Giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario








L'ANNUNCIO
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure». «Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va in pace!».
 (Dal Vangelo secondo Luca 7,36-50)







Come al fariseo Simone il Signore oggi "ha qualcosa da dirci". Ci vuol parlare dell'amore. E, invece di dissertare e proporre slogan, racconta fatti, gesti e atteggiamenti che i suoi occhi hanno appena visto. Soprattutto ci mostra le lacrime. In poche parole, e una donna tra le peggiori, Gesù ci dice che cosa è l'amore. Quello autentico, reale, e, soprattutto, possibile all'uomo. Non c'entra nulla la passione, il sentimento narrato e cantato, filmato e postato sui social networks. Come scriveva San Paolo, tutto quello che sembra amore, e di quello magnifico e sorprendente come gettarsi nelle fiamme o donare tutti i beni, è pura vanità se non ha il timbro della carità... Per questo, con l'amore c'entra invece il peccato, e la carità di Cristo che è l'unica che può perdonarlo. Con l'amore c'entra il peccato originale del quale ci si è sbarazzati troppo presto, ingessati come siamo nella stessa ipocrita certezza di impeccabilità di Simone. Invece il peccato esiste, eccome. 


La "peccatrice di quella città" è immagine di ogni abitante di quella città; narra il Libro della Genesi che gli uomini, "emigrando dall'oriente capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono... Si dissero l'un l'altro: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (Gen. 11,2-4). Allontanandosi da Dio Oriente di luce perché gli uomini possano orientarsi nelle vicende della vita, gli uomini si "stabiliscono" e si "costruiscono una città e una torre". Lasciano di essere nomadi e itineranti, ovvero abbandonati all'amore provvidente di Dio, e con le proprie forze cercano di farsi un nome senza Dio. Anzi, costruendo una città ben installata smettono di camminare e cercano di assaltare il Cielo, di innalzarsi e diventare come Dio. E' il peccato di Adamo ed Eva, la superbia che sostituisce l'io a Dio. La "peccatrice di quella città" altri non è che tu ed io, e ogni uomo installatosi nei beni e sedutosi sulla propria anima. Era nota, famosa, e molti ne avevano approfittato: era un segno, come uno specchio nel quale tutti potevano vedere il proprio orgoglio e il proprio cuore adultero e idolatra. Ebbene questa donna diventa l'immagine più fedele dell'amore, perché esso può sgorgare solo dalla verità che si fa umiltà distillata in lacrime di pentimento. 

Questa donna è, per questo, immagine dell'anima che non si illude, e sa che non può amare perché "peccatrice". E' come l'emoroissa che non può far nulla per fermare l'emorragia, come il figlio prodigo che non ha nulla e sente fame e rammenta l'abbondanza di casa. Questa donna sa che solo inginocchiata ai piedi di Gesù e piangendo i propri peccati può sperimentare la carità che è mancata alla sua vita e al suo amore adultero e di prostituta; sa che solo in essa può ritrovare la dignità e l'identità perdute. Esiste il peccato, e nessuno può amare superando la carne. 


Abbiamo solo le lacrime con le quali abbandonarci alla misericordia di Dio; esse sono l'unico linguaggio possibile per uscire dal nostro orgoglio, e dire a Gesù che lo amiamo, così come siamo e possiamo, con quello che abbiamo, il pentimento e le sue lacrime. Come quelle di Pietro, traditore e apostata, con la carne peccatrice trapassata e perdonata dallo sguardo misericordioso di Gesù. Chissà, forse questa donna avrà incrociato lo stesso sguardo, da dietro la folla, nascosta e tremante. E ora era ai suoi piedi, sperando che le sue lacrime scivolate sui piedi di Gesù possano introdurla nel suo cuore, dove essere liberata per "andare in pace". L'amore vero e reale e possibile a te e a me oggi non può che essere bagnato dalle lacrime. Di nessun altro nel Vangelo il Signore ha mostrato l'amore - ponendolo addirittura come esempio - se non quello della donna del Vangelo di oggi. Così anche noi oggi possiamo versare le lacrime su Gesù supplicando la carità che può trasformare il nostro amore limitato al pentimento in dono e perdono che oltrepassa la soglia della morte e del peccato.

