L'ALBERO DELLA CROCE RENDE FECONDA LA NOSTRA VITA DI FRUTTI BELLI E BUONI NELL'AMORE DI CRISTO



La bellezza salverà il mondo scriveva Dostoevski. Nell’originale greco, "kalos", il termine tradotto con "buoni" riferito ai frutti, si può rendere anche, e meglio, con "belli". Gesù parla dunque di "frutti belli", opposti a quelli "cattivi". Il più bello tra i frutti è Lui, il più bello tra i figli di Adamo, eppure senza bellezza e splendore mentre offriva la la sua vita sull’albero della Croce. I "frutti belli", infatti, sono quelli che nascono dalle ferite di Cristo crocifisso, così terribili da far coprire il volto: frutti belli perché insanguinati, frutti buoni perché germinati dalla sofferenza! Frutti belli e buoni perché testimoniano la Verità: "ciò che si manifesta in Cristo è la bellezza della Verità, la bellezza stessa di Dio che ci attira e nel contempo ci procura la ferita dell’Amore, che ci fa correre, assieme alla Chiesa e nella Chiesa/Sposa, incontro all’Amore che ci chiama" (J. Ratzinger). Un profeta autentico è il "nebi'a" inviato da Dio ad annunciare la verità che, illuminando la realtà, rivela la "chiamata" e indica nel compimento della volontà di Dio il cammino sul quale "correre" per incontrare il Signore. Quando predice l'avvenire lo fa rivelandolo come conseguenza dell'accoglienza o meno della verità e della volontà di Dio. I frutti dai quali possiamo riconoscere un "falso profeta", sono, invece, quelli della "bellezza ingannevole e falsa, che abbaglia e imprigiona gli uomini in se stessa, impedendo loro di aprirsi all’estasi che indirizza verso l’alto. Una bellezza che non risveglia la nostalgia dell’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé; che alimenta invece la brama e la volontà di dominio, di possesso, di piacere" (J. Ratzinger). Sono i frutti che germinano dalla menzogna, che oscurano la verità e mostrano la volontà di Dio come una frustrazione e un male per la propria vita, un impedimento al piacere e al suo godimento: "non morirete affatto" ha detto ad Eva il demonio sotto le vesti del serpente, il padre di tutti i falsi profeti. Non a caso il frutto offerto da satana appariva bello agli occhi di Eva. Ma era avvelenato. Era pura menzogna, luce sfavillante a nascondere il veleno di morte. I "falsi profeti" sono annidati ovunque, parlano di pace e hanno dentro la guerra. La labbra unte di dolcezza, la lingua suadente e adulante, lingua di serpente, velenosa. Ipocriti, adescano le anime con discorsi giusti al momento giusto, ci parlano della giustizia che cerchiamo, ci ispirano cammini ragionevoli, sembrano dare senso alla nostra vita. "Come agnelli sono vestiti", truccati di umiltà e mitezza, infilati nella logica stringente del bene comune, dei diritti di tutti, di lotta all'ingiustizia, di ribellioni e indignazioni; solleticano la carne spianando la strada alla concupiscenza. Come quando inducono alla morte in nome della vita, all'abominio in difesa dell'amore, all'egoismo in nome dell'autodeterminazione. Sono esaltati quali campioni della società cosiddetta civile, la più incivile che vi sia, che "scarta" dalla "civitas", dalla città degli uomini, coloro che non ritiene degni. E' l'ipocrisia dei "falsi profeti" che hanno mangiato dell'albero della conoscenza del bene e del male e si illudono di essere divenuti come Dio, arbitri infallibili che stabiliscono cosa sia giusto e cosa ingiusto, il buono e il cattivo: che si arrogano il diritto di stabilire quando e come una vita sia degna d'essere vissuta, condannati a legiferare scambiando il male con il bene, per finire col gustare e far trangugiare a tutti il veleno mortale dei frutti generati dai loro pensieri corrotti. Come i nostri, che offriamo in famiglia, al lavoro, ovunque, quando crediamo al demonio e ai suoi profeti, e ci immergiamo nell'illusione di essere capaci di stabilire quale e cosa sia il buono per il coniuge, i figli, i colleghi e gli amici. Per questo abbiamo bisogno di ascoltare i "veri profeti", non una ma milioni di volte! Abbiamo bisogno di essere iniziati alla fede; non basta la messa della domenica, il mondo e i