto delicato e sublime entusiasmo (non tutto...), ti sei emozionato e ti sei detto: accidenti è vero, come mai non ci avevo pensato prima... Ma terminata la diretta, quando, partita la prima pubblicità, ti giri e vedi tua moglie che scalda i motori e comincia a vomitarti rimproveri su tutte le vere e presunte omissioni di marito e padre - e non ne manca nessuna, neanche quelle che farai cinque minuti prima di morire - e per questo ti impone come un martello pneumatico di rimediare, e accompagnarla qui e là, stendere la biancheria, fare la spesa per almeno quattro mesi, darle carta bianca su vacanze, weekend e colore della nuova carta da parati, quando questo torrente in piena ti investe, com'è che diceva Roberto? "Amare vuol dire donare ciò che non si ha: il nostro tempo, i nostri giorni, noi stessi". Splendido, ma non per me, e ti giri dall'altra parte, infilandoti silenzioso dentro "Porta a porta". Meglio Vespa che la vespa di casa... Anche così si diventa muti, come Zaccaria. Impossibile amare, bello a dirsi ma impensabile a farsi; proprio come avere un figlio da una moglie sterile quando si è vecchi. Per questo, la domanda con cui Zaccaria risponde all'angelo è già un silenzio: "Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni". Si ferma a guardare se stesso e sua moglie, e così precipita nel vuoto della propria incapacità. Maria, dinanzi a un annuncio ancor più stupefacente, non affonda in se stessa, ma si prende tra le mani, lei e quel suo non conoscere uomo, e le apre per raccogliere la Grazia che saprà compiere l'impossibile. Zaccaria, invece, si chiude in se stesso, e per questo Dio gli chiude la bocca. Nessuna parola umana rivestita di orgoglio può spiegare i miracoli di Dio. Ma proprio spegnendogli la voce, Dio mostra il suo amore e la sua fedeltà. Non si ferma, non passa ad altri possibili destinatari. Prende Zaccaria e lo siede muto dinanzi alla sua incredulità, visitata e riscattata gratuitamente dalla misericordia. Muto come Giobbe, per contemplare l'opera di Dio, senza sporcarla con le parole della sua limitata ragione. Solo così le sue labbra potranno schiudersi nella fede autentica con parole di lode gioiosa. Quando presenterà al Tempio quel bambino dinanzi a Dio e al popolo, potrà professare la fede chiamandolo Giovanni, il nome nuovo che Dio aveva indicato. Zaccaria era così passato dall'incredulità alla fede attraverso un cammino nel silenzio. Per credere, infatti, occorre che le certezze e le ragioni umane facciano spazio alla novità di vita che Dio vuol donare. Allo stesso modo camminavano i pagani per giungere al battesimo, spogliati a poco a poco degli idoli, dei costumi mondani, accogliendo la fede predicata dalla Chiesa mentre si incarnava in una vita diversa da quella condotta prima. Così Dio sta facendo con noi. Quello che ci annuncia il Natale, infatti, al netto del sentimentalismo, è fuori della portata umana: Dio si fa carne nella tua carne. Ciò significa che viene a prendere la tua vita e la va a trasformare nella vita di Cristo, sino alla Croce, sino ad un amore che supera ogni limite, che si dona anche al nemico. Che non esige giustizia ma perdona, settanta volte sette. Rimani senza parole, vero? Tu, che hai quel rancore sordo per tuo genero, ti inginocchierai davanti a lui, che ha fatto soffrire tua figlia, che l'ha tradita, gli chiederai perdono e lo accoglierai a casa tua con un pranzo buonissimo. In te sarà vinta ogni sterilità, e darai alla luce Giovanni, una vita nuova e profetica, "colma di Spirito Santo fin dal seno di sua madre". Sarai inviato come lui a "ricondurre molti figli d’Israele al Signore loro Dio" e a "ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto". Dove? Nella tua famiglia, al lavoro, ovunque, perché "camminerai innanzi" a Dio sulle strade della tua vita, "con lo spirito e la forza di Elia", testimoniando la vanità degli idoli e la provvidenza del Padre. La tua sarà una vita donata senza riserve per ogni uomo. Impossibile, io non ne sarò mai capace, anche perché non ci credo che sia quella la verità. Allora resti muto accanto alla tua Elisabetta, alla storia nella quale Dio va a compiere quello che ti ha annunciato. Muto a sperimentare il perdono di Dio che feconda il tuo cuore indurito, e lo scioglie, giorno