NOVENA DELLA GRAZIA A SAN FRANCESCO SAVERIO


Il grande apostolo dell'Asia, la cui memoria celebreremo il 3 dicembre, è pronto per donarvi la grazia di cui avete bisogno. Vi invito a pregare questa novena, ogni giorno per nove giorni, da oggi (o da domani).







Santa Teresa di Gesù Bambino dopo aver fatto la novena (1896), pochi mesi prima di morire, disse: “Ho domandato la grazia di far del bene dopo la mia morte, e adesso sono sicura d’essere stata esaudita, perché per mezzo di questa novena si ottiene tutto ciò che si desidera”.


O amabilissimo e amatissimo San Francesco Saverio, con te adoro con riverenza la divina Maestà. Mi compiaccio degli specialissimi doni di grazia di cui Dio ti ha favorito durante la tua vita terrena e di quelli di gloria di cui ti ha arricchito dopo la morte e vivamente lo ringrazio. Ti supplico con tutto l’affetto del mio cuore di chiedere per me, con la tua efficacissima intercessione, prima di tutto la grazia di vivere e morire santamente. Ti supplico inoltre di ottenermi la grazia… Ma se ciò che chiedo non fosse secondo la maggior gloria di Dio ed il maggior bene dell’anima mia, ti prego di supplicare il Signore affinché mi conceda ciò che è più utile all’una e all’altra cosa. Amen.

Pater, Ave, Gloria.



Martedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario


Giacobbe e Rachele al pozzo


Discernimento


Ciò che distingue i cristiani è il discernimento, lo sguardo celeste sul mondo e la storia, quella registrata sui libri come quella scritta sulle pagine della propria vita. Discernere è saper leggere i segni dei tempi con “attenzione” per “non lasciarsi ingannare” dal pensiero del mondo che, infiltrandosi spesso anche nella Chiesa, pretende di parlare “nel nome” del Signore; esso legge il “tempo” che viviamo come “prossimo” a chissà quali “rivoluzioni” morali e “guerre” culturali, destinate ad inaugurare un mondo nuovo di pace e tolleranza. “Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo”, ammoniva l’allora Card. Ratzinger. Chi è stato riscattato dal Signore e vive ormai “crocifisso con Lui” è entrato nella “libertà dei figli di Dio che credono insieme nel Corpo di Cristo, e vedono così la realtà, e sono capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo” (Benedetto XVI). Per questo non siamo “terrorizzati” davanti alla storia, e non ci lasciamo “prendere dal panico” per la violenza culturale con cui il demonio vuol lavare il cervello a questa generazione; non rispondiamo con la stessa strategia mediatica a chi sta imponendo la distruzione della famiglia, della sessualità e della vita; non cadiamo nelle trappole affabulatorie per “seguire” la menzogna dei falsi profeti. Sappiamo, per esperienza, di vivere nel “prima” dove Dio parla e agisce con i “segni” della Croce che, come un aratro, dissoda il terreno della storia perché vi sia seminata la salvezza. In essa il Signore ci abbraccia e ci “inchioda” alla “sua amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità” (Benedetto XVI), nella certezza che in ogni secondo è racchiuso il destino dell'umanità. Nella vita dell’unico “Io sono” - il nome con cui Gesù si rivela come Dio - vi è una linea rossa che, con “segni” concreti, gli rivela la “necessità” di “visitare” ogni Zaccheo “perduto”, perché la “salvezza entri nella casa” di tutti. Per questo “è necessario che accadano” gli sconvolgimenti nella vita degli uomini: non scandalizzatevi, i “terremoti, le carestie e le pestilenze” sono frutti del disordine di morte recati dal peccato, ma Dio non vi si oppone proprio perché ci ama e vuole svegliarci. Così i problemi e gli imprevisti in famiglia, al lavoro, a scuola; così la crisi del figlio e della fidanzata, la malattia e il licenziamento. Il male “deve” emergere “di luogo in luogo”, come il pus da una ferita, perché possa incontrare ancora e sempre il Medico che lo assuma trasformandolo in misericordia. Nelle “sollevazioni di popoli e regni” gli uni contro gli altri, appare la divisione seminata dal demonio, il peccato che ha reso nemici Adamo ed Eva, e poi, come un fiume in piena, tutti i loro figli, da Caino e Abele ad ogni generazione, sino a “distruggere” il vero Tempio, il corpo benedetto del Signore. Il discernimento della Chiesa sa che gli edifici, per quanto belli e testimoni della fede di chi li ha progettati e costruiti, sono precari; non bisogna restare a specchiarcisi come Narciso: può accadere anche a noi come a lui di non sapere più dire a nessuno "ti amo", perché invece di abbeverarci alla fonte dell'amore che è Dio, ci specchiamo nel nostro nulla sino a morirci affogati tra depressioni e crisi esistenziali. Non può dire "ti amo" a nessuno chi non sa dirgli prima "Dio ti ama". Così un marito o una moglie, un genitore, un fidanzato, un amico. Così la Chiesa, non può amare davvero se, prigioniera di se stessa, dei suoi schemi e progetti, non può amare il povero, il peccatore, il lontano perché ha smarrito l'amore di Dio. Vive di se stessa, non del suo Sposo. Attenti allora, in qualunque momento possiamo perdere la Grazia e la bellezza di Cristo che rifulge in noi, come nelle nostre comunità. Quando, infatti, le costruzioni di pietre, comprese le liturgie e le preghiere, non esprimono più lo stesso contenuto di fede e i cristiani non escono per gettarsi sino agli estremi confini della terra ad annunciare il Vangelo, crollano miseramente. Una cattedrale costruita in tanti anni, può essere distrutta da un terremoto, o divenire un museo o auditorium per concerti... Come accade alle nostre parrocchie senza zelo preoccupate di gestire l'esistente dimenticando la pecora perduta, sempre più vuote; come succede ai seminari, trasformati in bred and breakfast... Il rumore sordo delle “pietre” che cadono le une sopra le altre, annuncia però il mistero Pasquale di Gesù che “distrugge” ogni “spelonca di ladri”, esteriormente “bella” e degna di “ammirazione”, ma “piena di rapina e iniquità” al suo interno. Quelle pietre devono cadere perché giunga la purificazione che strappi i cristiani all'ipocrisia per ricondurli alla verità di una vita accordata con la fede adulta. Quelle pietre ci ricordano la pietra grande deposta sul pozzo di Sichem, che impediva a Rachele di far abbeverare il suo gregge, pesante come quella che serrava il sepolcro del Signore. Un midrash ci racconta che "una rugiada di risurrezione discese dai cieli su Giacobbe rendendolo coraggioso e forte. Grazie a questa potenzarotolò la pietra dalla bocca del pozzo, e le acque salirono dalle profondità, traboccarono e inondarono. I pastori stavano in piedi, stupefatti, perché non era più necessario il secchio per attingere". Con la stessa potenza il Signore è risorto dal sepolcro facendone rotolare via la pietra. Per questo, i cumuli di pietre in cui si riducono le opere delle mani dell’uomo sono i “segni” che decretano la “fine” di ogni sapienza della carne perché non sia più necessaria per attingere scampoli di felicità; ma annunciano contemporaneamente il fine della vita di ogni uomo, la vita eterna conquistataci da Cristo. Dietro ad ogni “fatto terrificante” e ai “segni grandi dal cielo” che sconvolgono la storia e la nostra vita, vi è il Signore "forte e coraggioso" che sta rovesciando di nuovo la pietra che ci tiene prigionieri nella tomba, per aprire un varco affinché la sua vittoria sulla morte giunga sino a noi e a chi Dio lega alla nostra vicenda, come acqua che "trabocca" di vita. E’ Lui che, a tutti noi assetati d’amore e verità, attraverso la forza dei fatti che per il mondo significano solo distruzione, rivela il potere del suo amore che dischiude, come fece Giacobbe innamorato di Rachele, il pozzo dove “dissetarci con gioia dell’acqua viva dello Spirito Santo che zampilla sino alla vita eterna”.





L'ANNUNCIO
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, Gesù disse: “Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta”. Gli domandarono: “Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?”. Rispose: “Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: ‘‘Sono io’’ e: ‘‘Il tempo è prossimo’’; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine”. Poi disse loro: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo”.
(Dal Vangelo secondo Luca 21, 5-11)





Ci stiamo avviando ormai al tempo di Avvento e il Vangelo oggi ci parla del discernimento. Ciò che distingue i cristiani è avere discernimento, ovvero uno sguardo celeste sul mondo. Saper leggere i segni dei tempi e non restare imbrigliati nei fatti della storia, sia quella che andrà a finire nei libri, sia quella che invece resterà per sempre racchiusa nel perimetro della nostra semplice e "apparentemente" marginale esistenza. Non lasciarsi inghiottire dal fluire spesso burrascoso degli eventi lasciando che la "vulgata" popolare, il "pensiero unico dominante", ci imbavagli mente, occhi e cuore, imponendoci le "ovvie" e assolutamente "corrette" conclusioni e interpretazioni.