suoi falsi profeti ci annegano nelle menzogne! Abbiamo bisogno di luoghi e comunità dove i pastori e i catechisti ci annuncino il Vangelo della Verità, la Buona Notizia che smentisce le false buone notizie che il mondo ci propina; non possiamo fare a meno di momenti da difendere con i denti, nei quali spegnere le voci mondane e ascoltare i veri profeti che ci trasmettono, in tutta la sua bellezza e verità liberante, il magistero della Chiesa; è urgente che la Chiesa ci accompagni con catechesi che parlino alla nostra vita e non siano mera accademia, capaci di guidarci nel discernimento quotidiano, noi e i nostri figli. Del Vangelo abbiamo bisogno, per resistere ai fendenti del mondo che ha sostituito i peccati con i reati, costruendosi morali su misura delle concupiscenze.  E’ decisivo dunque il seme che si accoglie, e che a nostra volta seminiamo, perché poi, “un albero buono non più produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni”. E non c'è da meravigliarsi se i figli scivolano nell'accidia egoista di chi si sente il centro dell'universo: essa è il “frutto” del relativismo che abbiamo seminato in loro! “Non possono” dare frutti diversi, perché “non si raccoglie uva dalle spine o fichi dai rovi”. Per questo il Signore ci dice di "guardarci dai falsi profeti", di difenderci cioè dal nemico che attenta alla nostra anima, porgendo l'orecchio ai veri profeti, accompagnando i nostri figli ad ascoltarli, prima di ogni altro impegno! A divenirlo noi stessi alla loro sequela. La vera educazione è sempre una profezia, legge il presente e lo illumina per annunciare il futuro; l'amore sincero è sempre una profezia che incarna il dono di Cristo; una vera amicizia non nasconde mai la verità all'amico. Un vero profeta è colui che indica nella Croce la bellezza della Verità; è colui che chiama ad unirsi a Cristo per amare e donarsi attraverso la porta stretta che si presenta ogni giorno: lo studio spesso arido, il lavoro routinario e senza gratificazioni, il rapporto difficile fatto di ascolto, pazienza e perdono con il coniuge e ogni persona, la castità, l'obbedienza, la sottomissione, il non resistere al male, tutto quello che Gesù ha annunciato nel Discorso della Montagna. Per questo, un profeta vero, è capace di dire "no" anche quando un "si" appare più conveniente, e apre la porta alla discesa dello Spirito Santo, come accade sempre all'annuncio del Kerygma, la profezia delle profezie. Ogni profeta che non ami la Croce, e, come gli angeli dell'Icona in alto, non ce la indichi incessantemente parlandoci di lei, che non ce la faccia amare e abbracciare, è un "falso profeta", un "rovo di sole spine", senza frutti. Un profeta che ci annunci la Croce Gloriosa del Signore Risorto è un vero profeta, perché la Croce è il segno che Dio ha posto per discernere i veri dai falsi profeti: come accadde ad Elia, che smascherò i falsi profeti di Baal, l'annuncio del Vangelo è un fuoco che discende dal Cielo e brucia le menzogne del mondo nella fornace della Verità. Il demonio, infatti, fugge alla sua vista. Per questo ogni profezia autentica è un esorcismo che libera gli uomini. Profetizza la verità a tuo figlio, ai tuoi parrocchiani, vedrai il demonio scappare. Vai ad ascoltare con tua moglie i profeti che ti annunciano il Vangelo, vedrai il tuo matrimonio risanato. Dio ha voluto salvare il mondo solo con la stoltezza della predicazione di Cristo e Cristo crocifisso. Essa è profezia che si compie perché "taglia" e "getta nel fuoco" della misericordia ogni "albero cattivo" piantato dal demonio che in noi distende i suoi rami di malizia. Sulla Croce, infatti, l'amore ha polverizzato la menzogna che ci tiene schiavi, perché Cristo ha lasciato che le "spine" di ogni "rovo" di ideologie e mistificazioni seminato dal demonio gli trafiggessero il capo, per riconsegnare a noi una ragione libera e purificata nella verità, capace di discernere l'amore nella storia. Che la voce del Signore ci leghi come Isacco al legno della Croce, perché, innestati sul suo amore, possiamo dare un frutto che rimanga, la profezia vera che può salvare l'umanità.