I fatti con i quali oggi il Signore ci parla dimostrano inequivocabilmente le due possibili relazioni con Lui. Una supponente, che lo cerca sì, e lo invita a pranzo, addirittura pregandolo di condividere la mensa, ma con il cuore lontano. L'atteggiamento di Simone, che si ferma sulla soglia dell'intimità, che resta imprigionato nella sua pretesa giustizia di fariseo, in quella sottile e subdola certezza che la visita in fondo gli sia dovuta, quasi un tributo. Il suo cuore non si stacca dal suo io, nessuna lacrima solca il suo viso, crede di conoscersi ed invece è prigioniero della menzogna. E giudica, appoggiandosi sulla propria conoscenza delle Scritture, guidato solo dai propri criteri, quelli fondati su regole e "precetti di uomini" buoni solo ad ingrassare l'uomo vecchio, accecato nell'orgoglio. Simone è con Gesù a mensa, ma è puro formalismo, ed il suo ego lo catapulta in una posizione di superiorità e sufficienza che gli fa dimenticare anche le regole elementari dell'accoglienza. Crede di compiere la Legge e i precetti, ma tralascia l'essenziale che è l'accoglienza di un ospite, con i riti che qualunque ebreo era solito compiere; neanche questa semplice attenzione aveva, neanche il minimo.... Parla con parole carnali, pensa con pensieri mondani, e il suo rapporto con Cristo rimane superficiale.Non può immaginare che Gesù conosca il cuore, e sappia intercettarvi l'umiltà nascosta tra i peccati e l'arroganza mascherata di perbenismo.


Gesù sa perfettamente "chi e che specie di donna è quella che lo sta toccando": è "una peccatrice", come Simone, ma, a differenza di questi che, pur avendolo a casa gli resta indifferente, lo "tocca" per amore: lo "tocca" per consegnargli la sua impurezza... E' la "specie" di donna che piace a Gesù... Di donne come Lui Egli si innamora perdutamente, pazzo di tenerezza da riversare su tante ferite... Immonda e indegna, che il solo toccarla infetta e rende impuri. Lei lo sa, conosce la propria assoluta indegnità, i peccati sono lì, tra le sue mani, evidenti. E un dolore acuto a percuoterle il petto, un'angoscia mortale. Questa donna ha toccato la morte. "Cinquecento denari di debito", non basterebbe una vita a restituirli. Lei sa che non ha amore a sufficienza per riparare al non amore che ha seminato morte nella sua vita e in quella di tanti altri. Non basterebbero lavoro e fatica, neanche sfiancarsi tutti i giorni che le rimangono sarebbe sufficiente a rifondere il debito. Non ha altro che le lacrime, e proprio quelle sono, per Gesù nostro "creditore", il debito che possiamo restituire. E' inutile cercare di rabberciare le situazioni e di restituire quello che ormai abbiamo sottratto. Certe situazioni sono passate, certe occasioni di amare non tornano più. Però possiamo piangere ai piedi di Gesù, implorando che sia Lui a perdonare e donare la "pace" laddove abbiamo innescato guerre, e ripiani Lui per noi il debito contratto con i nostri "creditori".  

Per questo la donna non resiste, e, nonostante sappia di non potersi avvicinare a Gesù, "si avvicinò dunque non al capo, ma ai piedi del Signore; lei che aveva a lungo battuto la strada del vizio, cercava di seguire le orme segnate dai piedi santi del Signore. Cominciò a versare lacrime, che sono come il sangue del cuore, quindi lavò i piedi del Signore con l'umile confessione dei propri peccati" (S. Agostino). E
 dal fondo del dolore e del pentimento, la "fede" - ovvero il cammino che l'aveva condotta sino a quel pezzo di terra ai piedi di Gesù come al fonte battesimale, con la speranza che l'impossibile di una vita nuova potesse divenire possibile - la spinge ad inginocchiarsi dinanzi a Lui. A differenza degli altri "commensali" che "cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?»" lei non si chiede chi sia. Lei non ha tempo per pensare, deve inginocchiarsi, piangere e spandere la sua vita su quei piedi che hanno condotto Dio così vicino ai suoi peccati. Gli occhi della sua anima guardano Gesù, e lo vedono adagiato a mensa e ne intuiscono il destino, il sepolcro nel quale sarebbe adagiato, la tomba nella quale ella stessa giace a causa dei propri peccati. Gli occhi di questa donna vedono oltre, e, come la Maddalena al mattino di Pasqua, contemplano la vittoria sulla morte di Gesù, la pietra rovesciata e il suo sorgere dal sepolcro. Lei conosce quel sepolcro, per questo, con l'audacia figlia dell'amore, cerca Colui che, solo, può spalancare la sua tomba e ridonarle la libertà. E, ai piedi di Gesù, sperimenterà il perdono, "la pace" nella quale "andare", il frutto squisito del Regno dei Cieli donato agli apostoli da Cristo risorto. Le sue lacrime hanno toccato il cuore di Gesù di un amore puro, e, scese sui suoi piedi, li hanno mossi ad entrare nel suo sepolcro e a dischiuderle le porte alla libertà e alla vita.

