29 agosto. Martirio di San Giovanni Battista










L'ANNUNCIO
Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». Il re ne fu rattristato; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa [di Giovanni]. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre.
I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
 (Dal Vangelo secondo Marco 6, 17-29)




Sì, si può perdere la testa per Gesù. La verità, quella che ci fa liberi, quella che non è barattabile, la nemica dei falsi compromessi volti a salvare la pelle, fa perdere la testa. Ci sono sempre tagliatori di teste in cerca di poveri profeti disarmati che annunciano senza posa la verità. E la verità, normalmente è scomoda. Ne sappiamo qualcosa anche noi, quando qualcuno osa rimproverarci, evidenziarci un errore, un peccato. Per la Bibbia correggere un saggio è renderlo ancora più saggio. Correggere uno stolto invece, significa attirarne le ire. Facciamo due conti e vediamo da che parte stiamo. Probabilmente da quella dei tagliatori di teste, degli stolti, come Nabal, letteralmente, «colui al quale non si può dire nulla». Uno stolto, uno che per tacitare la verità e potersi rimirare tranquillo allo specchio, non esita a ghigliottinare il profeta.

La verità ci fa liberi, smaschera il serpente antico e le sue menzogne che ci tengono schiavi, e apre la strada al liberatore, il Signore Gesù, la Verità incarnata per la nostra salvezza. "Non ti è lecito" gridava Giovanni Battista, e non per un rigido legalismo, ma perché sei creato per essere libero, felice, e non ti è lecito andare contro natura, il peccato non si addice all'uomo, genera la morte, sempre. Le parole di Giovanni illuminano Erode, sono dirette al fondo del suo cuore, laddove è deposto il seme della verità, del bene, della giustizia. Sono parole capaci di riportare alla luce quel frammento di umanità che, seppure sepolto da una montagna di menzogne, alberga nel cuore di ogni uomo. 

Erode si era infilato in una strada senza ritorno, condannandosi ad una vita sterile, chiusa nell'egoismo. Una vita infelice: "Se uno prende la moglie del fratello è una impurità, egli ha scoperto la nudità del fratello; non avranno figli" (cfr. Lv. 18,16 e 20,21). La concupiscenza lo aveva accecato per trasformarlo in oggetto della maledizione più grande, quella di non avere figli; non vi era cosa più disonorante che scendere nella tomba senza una discendenza, perché era il segno di una vita senza frutto, scivolata via senza amore, senza consistenza, una vita in fumo. Quante volte ci ritroviamo, come Erode, preda di passioni ed entusiasmi che spengono lo sguardo in una fobia illusoria e annichiliscono ogni discernimento. I romanzi e i film e i tentacoli dei media e della cultura ci hanno lavato il cervello sino a farci credere che quando si muove qualcosa nel petto e ti prendono i crampi allo stomaco, allora è l'amore che bussa alla porta. 

I ragazzi vivono nell'illusione della grande passione, confusa con il grande amore. Non aspettano altro che il momento per lasciarsi andare. E allora ogni piccolo terremoto ormonale, comune del resto anche agli animali, è subito accolto con fasti e onori, come la visita di un imperatore. E si alimenta la passione come quando si monta la panna: la "quantità" è la stessa ma a forza di sbatterla aumenta di volume, e sembra crescere anche di peso. Così anche la passione è alimentata e fatta crescere a dismisura con messaggini e chat, e il telefono caldo 24 ore al giorno ogni giorno; la mente è rapita in un sogno che sembra realissimo, si accettano compromessi pur di non guardare in faccia la realtà e prendere le cose con calma; non si può accettare, infatti, che l'amore autentico abbia bisogno della testa e della ragione per imbrigliare la passione e consegnarla al sacrificio che la purifica e la trasforma in dono. 