Mercoledì della XII settimana del Tempo Ordinario. Commento audio


Mercoledì della XII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Il fatto è che in fondo non è buono. 
E in questo sta tutto il senso del dramma. P
er spiegarlo integralmente basta un solo proverbio 
e per di più di un'estrema semplicità: 
«Non è tutto oro ciò che luccica»
Lo splendore di un bene artefatto non ha nessuna forza. 


Vladimir Sergeevic SolovievIl racconto dell'anticristo 











L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 7, 15-20


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.
Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, nè un albero cattivo produrre frutti buoni.
Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere».









L'ALBERO DELLA CROCE RENDE FECONDA LA NOSTRA VITA DI FRUTTI BELLI E BUONI NELL'AMORE DI CRISTO


La bellezza salverà il mondo scriveva Dostoevski. Nell’originale greco, "kalos", il termine tradotto con "buoni" riferito ai frutti, si può rendere anche, e meglio, con "belli". Gesù parla dunque di "frutti belli", opposti a quelli "cattivi". Il più bello tra i frutti è Lui, il più bello tra i figli di Adamo, eppure senza bellezza e splendore mentre offriva la la sua vita sull’albero della Croce. I "frutti belli", infatti, sono quelli che nascono dalle ferite di Cristo crocifisso, così terribili da far coprire il volto: frutti belli perché insanguinati, frutti buoni perché germinati dalla sofferenza! Frutti belli e buoni perché testimoniano la Verità: "ciò che si manifesta in Cristo è la bellezza della Verità, la bellezza stessa di Dio che ci attira e nel contempo ci procura la ferita dell’Amore, che ci fa correre, assieme alla Chiesa e nella Chiesa/Sposa, incontro all’Amore che ci chiama" (J. Ratzinger). Un profeta autentico è il "nebi'a" inviato da Dio ad annunciare la verità che, illuminando la realtà, rivela la "chiamata" e indica nel compimento della volontà di Dio il cammino sul quale "correre" per incontrare il Signore. Quando predice l'avvenire lo fa rivelandolo come conseguenza dell'accoglienza o meno della verità e della volontà di Dio. I frutti dai quali possiamo riconoscere un "falso profeta", sono, invece, quelli della "bellezza ingannevole e falsa, che abbaglia e imprigiona gli uomini in se stessa, impedendo loro di aprirsi all’estasi che indirizza verso l’alto. Una bellezza che non risveglia la nostalgia dell’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé; che alimenta invece la brama e la volontà di dominio, di possesso, di piacere" (J. Ratzinger). Sono i frutti che germinano dalla menzogna, che oscurano la verità e mostrano la volontà di Dio come una frustrazione e un male per la propria vita, un impedimento al piacere e al suo godimento: "non morirete affatto" ha detto ad Eva il demonio sotto le vesti del serpente, il padre di tutti i falsi profeti. Non a caso il frutto offerto da satana appariva bello agli occhi di Eva. Ma era avvelenato. Era pura menzogna, luce sfavillante a nascondere il veleno di morte. I "falsi profeti" sono