dopo giorno, come è accaduto al grembo di Elisabetta. La storia visitata da Cristo e il cuore unito al suo ti testimonieranno che l'amore di Dio è l'unica Verità. E finalmente crederai, ti appoggerai a Cristo per vivere amando. Perché non basta uno spettacolo televisivo che parla divinamente di Dio, non basta neanche la religione vissuta come Zaccaria, "svolgendo fedelmente le funzioni sacerdotali". Senza Cristo non si va da nessuna parte, perché chi non partecipa alla sua risurrezione resta morto nei peccati; la vita resta muta, senza parole che si facciano carne nell'amore come il Verbo incarnato. Senza un cammino di fede non può nascere in noi Cristo; Lui non è figlio dell'emozione, dello share e dei "mi piace", ma della conversione e della GraziaAccettiamo allora di non avere parole, sediamoci solitari e silenziosi in attesa della misericordia di Dio. Passiamo questi giorni che ci separano dal Natale nell'attesa di poter accoglie Dio che si fa carne per risuscitare la carne. Che il nostro silenzio sia oggi la preghiera nuda e pura che sorge da un cuore contrito e umiliato, l'offerta della nostra esistenza al Dio della Vita che scioglie il cuore e le labbra nella benedizione, che è, come dicevano i rabbini, il luogo della presenza di Dio tra gli uomini.





18 dicembre




Sognare




Il timore di Giuseppe ci accompagna in questi ultimi passi verso il Natale. E' importante lasciarsi accogliere nella sua esperienza, spogliarci delle sicurezze che indossiamo nelle grandi o piccole occasioni. E lasciare che venga alla luce anche la nostra paura; anch'essa è parte del nostro grembo dove Dio vuol deporre suo Figlio. Non temiamo il timore, è la porta dalla quale il Signore vuole passare! E' dentro ogni sogno infranto, che invia anche oggi un angelo per illuminarci. A un suo messaggero, - forse un prete, un amico, un catechista, o chi non sospetti - affida le parole con cui introdursi in ogni notte in cui hai disegnato fantasticando una storia diversa, persone diverse, tu stesso diverso. Specchiamoci nel timore di Giuseppe per essere stato coinvolto inaspettatamente in qualcosa fuori dalle regole e dai suoi calcoli. La vita di Dio, infatti, appare dove e come nessuno può immaginare. Senza preavviso, senza chiedere il permesso, e sembra infrangere addirittura la sua stessa Legge: Maria rimase incinta mentre ancora non era andata a vivere con Giuseppe. E questo, per lui, non poteva che significare il peccato della sua promessa sposa. Non gli sembrava possibile, conosceva quel fiore di paradiso che stava per entrare in casa sua. Eppure…. Non aveva strumenti per misurare l’infinito, gli restavano solo il dubbio e la paura, a macerarlo. E quel ronzio dentro, fuori, attorno, il sibilo del serpente che lo spingeva a dubitare di Dio, ancor prima che di Maria. No, quel Dio che serviva gliel’aveva fatta troppo grossa... Giuseppe era "giusto", un pio ebreo che desiderava compiere la volontà di Dio prima di tutto. E questa prevedeva, secondo la Legge, la lapidazione per Maria. Che angoscia, roba da annichilire il cuore. Giuseppe amava Maria, le credeva, voleva crederle accidenti, ma temeva Dio, era Lui al primo posto; per questo aveva deciso di salvarle la vita rimandandola di nascosto, custodendo così la fedeltà alla giustizia della Legge. Era su quel limite estremo tra la terra delle certezze, solida anche se aspra, e lo strapiombo dell'infinito amore di Dio. Da solo, in quell'abisso, non avrebbe potuto seguire Maria. Non sapeva cosa fosse, non l'aveva mai visto, superava ogni esperienza, anche quelle del suo Popolo, anche quelle ascoltate in Sinagoga, anche la preghiera e il compimento dei precetti. Ma era giunto lì, a sentire le vertigini, perché aveva un cuore retto, forgiato nella fede dei Padri. E proprio su quell'estremo confine, in mezzo a quel turbinio di cuore e mente, più forte, un'altra voce bussava al suo cuore, sussurrando la verità dalle labbra di un angelo. Subito, quelle parole gli sono sembrate attirate dal suo cuore come da un magnete. Ma certo, erano quelle, proprio quelle le parole vere e giuste. Per loro gli batteva il cuore nel petto; le più folli, eppure, ora lo capiva, erano quelle che desiderava ardentemente sentire. Quelle che lo prendevano per mano per