I nostri figli non hanno compreso - anche e soprattutto perché nessuno glielo ha spiegato - che perdere la vita non fa perdere la testa, mentre perdere la testa non fa perdere la vita. Ovvero, amare davvero sino a donarsi e perdere la vita non fa mai diventare irragionevoli e perdere la testa. Chi ama in Cristo e la sua ragione è illuminata dalla fede, è sempre lucido, anche quando "cede" alla follia di perdonare l'imperdonabile e caricarsi dei peccati altrui. La misericordia, infatti, non sarà mai frutto della passione. Al contrario, perdere la luce della ragione e del discernimento nello stordimento della passione e della concupiscenza, impedisce il donarsi senza riserve, perché la carne esige sempre il contraccambio. Senza una Grazia speciale essa è incapace di consegnarsi gratuitamente all'altro, nel rispetto, nel sacrificio e nella pazienza. Ai nostri figli - come a noi del resto - non basta "temere" Giovanni Battista, ovvero ascoltare la Parola di Dio, essere nella Chiesa, neanche pregare. 

E' fondamentale che abbiano, nei momenti importanti, qualcuno che, come Giovanni Battista, vinto da quella che Papa Francesco chiama "l'inquietudine per la salvezza del fratello", è disposto a giocarsi la testa per loro: "L’inquietudine dell’amore spinge sempre ad andare incontro all’altro, senza aspettare che sia l’altro a manifestare il suo bisogno" (Papa Francesco, Omelia del 28 agosto 2013). I figli hanno bisogno di padri che li amano così tanto e così gratuitamente da essere liberi per dire loro la verità: "non ti è lecito!", e non per nevrosi ma per amore. Padri e madri consapevoli che dicendo questo verranno forse decapitati dai propri figli... E non solo. Le mogli hanno bisogno di mariti come Giovanni Battista, liberi sino in fondo, che le tirino fuori da nevrosi e pensieri tristi e figli della menzogna, che generano complessi e paure; così come i mariti necessitano di mogli forti e sante che annuncino loro la verità, facendoli scendere dalla nuvola nella quale si nascondono, tra deliri di onnipotenza e infantilismi cronici, sindrome del quarantenne e ansie da prestazioni; anche una ragazza ha bisogno di un fidanzato che le parli con fede nella verità, rispettandola e custodendola per l'uomo che Dio ha pensato per lei, forse lui ma non si sa; così come un ragazzo non può restare legato a una fidanzata che, per paura, taccia la verità e, per non perderlo, lo lasci scatenare nelle pulsioni più basse. Una parrocchia e una comunità hanno bisogno di un pastore che ami "sino alla fine" le sue pecore, sino a perdere la testa e la vita per loro, perché nessuna resti nell'inganno del demonio, ma conosca la Verità e la verità le faccia libere per amare ed entrare nella Vita eterna. E così tra di fratelli di ogni comunità nella Chiesa, la verità innanzitutto, con dolcezza e carità. Così tra amici, senza spremute affettive che avvelenano. Tutti abbiamo bisogno di "martiri" che ci testimonino la Verità. 

Certo, per poter essere liberi e non temere di dire "non ti è lecito" è necessario, come Giovanni Battista, vivere nel deserto, ovvero aver tagliato con il mondo e i suoi criteri. Aver rinunciato al "potere" di Erode che si nutre della morte dell'altro; ogni potere, infatti, a casa, in ufficio e a scuola, sino ai palazzi de re e dei governanti, non può affermarsi se non uccidendo l'altro, per sentirsi vivo, per saziare la concupiscenza sempre più esigente, per non lasciar spazio ai nemici... Per essere liberi occorre dunque lottare con Cristo nel deserto delle tentazioni, essere "martiri" con Lui, e sperimentare che l'uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che esce dalla bocca del Padre; aver visto la propria debolezza amata da Dio, senza esigenze e moralismi; soprattutto, avere l'esperienza che quando Dio ha detto "non ti è lecito" non è stato per limitare, frustrare e togliere la la libertà come insinuato dal serpente ai progenitori, ma per amore; "non ti è lecito" è la verità che apre alla libertà, il cammino all'umiltà dei figli di un Padre buono che dà loro solo cose buone. "Non ti è lecito" buttare la tua vita perché "è lecito", sano e santo solo spenderla nell'amore.