Discernere è saper leggere i segni dei tempi con “attenzione” per “non lasciarsi ingannare” dal pensiero del mondo che, infiltrandosi spesso anche nella Chiesa, pretende di parlare “nel nome” del Signore; esso legge il “tempo” che viviamo come “prossimo” a chissà quali “rivoluzioni” morali e “guerre” culturali, destinate ad inaugurare un mondo nuovo di pace e tolleranza. “Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo”, ammoniva l’allora Card. Ratzinger. 

Chi è stato riscattato dal Signore e vive ormai “crocifisso con Lui” è entrato nella “libertà dei figli di Dio che credono insieme nel Corpo di Cristo, e vedono così la realtà, e sono capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo” (Benedetto XVI). Per questo non siamo “terrorizzati” davanti alla storia, e non ci lasciamo “prendere dal panico” per la violenza culturale con cui il demonio vuol lavare il cervello a questa generazione; non rispondiamo con la stessa strategia mediatica a chi sta imponendo la distruzione della famiglia, della sessualità e della vita; non cadiamo nelle trappole affabulatorie per “seguire” la menzogna dei falsi profeti.

Vi è una chiave che "apre" all'intelligenza delle cose, ed è lo Spirito Santo. E' lo Spirito che attesta a San Paolo che in ogni città lo attendono le catene, la sofferenza e infine il martirio. E' lo stesso Spirito che illumina il Signore sul Suo cammino, che lo dirige e lo educa a poco a poco nella coscienza che c'è un "dover" andare a Gerusalemme, un "dover" essere riprovato, tradito e condannato. 

E' lo Spirito che sigilla nel cuore e nella mente del Signore la certezza dell'importanza assoluta e decisiva della Croce che lo attende, della tomba già preparata. Ed è lo Spirito che attesta al cuore di Gesù e della Vergine Maria l'unicità della Risurrezione, che nessuno capirà sino a che non ne sarà coinvolto personalmente per mezzo dello stesso Spirito.

Vi è come una linea di "dovere" nella vita del Signore, come nella storia di ciascun uomo, di ciascun popolo. Ed essa corre diritta verso la Croce e la Risurrezione, perché la storia reca in sé il seme del Mistero Pasquale del Signore. Satana non la pensa così, non ha il "pensiero" di Cristo, lo Spirito di Dio. Anche se a parlare e a sbraitare contro la Croce è Pietro: a lui Gesù griderà di retrocedere e di porsi alla sua sequela piuttosto di tentare di guidarne il cammino, perché ogni pensiero contrario alla Croce è di satana. Ed è un criterio fondamentale in me, come dentro i grandi eventi del mondo. Questa è la chiave, l'unica, capace di svelare il mistero della storia. In Medio Oriente come in Italia, in Giappone come in Spagna, nel mio ufficio, nella mia famiglia, nel mio intimo: la Croce gloriosa del Signore.


Sappiamo, per esperienza, di vivere nel “prima” dove Dio parla e agisce con i “segni” della Croce che, come un aratro, dissoda il terreno della storia perché vi sia seminata la salvezza. In essa il Signore ci abbraccia e ci “inchioda” alla “sua amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità” (Benedetto XVI), nella certezza che in ogni secondo è racchiuso il destino dell'umanità. Nella vita dell’unico “Io sono” - il nome con cui Gesù si rivela come Dio - vi è una linea rossa che, con “segni” concreti, gli rivela la “necessità” di “visitare” ogni Zaccheo “perduto”, perché la “salvezza entri nella casa” di tutti. Quando Dio visita un uomo addormentato e seduto sulla propria anima “è necessario che accadano” gli sconvolgimenti nella sua vita: non scandalizzatevi, i “terremoti, le carestie e le pestilenze” sono frutti del disordine di morte recati dal peccato, ma Dio non vi si oppone proprio perché ci ama e vuole svegliarci.

 Così i problemi e gli imprevisti in famiglia, al lavoro, a scuola; così la crisi del figlio e della fidanzata, la malattia e il licenziamento. Il male “deve” emergere “di luogo in luogo”, come il pus da una ferita, perché possa incontrare ancora e sempre il Medico che lo assuma trasformandolo in misericordia. Nelle “sollevazioni di popoli e regni” gli uni contro gli altri, appare la divisione seminata dal demonio, il peccato che ha reso nemici Adamo ed Eva, e poi, come un fiume in piena, tutti i loro figli, da Caino e Abele ad ogni generazione, sino a “distruggere” il vero Tempio, il corpo benedetto del Signore.