La compunzione, quella trafittura che prende il cuore e lo lacera nel pentimento è la fonte dell'amore. La verità che si fa umiltà e mendicanza di misericordia schiude il cuore all'intimità. E' paradossale ma è così. L'amore vero sorge sempre da un cuore che mendica misericordia nella consapevolezza della propria indegnità. Un cuore umile incapace di esigere, chinato a ricevere le briciole come la Cananea, certa che un solo frammento di quell'amore è capace di colmare ogni fame. E' il cuore che sa di non avere altra possibilità, che riconosce in Cristo l'unico che non si scandalizza, Dio fatto carne perché la carne più corrotta possa essere trasformata in Dio. "Ama di più" chi ha più bisogno d'amore, e per questo piange e si fa audace e spende tutto se stesso e ogni suo bene pur di conoscerlo e riceverlo. "Ama di più" chi ha compreso di non avere neanche un frammento d'amore e si inginocchia piangendo per supplicare dall'Amore fatto carne quella briciola con cui potrebbe amare. 


Cosa ci manca per avere questo cuore? Perché siamo ancora così stolti da ritenerci giusti? Ancora non abbiamo compreso che, in molti, forse in tutti i casi, sono le lacrime ad avere partite vinta. Lacrime di moglie a scorrere sui piedi del marito, e lacrime di marito a scorrere sui piedi della moglie. Oggi, nel bel mezzo di una lite che si protrae da settimane, prender su e inginocchiarsi, senza parole, di fronte al fratello, coniuge, genitore o figlio che sia, e cominciare a piangere nel ricordo struggente dei nostri peccati. Solo la memoria che non fa sconti sulla verità sul nostro passato e sulla debolezza del nostro cuore può far sgorgare lacrime di pentimento autentico. Saranno queste lacrime a cancellare il ricordo dei peccati del prossimo, e a purificare ogni relazione. E accanto alle lacrime l'olio prezioso e profumato, i nostri beni - tutti perché no? - e quanto abbiamo di più importante, forse il tempo, i criteri, i progetti... noi stessi finalmente offerti al fratello. La conversione, infatti, spazza via idolatria e avarizia, e ci fa liberi per amare d'amor puro che non cerca contraccambio, e ci fa consegnare all'altro gratuitamente e senza misura. 

Non dimentichiamolo mai, di fronte a noi vi è Cristo, adagiato nella carne e nella vita del fratello. Anche quando l'altro ci è nemico, in lui vi è Cristo fatto peccato nei suoi peccati, così come nei nostri. Allora, come la "peccatrice di quella città", anche noi peccatori delle nostre città possiamo con fiducia prostrarci ai piedi di Cristo che viene a visitarci attraverso il fratello, nel luogo e nel momento che non ci aspetteremo. Non temiamo nulla se non la superbia, e gettiamoci ai piedi del fratello: incontreremo in lui lo sguardo d'amore e di perdono di Gesù. Impareremo così che la comunione autentica tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli, nasce solo dalle lacrime versate insieme e dalla comune debolezza accolta e amata da Cristo.  