Ai giovani e ai meno giovani accade come a Davide che, alla vista della bellezza di Betsabea, chiude in prigione ragione e fede, si lascia trascinare dai vortici della passione, e macchina piani e menzogne per dar corpo agli sconvolgimenti dell'istinto ormai senza freno. Morirà Uria, ucciso dalla malizia di Davide. E morirà il bambino nato dalla passione, perché ogni pensiero e ogni azione che non siano ispirate da Dio attraverso la ragione illuminata dalla fede sono senza frutto. Erode «ascoltava perplesso», vigilava, temeva. Ma non era sufficiente. Aveva ormai consegnato il cuore a Erodiade. Al contrario di Davide, peccatore, fragile, ma, inspiegabilmente per chi legge le cose solo carnalmente, proprio lui è il campione dell'uomo secondo il cuore di Dio. Il punto è tutto qui. Un cuore radicato in Dio, anche se cade, è capace di contrizione e di umiltà. Anche se la mareggiata della passione ne ha sconvolto gli equilibri, può tornare ad aggrapparsi all'àncora che non ha smesso di legarlo misteriosamente a sé. Erode invece ha scelto il peccato, lo ha scelto nel fondo del suo intimo, laddove l'uomo è completamente libero e si giocano le sue sorti; Erode ha reciso la fune che lo legava all'àncora e la tempesta ha rotto, inesorabilmente, gli ormeggi. Lo si comprende al «momento propizio», che può essere quello in cui il Signore scuote la coscienza intorpidita, ma anche quello in cui il demonio sferra l’attacco decisivo.

Per Davide il «kairos» è giunto con il profeta Natan, le cui parole dissolvono la menzogna e lo conducono al pentimento: «ho peccato» risponde, senza accampare scuse; così, nel riconoscersi peccatore, Davide accetterà, umilmente, le sofferenze che ne conseguono. Erode non può. Il rancore di Erodiade, alla quale aveva consegnato l'anima, lo trascina nell'abisso, perché l'accendersi di una passione spalanca sempre il passo a peccati più gravi. Erode ha soffocato la ragione nella carne, e quando la sua carne si adagia in un «banchetto» che ne sazia le voglie, seduto sulla propria anima, si ritrova sordo e cieco, perde la memoria delle parole del profeta, e promette e consegna la sua vita ad un'immagine effimera, il corpo seducente di una ragazza, che appare ai suoi occhi come l'albero dell'Eden, «buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza». Ed è morte, della Verità prima, della sua anima poi. 

Il Vangelo di oggi ci chiama a conversione, a guardare senza sconti la nostra vita, a lasciarci illuminare sui compromessi, sulle situazioni pericolose nelle quali ci troviamo, proprio dove non abbiamo forza e volontà per tagliare, voltare pagina e abbandonarci alla fedeltà di Dio. Quell'amicizia che ci insinua calunnie sugli altri, quell'affetto troppo corposo, che ha già messo il laccio al cuore e ci ha deposto sul piano inclinato che conduce al tradimento; quel rancore che arde, sordo, sotto la cenere del tempo che vorremmo capace di essiccare il peccato; quell'adulazione che risuona nelle nostre orecchie e ci pianta al centro di un universo che ci appare ogni giorno più ostile a tutto quanto facciamo e pensiamo. Per questo l'episodio di Erode ci invita a chiedere a Dio la grazia del cuore di Davide, pronto al pentimento, a rientrare in se stesso come il figliol prodigo, ad ascoltare la voce dei profeti che, con amore e fermezza, ci chiamano a conversione: ispirati da Dio, i pastori, i catechisti, i fratelli, i genitori, il coniuge, illuminano quanto, nella nostra vita, «non è lecito» ed è destinato a restare senza figli, svelando la parte di noi che, infeconda, appartiene alla terra ed è incapace di ereditare il Cielo. 