annidati ovunque, parlano di pace e hanno dentro la guerra. La labbra unte di dolcezza, la lingua suadente e adulante, lingua di serpente, velenosa. Ipocriti, adescano le anime con discorsi giusti al momento giusto, ci parlano della giustizia che cerchiamo, ci ispirano cammini ragionevoli, sembrano dare senso alla nostra vita. "Come agnelli sono vestiti", truccati di umiltà e mitezza, infilati nella logica stringente del bene comune, dei diritti di tutti, di lotta all'ingiustizia, di ribellioni e indignazioni; solleticano la carne spianando la strada alla concupiscenza. Come quando inducono alla morte in nome della vita, all'abominio in difesa dell'amore, all'egoismo in nome dell'autodeterminazione. Sono esaltati quali campioni della società cosiddetta civile, la più incivile che vi sia, che "scarta" dalla "civitas", dalla città degli uomini, coloro che non ritiene degni. E' l'ipocrisia dei "falsi profeti" che hanno mangiato dell'albero della conoscenza del bene e del male e si illudono di essere divenuti come Dio, arbitri infallibili che stabiliscono cosa sia giusto e cosa ingiusto, il buono e il cattivo: che si arrogano il diritto di stabilire quando e come una vita sia degna d'essere vissuta, condannati a legiferare scambiando il male con il bene, per finire col gustare e far trangugiare a tutti il veleno mortale dei frutti generati dai loro pensieri corrotti. Come i nostri, che offriamo in famiglia, al lavoro, ovunque, quando crediamo al demonio e ai suoi profeti, e ci immergiamo nell'illusione di essere capaci di stabilire quale e cosa sia il buono per il coniuge, i figli, i colleghi e gli amici. Per questo abbiamo bisogno di ascoltare i "veri profeti", non una ma milioni di volte! Abbiamo bisogno di essere iniziati alla fede; non basta la messa della domenica, il mondo e i suoi falsi profeti ci annegano nelle menzogne! Abbiamo bisogno di luoghi e comunità dove i pastori e i catechisti ci annuncino il Vangelo della Verità, la Buona Notizia che smentisce le false buone notizie che il mondo ci propina; non possiamo fare a meno di momenti da difendere con i denti, nei quali spegnere le voci mondane e ascoltare i veri profeti che ci trasmettono, in tutta la sua bellezza e verità liberante, il magistero della Chiesa; è urgente che la Chiesa ci accompagni con catechesi che parlino alla nostra vita e non siano mera accademia, capaci di guidarci nel discernimento quotidiano, noi e i nostri figli. Del Vangelo abbiamo bisogno, per resistere ai fendenti del mondo che ha sostituito i peccati con i reati, costruendosi morali su misura delle concupiscenze.  E’ decisivo dunque il seme che si accoglie, e che a nostra volta seminiamo, perché poi, “un albero buono non più produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni”. E non c'è da meravigliarsi se i figli scivolano nell'accidia egoista di chi si sente il centro dell'universo: essa è il “frutto” del relativismo che abbiamo seminato in loro! “Non possono” dare frutti diversi, perché “non si raccoglie uva dalle spine o fichi dai rovi”. 