Siamo alle fonti del cristianesimo. Non esiste vita spirituale laddove non è scoccata la scintilla di un incontro tra le lacrime e il perdono. La coscienza del proprio peccato e la consapevolezza dell'indegnità ha condotto, misteriosamente, questa donna ad inginocchiarsi dinanzi a Gesù. L'inganno della superbia di Simone invece, lo allontana e lo fa precipitare in un abisso ben più grave dei peccati commessi da questa peccatrice. L'orgoglio infatti getta nell'abisso del non-amore, dell'ipocrisia che sbarra la strada alla misericordia, e dove non c'è amore a Cristo regna la morte. Tra Dio e l'uomo, tra Gesù e ciascuno di noi vi è una sola relazione possibile: l'amore. Amore che si fa lacrime di compunzione nell'uomo e Parole di perdono in Dio. E questo è capace di fare della più grande peccatrice di ogni città, di te e di me, un uomo nuovo, capace di inginocchiarsi dinanzi agli altri per lavare loro i piedi. Gesù, infatti, era presente in quella donna che, profeticamente, per amore, si era prostrata ai suoi piedi. Era Lui che, prima ancora di ogni suo gesto, si era abbassato più in basso di lei, prendendo il rifiuto, il disprezzo, contaminandosi, per amore, con i suoi peccati. Lui le avrebbe lavato i piedi, unendola a sé sino a farne un altro se stesso; in questo gesto che abbraccia le lacrime della donna e l'annientamento di Gesù appare la donna nuova, la Chiesa, Madre che rigenera ogni peccatore nelle sue viscere colme di lacrime misericordiose. 


APPROFONDIMENTI






αποφθεγμα Apoftegma




Chi non potrebbe essere raggiunto dalla misericordia di Cristo, 
se lui, per salvare una peccatrice, accettò l'invito di un fariseo? 
A causa di quella donna affamata di perdono, 
vuole in prima persona avere fame della mensa di Simone il fariseo, 
mentre sotto le apparenze di una mensa di pane, 
aveva preparato, per la peccatrice, la mensa del pentimento.



Omelie anonime sulla peccatrice

Mercoledì della XXIV settimana del Tempo Ordinario


"Santa Trinità" dell’inizio del IX secolo nella chiesa di Urschalling, vicino a Prien, in Bavaria






L'ANNUNCIO
A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? 
Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto! 
E' venuto infatti Giovanni il Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: Ha un demonio. 
E' venuto il Figlio dell'uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. 
Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli». 
 
 (Dal Vangelo secondo 
Luca 7,31-35)


Giovanni Battista

Stolti o sapienti, non si può restare nel mezzo. O siamo "figli" della Sapienza rinati nella misericordia di Dio, o figli della stoltezza, eternamente bambini che non sanno far altro che giocare e passare il tempo tra capricci e mormorazioni. Allora, siamo i figli di "questa generazione", o siamo i figli di una "nuova generazione", che non procede da carne e sangue ma dalla Sapienza della Croce? In essa è rivelato l'amore di Dio, la sua infinita pazienza e lo zelo pieno di compassione con il quale cerca ogni uomo. Il suo amore non resta invischiato negli schemi. Pur di salvare una persona si fa musica da ballare o lamento da piangere. 

Non lo abbiamo sperimentato nella nostra vita? Quante volte il Signore ci ha raggiunto sui cammini nei quali ci eravamo perduti. Dio è così! Dio entra nelle discoteche pur di salvare un ragazzo che, ballando si sballa e butta la sua vita. Dio non lo ferma niente e nessuno! Vengono in mente le parole ripetute dagli ultimi tre Pontefici: di fronte alle sfide della Nuova Evangelizzazione essi hanno insistito sulla necessità di una "creatività pastorale", perché anche la Chiesa non si fermi dinanzi alle difficoltà. Incontrando i presbiteri della Diocesi di Roma Papa Francesco sottolineava che bisogna "cercare la strada perché il Vangelo sia annunciato, anche se questo non è facile". La creatività, infatti, "non è soltanto cambiare le cose. Essa viene dallo Spirito e si fa con la preghiera e si fa parlando con i fedeli, con la gente". Non bisogna dunque aver paura, ma uscire proprio nelle "piazze" dove si raduna una generazione bambina, che ha bisogno di essere raggiunta laddove si trova, fosse anche, e spessissimo lo è, impigliata nei capricci.

Scriveva S. Ireneo che "Cristo, nella sua venuta, ha portato con sé tutta la novità" (S. Ireneo, Adversus haereses, IV, 34, 1). Ma come far giungere "tutta la novità" al collega, al cugino, forse anche ai figli che, incapaci di assumersi responsabilità, galleggiano sulla vita seguendo gli istinti e le concupiscenze? Innanzi tutto facendo memoria della nostra stessa esperienza. Dove ci è venuto a cercare il Signore? Come ci ha parlato? Come ha vinto la nostra durezza e la nostra superficialità? Con amore infinito e pazienza smisurata. E' entrato nella nostra vita, si è fatto nostro compagno sul cammino, si è sporcato, è venuto con noi, anche laddove abbiamo deciso di peccare. Non ci ha lasciati soli mentre ci dimenticavamo di Lui. Si è fatto peccato! Ah, ma questo è scandaloso! Sì, lo è, perché scandaloso è stato il nostro cuore, scandalosi i nostri peccati. Scandaloso l'esito della nostra vita lontana da Lui.