La correzione, certo, quando arriva fa male, perché graffia l’orgoglio che ci vorrebbe impenitenti, ma poi reca il bene immenso della libertà. Lasciamo allora che l'annuncio del Vangelo ci raggiunga e sconvolga le nostre precarie certezze, accogliamo la correzione e la Verità, permettiamo al Signore di amarci come solo Lui sa, sino ad innamorarci perdutamente di Lui; solo radicati in Lui e partecipando della sua obbedienza alla Parola del Padre di fronte alle seduzioni del demonio, che presentano sempre il potere e il possesso come la fonte della felicità, potremo divenire i testimoni della Verità di cui il mondo ha bisogno. Liberi come Giovanni, senza paura e lontani dai compromessi, dalle ipocrisie e dai ricatti, sino a perdere la testa, cioè oltrepassando "il lecito" della ragione strozzata dalla ricerca del proprio tornaconto; così siamo chiamati a mostrare al mondo che non è lecito chiudersi in ciò che è lecito per assecondare la carne, mentre è lecito perché secondo Dio e per il bene dell'uomo, abbandonare schemi e criteri che appesantiscono mente e cuore nell'egoismo, per uscire da se stessi e donarsi, per amore di chi ci è accanto, per Lui che ha perduto tutto per noi.






αποφθεγμα Apoftegma








Giovanni non visse soltanto per se stesso, e neppure morì solo per sé. 
Quanti uomini, carichi di peccati, la sua vita dura e austera seppe trarre a conversione! 
Quante persone la sua morte immeritata incoraggiò a sopportare le avversità! 
E a noi, da dove viene oggi l’occasione di rendere grazie a Dio con fede 
se non dal ricordo di san Giovanni ucciso per la giustizia, cioè per Cristo?
Egli non amò la sua anima, 
cioè la parte sensitiva che cerca il piacere e rifugge l’austerità, 
ma la odiò nel senso che non volle affatto acconsentire alle voglie istintive. 
Così odiandola, o meglio amandola in modo vero e religioso, 
l’ha conservata per la vita eterna. 
E non ha salvato soltanto se stesso, 
ma col suo esempio ha coinvolto moltissimi nella difesa della giustizia.

Giovanni Giusto Lanspergio

Giovedì della XXI settimana del Tempo Ordinario







L'ANNUNCIO
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 
Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 
Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.    
Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? 
Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! 
In verità vi dico: gli affiderà l'amministrazione di tutti i suoi beni. 
Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, arriverà il padrone quando il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa, lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti. 
 (Dal Vangelo secondo Matteo 24, 42-51)



Con la parabola di oggi il Signore ci svela quale sia l"agire" dei cristiani, il loro atteggiamento fondamentale nella vita: "vegliare, stare pronti". Che significa? Non dormire? Non proprio, visto che nella parabola delle dieci vergini appare che tutte si addormentano. E' qualcosa di più profondo, e dobbiamo andare al Cantico dei Cantici: "Quando dormivo ma il mio cuore vegliava". 

Ecco, la Chiesa è l'amata che attende l'Amato. "Vegliare" è, dunque, attendere il Signore, istante dopo istante. Il "cuore" che "veglia", infatti, è un cuore innamorato. E' l'intimo di chi ha conosciuto l'amore di Cristo che guarda sempre la sua amata come "la sua perfetta", anche se è un cumulo di difetti e peccati. E lì decide il bene, desidera compiere la volontà di Dio, è "prudente e fidato" perché non ha altro pensiero che Cristo, il "suo Signore".

Il cuore del Vangelo di oggi è proprio questo "vostro". "Veglia" solo chi appartiene a Cristo e, nella Chiesa, ha fatto l'esperienza che Cristo si è fatto suo e dei suoi fratelli, è il "loro Signore", completamente. 