Per questo il Signore ci dice di "guardarci dai falsi profeti", di difenderci cioè dal nemico che attenta alla nostra anima, porgendo l'orecchio ai veri profeti, accompagnando i nostri figli ad ascoltarli, prima di ogni altro impegno! A divenirlo noi stessi alla loro sequela. La vera educazione è sempre una profezia, legge il presente e lo illumina per annunciare il futuro; l'amore sincero è sempre una profezia che incarna il dono di Cristo; una vera amicizia non nasconde mai la verità all'amico. Un vero profeta è colui che indica nella Croce la bellezza della Verità; è colui che chiama ad unirsi a Cristo per amare e donarsi attraverso la porta stretta che si presenta ogni giorno: lo studio spesso arido, il lavoro routinario e senza gratificazioni, il rapporto difficile fatto di ascolto, pazienza e perdono con il coniuge e ogni persona, la castità, l'obbedienza, la sottomissione, il non resistere al male, tutto quello che Gesù ha annunciato nel Discorso della Montagna. Per questo, un profeta vero, è capace di dire "no" anche quando un "si" appare più conveniente, e apre la porta alla discesa dello Spirito Santo, come accade sempre all'annuncio del Kerygma, la profezia delle profezie. Ogni profeta che non ami la Croce, e, come gli angeli dell'Icona in alto, non ce la indichi incessantemente parlandoci di lei, che non ce la faccia amare e abbracciare, è un "falso profeta", un "rovo di sole spine", senza frutti. Un profeta che ci annunci la Croce Gloriosa del Signore Risorto è un vero profeta, perché la Croce è il segno che Dio ha posto per discernere i veri dai falsi profeti: come accadde ad Elia, che smascherò i falsi profeti di Baal, l'annuncio del Vangelo è un fuoco che discende dal Cielo e brucia le menzogne del mondo nella fornace della Verità. Il demonio, infatti, fugge alla sua vista. Per questo ogni profezia autentica è un esorcismo che libera gli uomini. Profetizza la verità a tuo figlio, ai tuoi parrocchiani, vedrai il demonio scappare. Vai ad ascoltare con tua moglie i profeti che ti annunciano il Vangelo, vedrai il tuo matrimonio risanato. Dio ha voluto salvare il mondo solo con la stoltezza della predicazione di Cristo e Cristo crocifisso. Essa è profezia che si compie perché "taglia" e "getta nel fuoco" della misericordia ogni "albero cattivo" piantato dal demonio che in noi distende i suoi rami di malizia. Sulla Croce, infatti, l'amore ha polverizzato la menzogna che ci tiene schiavi, perché Cristo ha lasciato che le "spine" di ogni "rovo" di ideologie e mistificazioni seminato dal demonio gli trafiggessero il capo, per riconsegnare a noi una ragione libera e purificata nella verità, capace di discernere l'amore nella storia. Che la voce del Signore ci leghi come Isacco al legno della Croce, perché, innestati sul suo amore, possiamo dare un frutto che rimanga, la profezia vera che può salvare l'umanità.