Sopra: Gesù chiama i discepoli. Sotto: predicazione di Giovanni Battista


Per questo, come Davide quando, nella gioia immensa di aver recuperato l'Arca, danza mezzo nudo senza vergogna davanti al Popolo, Gesù non ha avuto remore nel farsi giudicare come un "mangione e un beone" o come un "indemoniato". Non ha considerato un tesoro geloso la sua natura divina, ma si è fatto l'ultimo, obbediente ala volontà del Padre che lo spingeva nei bassifondi della storia, fin giù negli inferi. Lo ha fatto per noi, per te e per me, bambini capricciosi, sempre attaccati alla carne dalla quale abbiamo creduto di mungere la vita. Sesso, oggetti, vacanze, denaro, potere e prestigio, successo e visibilità, ecco i prodotti acquistati nelle nostre "piazze". E in mezzo al commercio che non ci ha mai arricchiti è giunta la sua Parola: quella seria e dura della verità che illumina i peccati, come "un lamento" nel quale avremmo potuto deporre le nostre lacrime. E quella dolce e compassionevole della misericordia, come di "un flauto" sulle cui note avremmo potuto danzare di gioia e gratitudine. Giovanni e Gesù: la Legge che rischiara e svela la realtà riportandola alla luce da sotto la crosta d'ipocrisia con cui l'abbiamo occultata, mettendo in ordine ciò che abbiamo messo in disordine. E la compassione che tocca l'impuro, che si fa samaritano pur di farsi prossimo di ogni eretico; che entra nelle case grondanti giudizi, perversioni, falsità, e si siede accanto ai peccatori che hanno infranto la Legge, per scriverla nei loro cuori risanati. Ma forse non abbiamo accolto né l'una né l'altra, schiavi del nostro orgoglio capriccioso.


Icona della Sapienza

E allora ecco la Croce, la "giustizia" che, sola, può salvare chi ha rifiutato ogni altra salvezza. E' la Sapienza che spazza via ogni tentativo della carne di saziare e dare ragioni che non può dare, perché giustifica chi non sarebbe giustificabile in alcun modo. Ecco Cristo crocifisso, eccolo farsi peccato nell'amore sino alla fine che l'ha unito al Padre. Ecco la Sapienza crocifissa, ecco lo Spirito Santo, dolce soffio che ci ha consegnato il perdono e la rigenerazione. Non a caso lo Spirito Santo è stato raffigurato dalla Tradizione come una colomba, mentre in ebraico il termine "ruah" è femminile; quasi una figura femminile, dunque, materna. Sì, la Sapienza è una madre che rigenera e dà alla luce i suoi figli che ne testimonieranno la "giustizia". Ecco il culmine inaspettato della "creatività coraggiosa" di Dio, quella alla quale Papa Francesco ha chiamato i suoi preti e la Chiesa. Sposa e Madre crocifissa con il suo Sposo e Figlio, è lei che annunciando il Vangelo genera "figli" alla Sapienza perché le rendano testimonianza. Tutti noi, raggiunti dalla sua predicazione, abbiamo potuto sperimentare la liberazione e la salvezza. Dopo esserci induriti tante volte è giunto per noi l'annuncio decisivo, e lo Spirito Santo ha sigillato nel nostro cuore l'amore infinito di Dio. Ora lo vediamo chiaramente, quante volte ci ha cercato, perdonato, ripescato nelle pozzanghere inquinate. Quante volte, sino a che non ci siamo abbandonati alla sua Sapienza crocifissa. 

E ora siamo chiamati a rendere testimonianza alla "Sapienza": siamo i suoi figli, non possiamo perdere neanche un'occasione. Il mondo capriccioso ci attende ovunque la storia ci conduca. E' necessario aprire le parrocchie e i cuori, scendere sino alle periferie esistenziali, quelle fisiche e quelle spirituali, senza temere che lo Spirito Santo ci avvinca e ci conduca nella sua "creatività": "bisogna cercare strade nuove, come una missione nel quartiere promossa dai laici" diceva Papa Francesco. E auspicava per la Chiesa e per ciascuno di noi "la conversione pastorale, perché anche il Codice di diritto canonico ci dà tante, tante possibilità, tanta libertà per cercare queste cose". Esattamente come ripeteva Giovanni Paolo II, invitando i Vescovi a lasciare le forme vecchie e atrofizzate per aprirsi ai carismi che suscita lo Spirito Santo. E' la sua creatività che ci ha salvato, è lei che dobbiamo seguire, senza paura... 