lanciarsi con Maria in quell'avventura straordinaria. In quelle parole c'era mischiata la stessa Grazia che aveva colmato Maria. E anche questo è un matrimonio... Certo, gli annunciavano una cosa mai udita prima, ma che sospiro di sollievo: l'Autore della Legge aveva scritto per ogni sua parola la glossa della misericordia nel suo cuore, e che gioia, che libertà, che forza sentiva dentro! Le stesse glosse vuole incidere anche nei nostri cuori. Cominciamo allora: ami tua moglie, vero? Ami tuo marito, vero? E tuo figlio, e il fratello? Li ami, balbettando come Giuseppe, con un cuore più umano che divino, ma di certo almeno desideri amarli! E allora rallegrati perché anche se sei adirato, se ti senti tradito, se pensi che ti abbiano nascosto qualcosa mentendoti, anche se non ti senti coinvolto, il tuo cuore desidera la comunione e non la divisione. Accetta che, anche se nel matrimonio, in famiglia, nella comunità ti senti come Giuseppe, le parole dell'angelo sono quelle che speri di ascoltare. Le parole che scagionino l'altro che ami, che illuminino il mistero che porta dentro, anche se avvolto da carne tutt'altro che pura e immacolata come quella di Maria. L'amore che ancora arde in te come brace sotto la cenere, la scintilla pura dell'amore di Dio deposto quando ti ha creato e che ha acceso nel matrimonio, o quando hai concepito e accolto i tuoi figli, o nella comunità. Lo sai, anche se hai voluto dimenticarlo, che nell'altro che ami c'è lo stesso amore che Dio ha riversato in te. Accoglilo allora, coraggio, oggi, così com'è. Guarda che non è assurdo! E' assurdo il contrario, il rancore, la gelosia, la divisione. Guarda che io, nel mio Figlio, ti ho amato così, scolpendoti a mia immagine. Per questo il cuore non desidera altro che di fare il suo mestiere, secondo quanto ha imparato dal suo Creatore. Non farlo soffrire di più, butta via le menzogne del demonio, rinnega la cultura che idolatra l'io per gettarlo nella solitudine dell'inferno. Lascia che in questa Novena la Chiesa ti ammaestri e ti faccia scoprire la più elementare delle verità: Dio ti ha creato nell'amore per amare, sempre, e gettarti con Lui nell'abisso della misericordia che abbraccia ogni uomo così com'è. Finché il tuo amore non avrà rivestito l'incorruttibilità dell'amore di Dio, finché Cristo non si sarà incarnato in te, non sarai felice. Per questo abbiamo tutti bisogno di entrare nel sogno di Giuseppe, immagine del catecumenato: in quel buio Giuseppe ha camminato per passare dalla giustizia umana e religiosa alla fede, dalla regola alla libertà, dalla tristezza alla gioia dell'amore vero; per giungere su quel confine che separa dalle acque del battesimo dove rinascere uomini celesti, che vivono come Giuseppe, come Maria, come Gesù. Sino a quando non avrai riabbracciato l'altro perdonandolo, la tua vita non sarà compiuta. La Grazia dello Spirito Santo ha il potere di farlo, di liberarti dal tuo orgoglio per accogliere, come Giuseppe, la storia d'amore nascosta nel mistero. "Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo". Solo gli occhi di Dio vedono oltre l'angusto sguardo dell'uomo cristallizzato nello scandalo e nella paura. Molti di noi invece, siamo accecati da un invisibile filtro opposto allo Spirito Santo. Ammettiamolo, dalle nostre parti, dentro la Chiesa, pochi comprendono la portata di Papa Francesco, questo suo continuo toccare le piaghe di Cristo nei peccatori. Alcuni lo scimmiottano goffamente, altri lo attaccano apertamente, altri si tengono in equilibrio. Ma tra noi, in troppe parrocchie e comunità, c'è ancora uno scandalo profondo dell'amore di Dio, perché il mondo vi è entrato subdolamente e vi ha piantato i suoi "valori" camuffandoli ad arte. Sui media, nelle piazze, sui social e nei bar, nelle nostre case, è come come se non ce la facessimo, come se si restasse, impauriti, sulla soglia dell'infinito amore di Dio. Anche quando ne siamo coinvolti e lo abbiamo sperimentato, è come se una patina mondana restasse incrostata. Le manifestazioni, le polemiche apologetiche, il cercare sempre e ovunque il male e i pericoli per denunciarlo e combatterlo con la legge, anche certo modo di difendere i principi non negoziabili, in fondo sono strumenti mondani al servizio di una causa "giusta"... 