Ma Gesù è davvero il mio Signore? E' il Signore "nostro", della nostra comunità, della nostra parrocchia? Oppure è un "ladro" che viene a prendere ciò che è mio? Forse abbiamo accolto nel cuore l'inganno del serpente, e, come il servo malvagio della parabola dei talenti, viviamo pensando che il Signore sia come "un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso". 

Per questo passiamo le giornate a difenderci; ma più difendiamo la vita più la perdiamo. E' come un'emorragia: non c'è verso di bloccare il flusso di vita che disperdiamo lungo le ore. I nostri figli, quante ore perse davanti a un display. Facebook, Twitter, Instagram, Youtube, magnetizzano occhi e cuore polverizzando ogni altro interesse.

Che tristezza vederli consegnati anima e corpo agli smartphone. Prova a toglierlo per un giorno... La vita finisce, non sanno più cosa fare, cosa dire, cosa pensare. I cellulari o i tablet sono delle estensioni delle loro mani, sembra che le dita sbuchino fuori dall'apparecchio come i rami di un albero.

Non si tratta però di lottare contro questa vera e propria depravazione; si tratta di tornare ad offrire ai giovani un contenuto pieno e gustoso al loro tempo. Di annunciargli l'amore e la "beatitudine" della vita perduta per amore, consegnata con Cristo a questa generazione.

Come ha fatto Gesù quando la gente lo seguiva e non aveva da mangiare. Era "sera", cioè era un momento preciso nel quale era rappresentato ogni tempo nel quale si scopre di essere affamati e non avere da mangiare. 

Era "sera" come il tempo nel quale vive il mondo; è "sera" nella vita di tua figlia, per questo cerca luce, calore, cibo dentro il display di uno smartphone. E' "sera" per ogni uomo che non attende il suo Signore, ma solo briciole di felicità, pace, serenità, appagamento, che precipitino come meteoriti da un universo sconosciuto.

Sì, per il mondo il tempo è una lunga "sera" che prepara alla "notte" dove tutto finisce. Chiediglielo a tua figlia che cosa o chi sta aspettando. Ammesso che riesca ad alzare lo sguardo dal cellulare, ti guarderà stralunata, come uscendo da un sogno, e i suoi occhi ti pianteranno in faccia un bel: ma che stai a dì?

Non ci ha mai pensato, non è un problema suo. Lei vive questo attimo totalizzante, fatto di presenze, parole, immagini virtuali, fuori dal tempo e dallo spazio. Per questo non può soffrire, non può sacrificarsi; per questo non studia, non aiuta in casa, non si accorge e non si preoccupa di ciò che le accade a cinque centimetri. 

E' un'egoista totale, strangolata dall'io e dai suoi capricci, perché il demonio, attraverso il mondo che frequenta, le ha stretto le mani al collo, senza che se ne accorgesse. E non te ne sei accorta neanche tu, cara mamma. Anche tu presa da troppe preoccupazioni per riempire un tempo tiranno, che non fa sconti, scorre e ti lascia rughe a deturpare il viso, capelli bianchi a fare scempio della testa, e indifferenza di tuo marito sempre più vecchio e noioso. Anche tu perduta nella "sera" che ha imboccato l'esistenza.

Ma Gesù ha riempito di novità e di vita la "sera" degli uomini. Ha chiamato i suoi discepoli e li ha trasformati in cibo: "date voi stessi da mangiare". Date la vostra vita, il vostro tempo, date il vostro corpo, i criteri, i progetti, il denaro, le forze, la salute. date tutto voi stessi in cibo a questa moltitudine di affamati che stanno per essere ingoiati dalla "sera" senza speranza.

Ed è lo stesso che vuol fare con noi, con te e con me, con tua figlia drogata di post, tag e "mi piace". Non importa quello che siamo: cinque pani e due pesci vanno benissimo. Essi sono immagine della formazione che stiamo ricevendo nella Chiesa. Non sono per noi, non ci sazierebbero! Siamo stati chiamati nella Chiesa per diventare cibo da dare al "tempo dovuto" a chi ci è accanto. 