Emiliano Jimenez. I falsi profeti. Commento al Discorso della montagna






NULLA ANTEPORRE A CRISTO PER DIFENDERE LA PRIMOGENITURA CHE CI FA TESTIMONI AUTENTICI DEL SUO REGNO NEL MONDO


La primogenitura è una cosa molto seria. Siamo stati eletti da prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nell'amore al cospetto di Dio e degli uomini. I doni di Grazia ricevuti durante tutta la nostra vita sono i segni di una chiamata speciale, ed essa non è un fatto esclusivamente personale. Dio ha pensato per noi una missione importante, molti uomini sono legati alla nostra vita. Ma il rischio di disprezzare la primogenitura è molto serio: gettare le cose sante ai cani e le nostre perle ai porci significa proprio non dare valore all'opera di Dio nella nostra vita. Significa entrare nella storia di ogni giorno per la porta spaziosa e larga del compromesso, dell'annacquamento della fede per lasciar spazio alla carne e ai suoi desideri, quelli che muovono guerra allo Spirito: disprezzare come Esaù la primogenitura per un piatto di lenticchie, per rispondere, infantilmente, ai capricci della carne. E non si tratta solo della sessualità; le lenticchie fumanti dinanzi ai nostri occhi sono i criteri mondani circa il denaro, il lavoro, i beni, la salute, la famiglia, l'amicizia, la politica. Ogni giorno possiamo dare ai cani, che è l'epiteto duro con il quale Israele chiamava i pagani, le cose sante, le cose della nostra vita "separate", "messe da parte" dal mondo perché siano segno dell'altro mondo; il Signore oggi ci ricorda l'altissima vocazione nella quale ci ha riscattati e per la quale ci ha introdotto nella Chiesa. Ci ha santificato, comprato al caro prezzo del suo sangue, ed ogni cosa, ogni momento e ambito della nostra vita è una "perla" che anticipa il Cielo. Il matrimonio e la famiglia, l'amicizia e il fidanzamento, la scuola e il lavoro, tutto di noi costituisce come un filo di perle che il suo amore e la sua Grazia ci fa indossare perché chi ci è accanto possa vedere Lui e il destino eterno a cui è chiamato. Siamo nel mondo ma non siamo del mondo: per questo il combattimento che ci attende ogni mattina è serio, e ci chiama a non scendere dalla Croce che ci unisce a Cristo, a scegliere la porta stretta e la via angusta che ci fa donare la vita per amore. Il Signore oggi ci chiama a rimanere nel suo amore che ci santifica, che ci purifica, che fa della nostra vita una liturgia di santità per il mondo. I porci erano gli animali immondi, che si rotolano nel loro vomito. Toccarli e mangiarli rendeva immondi, incapaci a celebrare il culto di Israele che era segno della presenza e della vita di Dio. Gettare le perle ai porci significa dunque buttar via l'intimità con Dio, uscire dalla comunione del Popolo Santo, disprezzare la primogenitura e la missione speciale alla quale Israele è chiamato. E' il pericolo che incombe anche su di noi, dimenticare la nostra identità per mondanizzarci: il risultato sarà sempre quello di chiuderci nel nostro egoismo e voltare le spalle ai fratelli. Il Signore ha fatto a noi quello che avrebbe voluto fosse fatto a Lui: sulla Croce ci ha accolti e amati così come siamo. E' questa la santità vera, il Cielo sulla terra, la presenza viva e autentica di Dio tra gli uomini. La porta stretta del sacrificio e della sottomissione, dell'obbedienza e del perdono, la via angusta dell'amore che la Chiesa e i cristiani sono chiamati a percorrere per attirare e condurre ogni uomo alla Vita vera, eterna, salvata. 


Martedì della XII settimana del Tempo Ordinario. Commento audio




Martedì della XII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: 
si esprime con la bontà del cuore, con l’umiltà, 
la mitezza e la misericordia, 
l’amore per la giustizia e la verità, 
l’impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. 
Questa, potremmo dire, è la ‘carta d’identità’ 
che ci qualifica come suoi autentici ‘amici’; 
questo è il ‘passaporto’ che ci permetterà di entrare nella vita eterna.

Benedetto XVI









L'ANNUNCIO



Dal Vangelo secondo Matteo 7,6.12-14

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».