Vi è una fine che non è il fine che aspetta ogni cosa, ed è la fine che dischiude la vita celeste. In ogni evento, in ogni persona è inscritto il Mistero Pasquale del Signore, perché tutto è stato creato in Lui e per mezzo di Lui, e nulla sussiste se non in Lui. Rinunciare a Lui, allontanarsi dal Signore, è condannarsi alla totale cecità, a non vedere, non capire nulla della storia e delle persone. Con le conseguenze più drammatiche.



Le parole di Gesù oggi ci chiamano alla vigilanza. A non seguire nessuno che non sia Lui. Chiunque ci consiglia di scappare dalla croce, dalla storia concreta che ci è data, nasconde la presenza del demonio. Ci troviamo già nel combattimento decisivo. I segni sono davanti ai nostri occhi. Ma non è ancora la fine! Siamo figli della luce, sappiamo che il demonio è il principe di questo mondo, e i suoi figli sono in guerra con il Signore. Ogni certezza umana, comprese quelle religiose divenute routine separata dalla fede che si fa vita, sono destinate alla distruzione. Anche il Tempio, con ogni sua ricchezza. 


Il discernimento della Chiesa sa che gli edifici, per quanto belli e testimoni della fede di chi li ha progettati e costruiti, sono precari. Non bisogna restare a specchiarcisi come Narciso: era un giovane molto bello, del quale si innamorò perdutamente Eco, una ragazza splendida ma troppo loquace. Gli dei vollero punire questo suo difetto e la resero muta. Era capace di ripetere solo le ultime parole che le rivolgevano. Narciso non resistette a questo difetto della sua innamorata. Non la ritenne degna di lui e si chiuse nel suo egoismo, decidendo che non le avrebbe mai rivolto le parole "ti amo". Per questo Eco morì di crepacuore. Gli dei, quando si accorsero del dramma, condannarono Narciso a chiudersi sempre più in se stesso, e a innamorarsi della sua immagine. Al punto che, vedendola specchiata in un laghetto, volendola abbracciare rimase annegato nel fondo dello specchio d'acqua. 

Esattamente come accade a noi quando restiamo attratti dal nostro ego, per esaltarci o deprimerci. Incantati davanti alla nostra immagine, passiamo il tempo a pensare a noi stessi, ai pregi o ai difetti, e dimentichiamo Dio, che ci ha creati belli e perdonati mille volte per annunciare la bellezza del suo amore. E cominciamo a disprezzare chi ci è accanto, come i farisei innamorati della loro pretesa giustizia, come il popolo di Israele che credeva di non soccombere davanti alle potenze straniere solo in virtù della presenza del Tempio. E così non sappiamo più dire a nessuno "ti amo", perché invece di abbeverarci alla fonte dell'amore che è Dio, ci specchiamo nel nostro nulla sino a morirci affogati tra depressioni e crisi esistenziali. Non può dire "ti amo" a nessuno chi non sa dirgli prima "Dio ti ama". Così un marito o una moglie, un genitore, un fidanzato, un amico. Così la Chiesa, non può amare davvero se, prigioniera di se stessa, dei suoi schemi e progetti, non può amare il povero, il peccatore, il lontano perché ha smarrito l'amore di Dio. Vive di se stessa, non del suo Sposo. 
Attenti allora, in qualunque momento possiamo perdere la Grazia e la bellezza di Cristo che rifulge in noi, come nelle nostre comunità. Quando, infatti, le costruzioni di pietre, comprese le liturgie e le preghiere, non esprimono più lo stesso contenuto di fede e i cristiani non escono per gettarsi sino agli estremi confini della terra ad annunciare il Vangelo, crollano miseramente. Una cattedrale costruita in tanti anni, può essere distrutta da un terremoto, o divenire un museo o auditorium per concerti... Come accade alle nostre parrocchie senza zelo preoccupate di gestire l'esistente dimenticando la pecora perduta, sempre più vuote; come succede ai seminari, trasformati in bred and breakfast... Il rumore sordo delle “pietre” che cadono le une sopra le altre, annuncia però il mistero Pasquale di Gesù che “distrugge” ogni “spelonca di ladri”, esteriormente “bella” e degna di “ammirazione”, ma “piena di rapina e iniquità” al suo interno. Quelle pietre devono cadere perché giunga la purificazione che strappi i cristiani all'ipocrisia per ricondurli alla verità di una vita accordata con la fede adulta. 
Quelle pietre ci ricordano la pietra grande deposta sul pozzo di Sichem, che impediva a Rachele di far abbeverare il suo gregge, pesante come quella che serrava il sepolcro del Signore. Un midrash ci racconta che "una rugiada di risurrezione discese dai cieli su Giacobbe rendendolo coraggioso e forte. Grazie a questa potenzarotolò la pietra dalla bocca del pozzo, e le acque salirono dalle profondità, traboccarono e inondarono. I pastori stavano in piedi, stupefatti, perché non era più necessario il secchio per attingere". Con la stessa potenza il Signore è risorto dal sepolcro facendone rotolare via la pietra. 
Per questo, i cumuli di pietre in cui si riducono le opere delle mani dell’uomo sono i “segni” che decretano la “fine” di ogni sapienza della carne perché non sia più necessaria per attingere scampoli di felicità; ma annunciano contemporaneamente il fine della vita di ogni uomo, la vita eterna conquistataci da Cristo. Dietro ad ogni “fatto terrificante” e ai “segni grandi dal cielo” che sconvolgono la storia e la nostra vita, vi è il Signore "forte e coraggioso" che sta rovesciando di nuovo la pietra che ci tiene prigionieri nella tomba, per aprire un varco affinché la sua vittoria sulla morte giunga sino a noi e a chi Dio lega alla nostra vicenda, come acqua che "trabocca" di vita. E’ Lui che, a tutti noi assetati d’amore e verità, attraverso la forza dei fatti che per il mondo significano solo distruzione, rivela il potere del suo amore che dischiude, come fece Giacobbe innamorato di Rachele, il pozzo dove “dissetarci con gioia dell’acqua viva dello Spirito Santo che zampilla sino alla vita eterna”.