Solo così saremo "beati", cioè felici, realizzati, sazi. La "beatitudine" consiste quindi nel "vegliare", "agendo" con "prudenza e fedeltà", cioè con sapienza, adempiendo l'"incarico" che è stato affidato.  E' "beato" insomma che compie la volontà di Dio, istante per istante. Perché l'amore è obbedienza; i sentimenti se li porta via il vento. L'amore autentico appare solo nel crogiolo dell'obbedienza.

Chi non rinuncia a se stesso non ama; quindi non "veglia", e quindi resta sempre "insoddisfatto", infelice, adirato. Ecco perché può arrivare anche a "percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi". E' un "ipocrita", vive cioè una vita che non gli si addice. E' un cristiano che ha perduto la primogenitura, come il sale che ha perduto il sapore. Non serve a nulla.

E' impaziente come tutti gli orgogliosi; lui è dio, e tutto deve servire ai bisogni di sua maestà... Non può aspettare, tutto e subito, come quando sfiori un display e ti compare una donna nuda in atteggiamenti abominevoli. Attento con tuo figlio, attento; senza accorgertene stai covando un mostro di egoismo: infilato nella rete virtuale alla fine crederà che tutto nella vita è a portata di touch... E quando scoprirà che non è così non farà altro che bastonare gli amici, esigere da loro che nutrano il suo orgoglio, e di drogherà, berrà, passerà da un letto all'altro, senza saziarsi mai.

E' quello che accade nel mondo, ma anche dentro di noi. Attento, perché se ti sembra che il tempo ti insegua per soffocarti; se hai paura del suo incedere e non sopporti di non avere nulla tra le mani, è il segno che sei ancora un grandissimo orgoglioso, ingannato a dovere dal demonio.  

Che cosa dovrebbe contenere il tempo, che cosa dovrebbe portarci in dote per non averne paura e affrontarlo in pace? Quello che la nostra carne desidera: successo, considerazione, stima, affetto, prestigio. Il tempo dovrebbe essere un autobus che fa scendere ininterrottamente alla fermata della nostra esistenza persone ed eventi capaci di saziare le nostre concupiscenze, incluse quelle spirituali, così subdole e nascoste. 

Invece il tempo è qualcosa di completamente diverso: ci reca frustrazione e nostalgia, paura e angoscia perché il demonio ne ha fatto uno strumento per ucciderci, rivestendolo di false e illusorie aspettative. Per questo siamo infelici e sempre scuri in volto. Non perché le cose non vanno come vorremmo, ma perché siamo morti dentro, senza amore. 

Siamo stati chiamati alla Chiesa, abbiamo ascoltato la parola di Dio, ci siamo nutriti dei sacramenti, ma non ci siamo innamorati di Cristo. "Pensiamo nel cuore che Egli stia ritardando", che non gli importa di noi, e per questo abbiamo smesso di "vegliare". E spendiamo la vita tra una malvagità e l'altra.

Ma non è ancora troppo tardi. Possiamo convertirci, pastori, catechisti o comuni fratelli che siamo. Possiamo accogliere oggi Cristo il "servo fedele e prudente" che non ha sprecato un istante della sua vita, ma ha approfittato di ogni occasione per donarsi a noi e darci da mangiare nei momenti in cui, morti per i nostri peccati, non avremmo potuto procurarci il pane. Lui è venuto dal paradiso per perdonarci, salvarci e sfamarci, noi che eravamo sfiniti dalla fatica...  

Risuscitati e nutriti dal suo amore, scopriremo che la vita ci è data come un "incarico" d'amore con il quale dare pienezza e compimento al tempo. Per questo la Chiesa ci invita a destarci dal sonno dell'orgoglio e umiliarci dinanzi a Dio: a chiedere perdono e ricominciare a camminare nelle ore semplici e concrete che ci sono date. 