Sorgeranno allora parole nuove, gesti nuovi e unici per tutte le uniche e irripetibili persone e situazioni che incontreremo: i piccoli, i poveri, i divorziati e i loro figli, le mamme che hanno abortito, i giovani che convivono, quelli che sporcano la vita con droghe e sesso, tutti quelli che sono imprigionati nella rete del mondo e dei suoi messaggi virtuali; tutti ci attendono proprio nelle "piazze" dove si sono "seduti" lasciandosi vivere per morire. Ci aspettano per ascoltare la musica dello Spirito, le note dell'amore che si fa "danza" o "lamento", di certo melodia crocifissa. Forse oggi con nostro figlio dovremo digiunare per annunciargli che non di solo pane vive l'uomo ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio; per questo dovremo proibire ciò che sazia la carne, senza paura di "cantare un lamento" per l'uomo vecchio che muore senza l'ossigeno delle concupiscenze. O forse dovremo, al contrario, sederci a mensa con nostra figlia, laddove ella sta gettando alle ortiche la propria vita; "mangiare e bere" il veleno che lei ingerisce ogni giorno per deporvi l'antidoto della tenerezza e della compassione che nulla giudica e niente esige; senza il timore di "suonare il flauto" della misericordia gioiosa perché possa "ballare" con noi la danza del banchetto autentico che sazia spirito e anima.


Ecco, il Signore ci manda oggi crocifissi con Lui a rendere testimonianza della Vita che nasce dalla morte, Sapienza nascosta al mondo. Ci manda come "madri" di figli capricciosi, perché, nell'incontro con la Sapienza misteriosa che incarna lo Spirito d'amore di Dio, possano ritrovare pace e maturità. Come Maria e con Lei nella Chiesa, in comunione con il Padre e il Figlio e sospinti dal soffio e dall'ardore dello Spirito, anche oggi siamo inviati a tutti per accoglierli nel grembo misericordioso nel quale anche noi abbiamo sperimentato la salvezza e la gioia. Nella libertà che non esige nulla per soddisfare il desiderio di successo eventualmente decretato dalla salvezza del prossimo. Anche oggi ci attendono "bambini" ostinati che non accoglieranno né Giovanni né Gesù. Ma proprio per questo oggi saremo lì, di fronte a loro, come Gesù fu accanto a Giuda, ultima speranza, anche dopo il tradimento. Le parole di Gesù non offrono spazio a sentimentalismi: quando il mondo rifiuta l'annuncio serio e misericordioso del Vangelo resta solo la testimonianza-martirio dei "figli della Sapienza". Di fronte alla marea di insulti e persecuzioni non vi è che lo scoglio della Croce, sul quale il male può infrangersi. Forse in certe persone, forse addirittura in nostro figlio, non vedremo con gli occhi della carne nessun cambiamento, nessuna conversione; forse moriremo e lasceremo la persona cara schiava della droga o sull'orlo del divorzio. Ma noi saremo là, di fronte a loro come una pattumiera a raccoglierne angosce e dolore, peccati e veleni, perché incrollabile è la certezza della fedeltà di Dio che, pur di salvare a ogni costo qualcuno, continua ad offrire suo Figlio nei "figli della Sapienza". Proprio la nostra Croce, segno visibile di quella di Gesù, è il pegno della Grazia per chi ci rifiuta.

  Quando tutto fallisce significa, infatti, che è giunto il momento della "creatività" che neanche il demonio poteva immaginare: la Croce sulla quale distendere le braccia e amare, caricandosi dei peccati dell'altro come un agnello muto di fronte ai suoi tosatori. Forse in ufficio, forse con quel parente, saremo chiamati oggi a offrire la nostra vita senza dire una parola e senza opporre resistenza polemica alle ingiustizie, alle calunnie, alle malvagità. Gesù è morto solo come un fallito, ma la sua Croce ha reso giustizia alla Sapienza: con essa stava salvando ogni uomo. Per questo il Signore ci chiama alla libertà che non spera nulla per sé, neanche di vedere la conversione. La Sapienza celeste attraversa la carne e il tempo e sa sperare oltre ogni apparenza: quando ci lasceremo crocifiggere, i nostri occhi di fede giungeranno a vedere, nel segreto della loro anima, l'incontro della misericordia di Dio con chi ci sta togliendo la vita, che forse accadrà ben più in là del presente; collega, amico, figlio o nemico, tutti attendono di incontrare in noi i testimoni di una "giustizia" più grande di quella umana, la misericordia che apra loro le porte del Cielo.   