Per questo Gesù ci ha annunciato che il Padre cerca adoratori in Spirito e Verità. La Chiesa è molto più degli edifici, anche di quelli magnifici che esprimono la fede di una generazione. La bellezza di una cattedrale gotica, o di un'icona del XIV secolo è nulla in confronto a un cristiano che offre la sua vita per il nemico. La bellezza che salverà il mondo brilla sul volto del Servo di Yahwè, incarnato nella sua Chiesa pellegrina nella storia. 

La chiesa è la comunione tra i fratelli, l'amore celeste che li unisce. Fratelli che si perdonano, che ricominciano ogni giorno in virtù della risurrezione del Signore: è questo il Tempio non costruito da mani di uomo, il corpo vivo di Cristo nella storia. Ammirarlo apre alla salvezza. Le chiese e l'arte hanno sempre espresso questo contenuto d'amore. Quando l'ammirazione si ferma alle pietre è vana. Se costruiamo templi perché siano ammirati li vedremmo ridotti un cumulo di pietre. 




Il ministero presbiterale, il matrimoni, lo studio, il lavoro, vissute in Cristo sono opere d'arte che mostrano il voto di Dio. Edificati per noi stessi, per vanagloria, si corrompono. Perché tutto ciò che non è edificato sulla Pietra scartata dai costruttori esprime il vuoto, per quanto esteticamente bello possa apparire. La sessualità ad esempio, se non esprime il contenuto di un amore fatto dono totale, è un tempio costruito per essere distrutto. Non resterà nulla di quell'amplesso che non sorge dall'amore autentico, sigillato dal sacramento, che fa dei due una carne sola. Laddove non vi è l'offerta di se stessi, nella mente e nel cuore prima ancora che nel corpo, nella conseguente apertura alla vita che Dio potrebbe donare, l'unione sessuale resta come un bel Tempio edificato per adorare se stessi. E non resterà nulla perché Dio distruggerà chi distrugge il suo Tempio che Cristo vivo in ogni uomo. 

Ma il Signore anche oggi passa nella nostra vita, Lui, il vero Tempio già ricostruito che cerca ciascuno di noi, anche nella nostra cecità, per ridonarci la vista, e con essa la vita. La vita in Lui dentro la storia di ogni giorno. La certezza che, come diceva San Francesco, è "morendo che si resuscita a vita nuova", con uno sguardo pieno di benedizione sul passato, di stupore sul presente, di speranza sul futuro. "Deve" morire il chicco per non restar solo, "devono" accadere tanti fatti "crocifissi" nella nostra vita, ma la speranza non delude, perché il suo amore è stato riversato nei nostri cuori. Perché Cristo ha sollevato la pietra di ogni nostro sepolcro.



Lunedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario





Tutto


Per il «superfluo» non di rado occupiamo le nostre migliore energie, dando importanza agli aspetti marginali della vita, mentre fluiamo sull’essenziale e fondamentale, secondo l'etimologia latina del termine «superfluus», composto da «super» - «sopra» - e «fluus» (da «fluere») - «scorrere». Marginali e «inutili», secondo un altro significato del termine, sono, ad esempio le passioni civili così trendy e quelle sentimentali che, negli sconvolgimenti ormonali, incendiano il cuore; quando catturano la scena dell’esistenza diventandone i protagonisti «assoluti», stringono anima, mente e cuore in un cappio mortale senza recare altro «utile» che l’insoddisfazione e l’ira giustiziera che ne consegue. Al Tempio, i ricchi «gettano» a Dio il loro «superfluo». Essi sono immagine di chi idolatra il proprio impegno e le proprie pretese virtù nell’illusione di darsi agli altri e agli ideali, solo perché assorbono forze, entusiasmi e tempo, ma è incapace di consegnare, oltre la superficie, la «propria vita». La libido, infatti, è attratta irresistibilmente da ciò che ci costruisce, «innalza» e sembra appagare, mentre la paura di morire impedisce di donarci senza riserve. Non è un caso che il contrasto evidenziato dal Signore sia tra una «una povera vedova» e «alcuni ricchi»: essi sono come sposi adulteri perché idolatri. Con le «loro offerte» non si mettono in gioco: impegnando solo il «superfluo» rivelano come i loro rapporti siano chiusi nell’egoismo che tradisce Dio e il prossimo nell'immagine falsa dell'impegno volontaristico. Non si fidano di nessuno perché non conoscono l’amore gratuito, e così offrono, e a caro prezzo, solo quella parte di se stessi che non li espone ai rischi di un impegno autentico e totale, cercando con essa di servirsi di Dio e del prossimo. Tra il «superfluo» e la propria «ricchezza» vi è come un anticoncezionale che li protegge da eventi imprevisti; come accade nei rapporti sessuali chiusi alla vita, pre o post matrimoniali: ci si illude di poter piegare la storia e gli affetti secondo le passioni della carne, traendone una momentanea soddisfazione, senza accorgersi di sciupare così nella sterilità la propria vita e quella degli altri. La «vedova», invece, è fedele al suo unico Sposo. Entra nel Tempio appena purificato dal Signore con la stessa certezza che aveva accompagnato Abramo mentre saliva al Moria per sacrificare il suo unico figlio: il «Dio dei vivi» che poteva risuscitare i morti e non aveva sottratto Isacco a suo padre, le avrebbe restituito, moltiplicato, «tutto quello che aveva per vivere» e che si accingeva a offrire. Giunge al Tempio spogliata d'ogni «superfluo», come l’«ultima nella società», secondo l'originale greco reso nella traduzione con «nella sua miseria». Senza alcuna sicurezza, ha solo quei «due spiccioli» tra le mani: «due» come lei e il suo Sposo uniti in una stessa carne e in un solo spirito; nulla più di quell’amore esclusivo, l’unico capace di farla «vivere». E’ «vedova», segno profetico di chi vive già ogni relazione come i «figli della risurrezione», al di là dell’egoismo carnale. La storia l’ha resa come «un angelo del cielo» che sulla terra non ha più nulla capace di soddisfarla. Anela all’unica cosa «cosa necessaria», il compimento dell’amore con il quale Cristo l’ha sposata, del quale ha sperimentato le primizie. Per questo «getta le due monete» nel tesoro del Tempio, restituendo a Dio la vita da Lui ricevuta, unita al sacrificio di Cristo che ha «gettato» la propria nella morte per riscattarla e farla sua sposa per l’eternità; ella è certa che, proprio donandosi, vedrà compiute le sue nozze come una pietra preziosa incastonata nel Tempio della Gerusalemme celeste. L’amore autentico, infatti, è sempre aperto alla vita che non muore, una profezia escatologica che rivela il Cielo, perché la vita vera, piena e autentica sgorga solo dall’intimità fedele e totale con Cristo. Mentre le «offerte dei ricchi» avranno certamente catturato l’attenzione e il plauso di tutti, nessuno si sarà accorto dei due spiccioli «deposti» dalla «vedova». Ella è lontana dagli sguardi e dalla gloria vana di questo mondo, vive d’amore nel «segreto della sua stanza» nuziale: solo lo Sposo può vederla nuda e abbandonata a Lui. Anche noi siamo chiamati a non aver paura di consegnarci a Dio uniti a Cristo in un rapporto vissuto come un segreto che nessuno può sapere, forse senza apparente significato o valore umano. Così è il dono perseverante di tutta la vita, l'offerta delle piccole cose che la costituiscono; non si tratta di grandi gesti «superflui», ma della «fedeltà nel poco», lo «spicciolo» che costituisce oggi la nostra vita da offrire insieme a Cristo: è Lui che tesse ogni filo della nostra esistenza, anche quello che sembra non avere capo né coda, per farne un drappeggio meraviglioso. Se «gettata» con il Signore e «deposta» nel «tesoro» del suo amore, questa giornata ha dunque, istante per istante, un valore infinito, come uno spicciolo d’oro incorruttibile che risplende già per l’eternità, accanto a Cristo e a tutti coloro che, per mezzo del sacrificio silenzioso di noi stessi, saranno accolti in Cielo: sappiamo infatti che «Dio non esige il valore del metallo luccicante, ma quell'oro che nel giorno del giudizio il fuoco non può consumare» (S. Ambrogio).