Per questo abbiamo bisogno di un cuore nuovo, innamorato. Abbiamo bisogno che Cristo ci doni il suo cuore, capace di discernere in ogni evento il "momento che non sappiamo" nel quale Lui viene per farci una cosa con sé; la carne è incapace di riconoscerlo, ha altri parametri, quelli dell'orgoglio, secondo i quali Cristo non può venire come l'Amato del cuore attraverso l'insulto di mio marito, l'indifferenza dei parrocchiani, una mnalattia e un fallimento.

Per questo Gesù dice che tornerà "quando meno ce lo aspettiamo": per spogliarci dell'uomo vecchio e carnale che non vede e non capisce nulla, per rivestire il nuovo, guidato dallo Spirito Santo che fiuta nelle persone e negli eventi il profumo di Cristo.

Così, quando giunge la "sera" per noi e per chi ci è accanto, sapremo discernere il momento favorevole, e aprire allo sposo che bussa al nostro cuore. Questo significa essere "pronti": accettare la nostra debolezza per consegnarci così come siamo a Cristo che farà di noi il cibo di cui il mondo ha bisogno.

Il Vangelo innanzi tutto! Sempre pronti ad annunciare la Buona Notizia, il solo cibo capace di salvare e saziare. E poi noi pronti a dare noi stessi da mangiare. Forse oggi tuo figlio ha bisogno di due ore per parlarti; forse il collega ha bisogno di un agnello che non lo giudichi ma prenda su di sé i suoi insulti; forse qualche nemico ha fame, è sera e non sa dove andare a comprare da mangiare... 

Coraggio allora, non c'è situazione difficile, non c'è umiliazione che impedisca tutto questo! La Parola di Dio non è incatenata: San Paolo sapeva approfittare anche del carcere per annunciare il Vangelo; anzi, proprio grazie al carcere ha potuto predicare ai pagani. 

Così ogni situazione, ogni evento, ogni momento, anche i più noiosi e routinari sono quel "a suo tempo" in cui "dare da mangiare" al prossimo. Proprio quando sembra che Cristo ritardi a consolarci, a darci quello che desideriamo, Egli è più vicino, si sta donando a noi perché, attraverso di noi, vuole farsi "cibo" per il mondo. 

Accogliendo la storia così come si presenta, accoglieremo Cristo, e ci doneremo a Lui e in Lui a chi ci è accanto, e sperimenteremo, proprio nei momenti più aridi, più difficili, più incomprensibili, la "beatitudine" celeste dell' "amministratore di tutti i suoi beni". Potremo cioè disporre delle Grazie necessarie per perdonare, pazientare, essere casti e aprirci alla vita, essere generosi e liberi da mammona, annunciare il Vangelo, accogliere la persecuzione e il martirio, pregare e offrire la vita per i nemici. 

Potremo vivere beati gustando e amministrando tutti i beni di Cristo, la vita che non muore e che si moltiplica saziando coloro ai quali siamo inviati.








αποφθεγμα Apoftegma





La Chiesa ha il compito di rendere presenti e quasi visibili Dio Padre e il Figlio suo incarnato, 
rinnovando se stessa e purificandosi senza posa sotto la guida dello Spirito Santo.
Ciò si otterrà anzi tutto con la testimonianza di una fede viva e adulta, 
vale a dire opportunamente formata a riconoscere in maniera lucida le difficoltà e capace di superarle.
Di una fede simile han dato e danno testimonianza sublime moltissimi martiri.
Questa fede deve manifestare la sua fecondità, 
col penetrare l'intera vita dei credenti, compresa la loro vita profana, 
e col muoverli alla giustizia e all'amore, specialmente verso i bisognosi.
Ciò che contribuisce di più, infine, a rivelare la presenza di Dio, 
è la carità fraterna dei fedeli che unanimi nello spirito lavorano insieme per la fede del Vangelo
e si presentano quale segno di unità. 

Gaudium et spes