APPROFONDIMENTI
Predicazione di Giovanni Battista




αποφθεγμα Apoftegma







Purtroppo succede che la creatura uomo dica quasi sempre di no 
e pensi che solo il dire no, rappresenti la prova della libertà. 
Dio cerca l’uomo con tutti i registri possibili;  
cerca il cammino del rigore, della severità, nel Sinai, 
nel tempo dei profeti, nelle parole di Giovanni Battista.
E l’uomo risponde: no, io sono libero, 
non accetto il rigore di questi comandamenti, prendo la mia strada. 
Dio cerca anche con la strada dell’umiltà, della bontà, 
della sua vita, dell’amore all’uomo. 
E cosa succede? Anche qui l’uomo dice no, 
anzi, deride questo Dio debole che cerca il suo consenso 
e si rivela così non onnipotente.
L’uomo non entra in questo gioco del divino amore, si oppone. 
Questa è la tristezza e la sofferenza divina con questa sua storia.
Non hanno ascoltato, Signore. 
Così vediamo la verità che è questo lamento di Dio, 
che è nello stesso tempo non solo una descrizione del passato, 
ma un avviso e un’ammonizione forte a noi e alla nostra generazione: 
ascoltate finalmente, la cosa non è ancora persa, 
ascoltate e seguite il Signore. 




Card. Joseph Ratzinger, 12 dicembre 2003

«Non piangere!». Martedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario



Oggi si è adempiuta questa scrittura 
che voi avete udita con i vostri orecchi



το κήρυγμα Il Kèrygma


In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. 
Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. 
Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». 
E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». 
Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. 
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». 
La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione. 

 (Dal Vangelo secondo Luca 7,11-17)



Nell'episodio si percepisce un'assenza decisiva. Manca il "padre". Se la "madre" è "vedova" significa che il figlio è orfano di padre. Ed è proprio questa la malattia che lo aveva ucciso! 

Egli è immagine di Adamo, scacciato nella “morte” - che è il salario del peccato - per aver accettato l'inganno con cui il demonio lo ha indotto a ribellarsi del Padre. Come il figlio prodigo, è "morto" per aver scelto l’autonomia tagliando con il “padre”. Sarebbe "tornato in vita" solo tornando a casa.

Sì, chi non ha Padre è morto. In questo ragazzo possiamo specchiarci tutti, inguaribilmente schiavi di un narcisismo che cerca l'identità lontano da Dio.

Perduto il Padre, siamo diventati orfani che generano orfani, morti che generano morti, riducendo la vita a un tragico ossimoro. Dalla bara dove l'abbiamo deposta, pur sposandoci, pur essendo preti o catechisti, dirigenti o professori, siamo incapaci d’essere padri, di dare cioè una testimonianza credibile da seminare nel cuore per generarvi il desiderio di viverla.

Poi i figli e le persone che ci sono accanto, vorranno avere la loro esperienza e la loro fede, è normale, tentando di adeguare alla propria personalità quanto gli abbiamo testimoniato e annunciato. E questo si chiama crescita, maturazione; così si diventa adulti.

Ma se abbiamo tagliato con il Padre del Cielo e i padri della terra, in noi questa crescita umana e cristiana è stata abortita; e se non abbiamo avuto una seria iniziazione cristiana non siamo diventati adulti nella fede. Per questo non abbiamo nulla di autentico e decisivo da trasmettere, la fede; stiamo fallendo la nostra vita, accompagnando le persone al sepolcro, a quello che anche noi stiamo vivendo: mondo, carne e inganni del demonio.

Mentre siamo nati e chiamati alla Chiesa per innescare in tutti il desiderio di essere e vivere come noi; che non significa imitazione, ma ispirazione a camminare seguendo le stesse orme, e apertura a Cristo perché operi in ciascuno come in noi.