L'ANNUNCIO
In quel tempo, mentre era nel tempio, Gesù, alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una povera vedova che vi gettava due spiccioli e disse: “In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere”.
 (Dal Vangelo secondo Luca 21, 1-4)







Il superfluo è esattamente la zona della vita dove passiamo la maggior parte del nostro tempo e per la quale occupiamo le nostre migliore energie e risorse. Francamente, il superfluo, tutto ciò che è periferico a quel che davvero conta, tutto quello che è laterale alla tremenda serietà della vita, questo davvero ci appassiona e ci trascina. Facciamo surf sulle onde della vita,  fluiamo sopra gli eventi e le relazioni, non vi entriamo mai realmente, secondo l'etimologia latina del termine superfluus composto di super - "sopra" - e fluus da fluere - "scorrere"-. 

L'illusione di essere vivi e di vivere fino in fondo le cose, ha quasi sempre il sopravvento su ogni timido tentativo di prendere seriamente la vita tra le mani e chiedersi per quale motivo ci vien data e per che cosa valga la pena viverla. I cosiddetti amori travolgenti, passionali, dove il cuore in gola acceso da uno sconvolgimento ormonale cattura tutta la scena e diventa l'assoluto protagonista dell'esistenza; o qualunque altra "passione", civile, sportiva, culturale, religiosa, perché no?, al diventare "assolute" stringono mortalmente le anime, le menti e i cuori in un cappio mortale. La menzogna del superfluo, del marginale che assurge ad assoluto. Il superfluo che diventa il motore dell'esistenza.



Attenzione, il superfluo non è un male, anzi, fa parte della vita, ma è come la terra che gira intorno il sole, non è il centro e il fondamento dell'esistenza. E' "super", è lo stesso "di più" che il Signore ha miracolosamente moltiplicato. E' l'abbondanza che Dio non disdegna, anzi, al punto che in tutta la letteratura profetica e sapienziale il "superfluo" - cheetimologicamente, si può anche leggere traboccante, che scorre sopra il livello -  l'abbondanza, sono segni dell'ormai avvenuta era messianica. Ma porre il superfluo come centro della vita è rovesciare la verità delle cose in menzogna, scambiare il frutto con l'albero, il Creatore con la creatura. "Voi mi cercate non perché avete visto dei segni - i pani moltiplicati e avanzati, al punto di divenire "superflui" - ma perché avete mangiato e vi siete saziati" diceva il Signore a Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani. E' idolatria. E' la fonte della più grande sofferenza. E' la porta della solitudine.

Al Tempio, i ricchi, i tronfi che credono di possedere e invece sono così stolti da aver perso la bussola e smarrito il centro e il senso dell'esistenza, gettano del loro superfluo. Come Caino, riconoscono al Signore una parte minima della loro esistenza, e neanche la migliore. E superfluo può voler dire anche inutile, che non serve, come il grasso superfluo, le parole superflue... Essi sono immagini di tutti noi che viviamo una vita in superficie e in superficie viviamo il rapporto con il Signore. La vedova invece, è ormai priva di tutto, ha terminato il suo cammino di fede attraverso la spoliazione d'ogni superfluo, non le rimane che l'"essenziale" per vivere. La vedova non ha nulla sulla terra. 

Anche i beni messianici, anche l'abbondanza delle benedizioni celesti sembrano essere scomparse: il marito, i figli, nessuno più. Nuda con due centesimi. Tutta la sua vita. Ha gettato tutta la sua vita nel tesoro del Tempio, nel cuore di Cristo. Non consegna al Signore il superfluo, i pani avanzati, il segno del suo amore in lei; ella consegna la sua vita colmata, risanata. Ella consegna i talenti moltiplicati, la sua vita e l'opera di Dio; non conserva nulla, non difende, perché ormai in lei è tutto rigenerato, ordinato, pacificato. In questa vedova si compie lo Shemà, ella ama con tutta la sua mente, con tutto il suo cuore, con tutte le sue forze.