Per questo il Vangelo di oggi è una bomba al napalm su tutte le nostre sicurezze, giuste perché religiosamente alla ricerca della volontà di Dio, o giuste perché in cerca di giustizia terrena. Oggi può essere per noi come quella notte per Giuseppe. E' tempo di svegliarci dal sonno, perché la salvezza è vicina quanto mai! E non viene secondo i nostri schemi. Capisci? Solo lo Spirito Santo ci può dare la certezza di fare la cosa giusta, di compiere la volontà di Dio. Perché è l'amore di Dio riversato nei nostri cuori, che ci fa rivolgere, come Dio, contro noi stessi (Benedetto XVI) pur di salvare a accogliere l'altro. Perché lo Spirito rovescia tutto, come Gesù, guarda caso, fece proprio nel tempio; sconvolge sopratutto gli schemi religiosi che abbiamo fatto nostri, e ci mettiamo in tasca, come una calcolatrice da tirare fuori quando necessario. Ma sai cosa è successo all'alba della Salvezza? Sai come ha iniziato ad incarnarsi il Dio che celebreremo emozionati davanti a un presepe? Nascondendosi in quello che per il mondo e per i religiosi era un adulterio! Mentre il demonio piazzava l'artiglieria contro il cuore di Giuseppe. Come accade a noi, sempre! Lo sai che se Giuseppe avesse adempiuto la Legge avrebbe ucciso Maria e Gesù, e tu ed io oggi non ci saremmo? Sai che se l'avesse ripudiata avrebbe gettato nel buio la Salvezza? E noi, proprio perché siamo religiosi, in virtù della giustizia, non facciamo ogni giorno fuori i fratelli e l'opera di Dio in loro. Certo che non sono immacolati come la Vergine Maria, ma in loro c'è lo stesso seme divino. Lo vuoi buttare? Vuoi uccidere la possibilità di salvezza per quella persona per la quale Cristo ha dato se stesso? O non lo sai che Lui, sulla Croce, ha redento l'umanità? E che ogni uomo ha diritto di sentirsi destare dentro, come il figlio prodigo, quel frammento d'amore nel quale è stato creato e per il quale è stato redento? Ecco che cosa ci dice oggi l'angelo nel nostro sonno. Ecco come smonta i nostri sogni di giustizia per aprirci gli occhi sulla Giustizia vera, quella della Croce, nella quale siamo stati salvati e per annunciare la quale siamo nella Chiesa. Guarda i campi che biondeggiano per la mietitura, le persone e la storia già gravide di Grazia. Non c'è Legge che tenga, non politica, non religione, non cultura, conta solo l'amore che apre gli occhi sull'opera dello Spirito Santo che si cela nel grembo intimo di ogni uomo. Allora, destati, risuscita nel perdono, e obbedisci, butta via la calcolatrice spirituale con la quale non hai potuto calcolare un amore che sfugge a ogni calcolo. Entra nell'abisso dell'amore divino, e "prendi con te nella tua casa", deponi cioè nell'intimità del tuo cuore le persone e la storia che Dio ti sta donando. Sono il compimento della profezia di salvezza per l'umanità, sono Dio con noi, con te, con me, con ogni uomo. 




QUI UN ALTRO COMMENTO