Era ciò che accadeva alla Chiesa primitiva, che compiva così la sua missione: "Vogliamo vivere come voi" dicevano i pagani ai cristiani. Per questo, la “madre vedova” è immagine delle comunità nelle quali, per i peccati e l’indurimento dei fratelli o la negligenza dei pastori, si era spento lo zelo per il Vangelo, raffreddato l’amore tra i fratelli, indebolita la capacità di restare crocifisse sul candelabro della storia. Avevano perduto lo Sposo e i loro “figli” stavano morendo. 

Accadeva allora, accade oggi… Comunità che non hanno nulla da annunciare, autoreferenziali come ripete Papa Francesco, dove non si danno i segni della fede che ha vinto la morte; mondanizzate, possono solo accompagnare il mondo alla sua tomba.

Ma proprio quando tutto sembra perduto, giunge Gesù. Lo ha promesso e lo mantiene: Ecco, Io sarò con voi tutti i giorni. Con te, con me, con la Chiesa. Anche il giorno, questo, del nostro funerale conseguenza della superbia che ci ha separato dal Padre della Vita; anche oggi che il sale della comunità ha perduto il sapore e sta per essere gettato via e calpestato.

Lui è il Figlio prediletto e scelto perché, con la sua morte e resurrezione, riconducesse ogni figlio al Padre perduto. Non per caso si trovava lì, in quel momento preciso: era profezia del suo cammino verso la Croce e la tomba, fuori dalle “porte” di Gerusalemme.

Avvocato di ogni uomo, doveva incontrare quell'orfano ormai morto proprio “alla porta della città”, dove a quel tempo si svolgevano i processi. Doveva farlo assolvere annunciando che avrebbe preso su di sé la sua condanna, andando Lui, innocente, nella tomba preparata per ogni peccatore.

Esattamente come si trova ora alle “porte” della nostra vita, al limite estremo che ci separa dalla polvere impura di solitudine e silenzio dei terreni fuori città, dove sorgevano i cimiteri.

Ma, per ridonarci il Padre, Gesù ha bisogno di guardare e avere compassione di nostra Madre. E chi è nostra Madre? Non solo colei che ci ha generato nella carne. E' Maria, la Madre che ha dato alla luce il Figlio del Padre di ogni uomo. Anche di Lei è immagine la vedova del Vangelo.

Oggi di nuovo Maria piange per noi perché ci ama; per salvarci, deve essere lì, accanto ai peccatori, dove incontrare la “compassione” di Gesù e ascoltare l’annuncio capace di consolare e schiudere la tomba: "Non piangere!". Noi siamo morti, e, schiacciati dall’orgoglio, da soli non avremmo la forza di ascoltare. Solo abbandonati alle lacrime di compassione della Chiesa, appoggiati alla sua fede e insieme alla comunità, potremo dischiudere il cuore per accogliere le parole di Gesù.

"Non piangere!", le stesse parole che hanno fatto fremere il cuore di Maria Maddalena piangente aprendolo alla sua vittoria, sino a conoscere, in Lui, il Padre suo e Padre nostro; come oggi risvegliano in noi la Verità che la Chiesa ci ha annunciato mille volte: non piangere, la morte è vinta, ogni peccato è perdonato, Cristo è risorto dal sepolcro!

La "compassione" di Gesù è quella di suo Padre che lo ha “toccato” con il suo Spirito quando giaceva esanime nella tomba, riscattandolo dalla morte. E' la stessa con cui Gesù “tocca” oggi la nostra bara, contaminandosi con la nostra morte per purificarci e “rialzarci” a una nuova vita.

"Dico a te!": a me, a te, proprio a noi, e non sono parole dette così, alla massa. Sono una chiamata personale ad alzarci dalla tomba, forse a confessare quel peccato che abbiamo sempre occultato o minimizzato, perché Gesù vuole “riconsegnarci a nostra Madre”. È il potere della sua Parola che ci libera dal peccato e ci fa tornare vivi a casa, nella comunità cristiana, dove ascoltare la Parola di Dio e accostarci al banchetto che il Padre ha preparato per donarci il suo Figlio.

Solo così potremo “sederci ricominciare a parlare", come facevano i rabbini, cioè come qualcuno che ha qualcosa di autentico da trasmettere. Il Signore ha il potere di fare di noi, anche se “giovinetti”, ancora deboli, fragili e inesperti, dei padri e maestri per questa generazione. Liberi dal narcisismo perché figli di Dio, potremo amare e perdere la vita perché tutti ascoltino l’annuncio che ha salvato noi.