Gesù registra un dato, non loda l'aspetto morale della vicenda, la generosità della vedova: solo chi ha camminato nella fede sino a non avere più nessuna sicurezza su questa terra, solo la vedova, l'"ultima" nella società (secondo la traduzione della parola greca "sua povertà" che appare nel Vangelo), solo chi dalla periferia della vita è stato condotto al centro dove si gioca il destino dell'esistenza, solo chi ha percorso il cammino in discesa che conduce alle acque battesimali, può "gettare", consegnare, perdere la sua vita. Tutta. 

Perderla non in un senso moralista e volontarista. Perderla perché è già del Signore, perdere e gettare via l'appropriazione di quel che non è nostro e che ci è stato affidato. Gettare i due spiccioli nel tesoro del Tempio significa riconsegnare a Dio ciò che è suo da sempre. Significa accogliere la verità sulla nostra povertà, sul nostro non poter fare nulla senza di Lui. Significa gettarsi tra le sue braccia, consegnargli la totale precarietà che costituisce la nostra vita.




Perdere la nostra vita nel Signore è riaverla moltiplicata eternamente. Come Cristo ha gettato e consegnato per noi la Sua vita, tutta, nel tesoro del suo tempio che siamo noi. La Sua vita in noi, completamente, perché la nostra vita sia in Lui, altrettanto completamente. Questo è vivere la vita sino in fondo, al suo centro e autenticamente. Una vita d'amore.

La vedova offre lontana dagli sguardi umani, dalla gloria vana di questo mondo. Ella vive per Dio! Il suo rapporto con Lui è un segreto che nessuno poteva conoscere, non ha apparente significato, non ha valore umano. E' come il piccolo seme gettato in terra, che rimane celato agli occhi umani. Così è il dono di tutta la vita, l'offerta delle piccole cose che la costituiscono; non sono i grandi gesti, fatti magari suonando la tromba o facendo sentire l'eco delle monete che scendono... è la fedeltà nel poco, che non significa quantità, ma il poco che siamo, il piccolo spicciolo che costituisce oggi la nostra vita: il lavoro e la sua routine che non ci piace, la stanchezza del marito, il nervosismo della moglie, il carattere del figlio, il mal di denti, il traffico, il non potersi comprare qualcosa o non poter dare ai figli quello che desiderano... 




Offrire tutto se stessi, giorno dopo giorno, nel tesoro del Tempio è farsi un tesoro nel Cielo di cui il Tempio terreno è immagine. Ma il nuovo Tempio è Cristo. Quindi dare offerte al Tempio è vivere già nel Cielo. Proprio all'ultimo posto, sconosciuti, come in un convento di clausura; eppure quelle due monete "restituite a Dio" come i Talenti, producono un frutto impressionante, proprio alle persone vicine e anche lontane. I missionari si muovono grazie alle preghiere dei conventi, l'offerta silenziosa delle sofferenze dei malati. Le nostre offerte. 

E allora, nel segreto dell'apparente insignificanza, possiamo prendere il mappamondo, girarlo e andare in un istante in qualunque parte del mondo, perché è come mettere la nostra vita in un satellite che rimanda l'immagine presa in diretta nel nostro posto di ora, nella sofferenza, e poi "vista" all'altra parte del mondo, fa frutto dall'altra parte del mondo, come al nostro fianco. Il satellite è il corpo glorioso di Cristo a cui associamo e offriamo la vita perché la presenti al Padre e faccia piovere la Grazia. Siamo ogni istante "in diretta", come un Reality segreto, dove tutta la nostra vita diviene immagine di Dio, salvezza per ogni uomo.







αποφθεγμα Apoftegma




Non voglio ammassare meriti per il cielo; 
voglio lavorare solo per il tuo Amore, 
nell'unico desiderio di farti piacere, 
di consolare il tuo sacro Cuore 
e di salvare anime che ti ameranno per sempre.
Al tramonto di questa vita, 
mi presenterò a Te, o Signore, 
con le mani vuote, 
perché non voglio domandarti di cantare le mie opere... 
Tutta la nostra giustizia si presenta macchiata ai tuoi occhi. 
Voglio rivestirmi dunque della tua Giustizia 
e ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Tè. 
Non voglio altro Trono o altra Corona se non Tè, o mio Diletto!...

S. Teresa di Lisieux