NULLA ANTEPORRE A CRISTO PER DIFENDERE LA PRIMOGENITURA CHE CI FA TESTIMONI AUTENTICI DEL SUO REGNO NEL MONDO

La primogenitura è una cosa molto seria. Siamo stati eletti da prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nell'amore al cospetto di Dio e degli uomini. I doni di Grazia ricevuti durante tutta la nostra vita sono i segni di una chiamata speciale, ed essa non è un fatto esclusivamente personale. Dio ha pensato per noi una missione importante, molti uomini sono legati alla nostra vita. Ma il rischio di disprezzare la primogenitura è molto serio: gettare le cose sante ai cani e le nostre perle ai porci significa proprio non dare valore all'opera di Dio nella nostra vita. Significa entrare nella storia di ogni giorno per la porta spaziosa e larga del compromesso, dell'annacquamento della fede per lasciar spazio alla carne e ai suoi desideri, quelli che muovono guerra allo Spirito: disprezzare come Esaù la primogenitura per un piatto di lenticchie, per rispondere, infantilmente, ai capricci della carne. E non si tratta solo della sessualità; le lenticchie fumanti dinanzi ai nostri occhi sono i criteri mondani circa il denaro, il lavoro, i beni, la salute, la famiglia, l'amicizia, la politica. Ogni giorno possiamo dare ai cani, che è l'epiteto duro con il quale Israele chiamava i pagani, le cose sante, le cose della nostra vita "separate", "messe da parte" dal mondo perché siano segno dell'altro mondo; il Signore oggi ci ricorda l'altissima vocazione nella quale ci ha riscattati e per la quale ci ha introdotto nella Chiesa. Ci ha santificato, comprato al caro prezzo del suo sangue, ed ogni cosa, ogni momento e ambito della nostra vita è una "perla" che anticipa il Cielo. Il matrimonio e la famiglia, l'amicizia e il fidanzamento, la scuola e il lavoro, tutto di noi costituisce come un filo di perle che il suo amore e la sua Grazia ci fa indossare perché chi ci è accanto possa vedere Lui e il destino eterno a cui è chiamato. Siamo nel mondo ma non siamo del mondo: per questo il combattimento che ci attende ogni mattina è serio, e ci chiama a non scendere dalla Croce che ci unisce a Cristo, a scegliere la porta stretta e la via angusta che ci fa donare la vita per amore. Il Signore oggi ci chiama a rimanere nel suo amore che ci santifica, che ci purifica, che fa della nostra vita una liturgia di santità per il mondo. I porci erano gli animali immondi, che si rotolano nel loro vomito. Toccarli e mangiarli rendeva immondi, incapaci a celebrare il culto di Israele che era segno della presenza e della vita di Dio. Gettare le perle ai porci significa dunque buttar via l'intimità con Dio, uscire dalla comunione del Popolo Santo, disprezzare la primogenitura e la missione speciale alla quale Israele è chiamato. E' il pericolo che incombe anche su di noi, dimenticare la nostra identità per mondanizzarci: il risultato sarà sempre quello di chiuderci nel nostro egoismo e voltare le spalle ai fratelli. Il Signore ha fatto a noi quello che avrebbe voluto fosse fatto a Lui: sulla Croce ci ha accolti e amati così come siamo. E' questa la santità vera, il Cielo sulla terra, la presenza viva e autentica di Dio tra gli uomini. La porta stretta del sacrificio e della sottomissione, dell'obbedienza e del perdono, la via angusta dell'amore che la Chiesa e i cristiani sono chiamati a percorrere per attirare e condurre ogni uomo alla Vita vera, eterna, salvata. 



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





NON GIUDICA SOLO CHI FISSA LA TRAVE SULLA QUALE CRISTO HA CANCELLATO I SUOI PECCATI



Anche questa settimana ci attende un aspro combattimento con il demonio che, tentandoci in mille modi, cercherà di strapparci alla verità per indurci a ribellarci al dio giustiziere e “senza misericordia” che, mentendoci, ci dipinge. Il pericolo, infatti, è di cadere nella trappola in cui è caduto il servo malvagio e pigro della parabola; nasconde sotto terra il talento del perdono e della vita nuova perché, ingannato, pensava male del suo padrone ritenendolo un uomo duro che miete dove non ha seminato. Come è accaduto al servo spietato di un’altra parabola che, avendo dimenticato che il padrone gli aveva condonato “tutto” il debito e non solo una parte alla maniera degli uomini, perseguita il fratello perché gli restituisca la “pagliuzza” che gli doveva. Il demonio, infatti, è appostato nei fatti e nelle relazioni per rubarci la memoria dell’amore di Dio. Ascoltiamo bene le parole di Gesù, perché ci sta dicendo proprio questo: “accorgiti della trave che hai nell’occhio”. Ma come è possibile non “accorgersi di una trave” se basta un minuscolo granello di polvere negli occhi ad infastidirci? E’ possibile perché il demonio ci anestetizza lo sguardo rubandoci dal cuore la memoria dei nostri peccati e della misericordia di Dio; così finiamo per vivere nella menzogna che avvelena ogni rapporto. Allora attenzione all’ipocrisia fratelli, l’abito che il demonio ci cuce su “misura” per affrontare ogni relazione indossando la sua menzogna. Attenzione, perché accettando di vestire una falsa immagine di noi stessi saremo pronti a infilzare nel giudizio chiunque ci capiti a tiro. Dietro ad ogni giudizio, infatti, vi è la superbia di chi ha creduto di essere dio mentre è diventato un clone del demonio, senza misericordia perché indurito nell’orgoglio che rifiuta l’immagine e la somiglianza con Dio. Chi ha dimenticato la “misura” infinita della misericordia del Padre non sa come prendere le “misure” nel rapporto con l’altro. Ha solo quelle limitatissime della vita nella carne che cerca di sfuggire alla corruzione vendendo e comprando ogni centimetro dell’esistenza. Per questo deve “giudicare” il prossimo, “Krinein” nell’originale greco, ovvero deve “separare” gli aspetti della sua persona e della sua storia setacciando senza pietà la sua esistenza. Deve “giudicare” per poterlo sedurre, possedere e gestire, in una sorta di spietata analisi di marketing, proprio come le grandi marche per intercettare e convincere i potenziali nuovi consumatori. Oppure “giudica” perché per averne ragione e difendersi ne deve scoprire le debolezze. E tu, per caso non vivi molte relazioni come un segugio in cerca di tartufi? Cioè pesando con il bilancino ogni parola, gesto, sguardo e presunto pensiero degli altri, cercando in tutto chissà quale malizia nascosta, quale ingiustizia, quale disprezzo. Chi giudica, infatti, è un nevrotico inguaribile, e spesso cade preda di una vera e propria patologia: "è tanto ossessionato da quello che vuole giudicare, da quella persona che quella pagliuzza non lo lascia dormire! ‘Ma, io voglio toglierti quella pagliuzza!" (Papa Francesco). Magari proprio in questo tempo ti stai fissando su una persona e non riesci a staccare i tuoi occhi e la tua mente da lei; ovviamente perché la stai giudicando e non sopporti più nulla, perfino il suo modo di tossire, di mangiare, di vestirsi, di educare i figli, di usare i soldi. Se ti sta accadendo, convertiti perché sei in pericolo. Il giudizio è un cancro che sbrana l’anima e genera peccati a ripetizioni. Dietro a molti peccati sessuali vi è un giudizio che cova nel cuore, ed è inutile combattere sul fronte della castità se prima non è bonificato il cuore dai giudizi. Ma non ci riesco accidenti, è impossibile non giudicare mio marito! Certo, per questo devi convertirti ogni giorno ascoltando nella Chiesa l’annuncio che ridesta la memoria dell’amore di Dio illuminando i nostri peccati. Come accadde agli abitanti di Gerusalemme che "si sentirono trafiggere il cuore" ascoltando il kerygma nel quale Pietro li aveva prima denunciati come assassini di Gesù e poi gli aveva annunciato la sua resurrezione e il perdono dei peccati. Fratelli, per accorgerci di nuovo della “trave” che è nei nostri occhi dobbiamo ascoltare la predicazione della Chiesa che ci denuncia come peccatori e che meriteremmo di essere inchiodati a quella “trave”. Ma se la fisseremo incontreremo i nostri peccati lavati dal sangue di Cristo, e saremo liberati dall’inganno del demonio. Come accadde al Popolo di Israele quando ha fissato il serpente di bronzo immagine di quelli che li stavano uccidendo. Sulla “trave” che è già piantata nei nostri occhi e che il demonio vuole impedirci di vedere è inchiodato il Signore! Le sue braccia distese su di essa rivelano la misura con la quale siamo stati giudicati per giudicare con essa ogni fratello, vagliando cioè con amore ciò che in lui non viene da Dio. Correggere è l’amore più duro, perché suppone il “reggere-con” il fratello la sua “trave”; per questo bisogna essere profondamente uniti a Cristo sulla propria “trave” perché sia la stessa sua mano a sfiorare il cuore del fratello per “togliere le pagliuzze” che gli impediscono di vedere l’amore di Dio.


Lunedì della XII settimana del Tempo Ordinario. Commento audio