Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario




SINTESI

"E' lecito amare?". Ovvero, quale trappola abbiamo escogitato per non amare, per non fare del bene? In quale casella delle nostre alchimie legalistiche abbiamo relegato la suocera, il marito, il collega, con l'unico scopo di silenziare la coscienza e auto-giustificarci, per non umiliarci, chiedere perdono e avere misericordia? Nel parallelo di Matteo la domanda di Gesù è più articolata: "E' lecito di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?". E' evidente il paradosso: fare il male e togliere una vita non è mai lecito. Invece, è sempre lecito e doveroso amare. Eppure compiamo l'illecito senza curaci della Legge e del Sabato, anzi; ingannati dal demonio ci convinciamo che il male sia bene, e non amare sia "lecito". E' la stessa ipocrisia dei farisei che li condurrà a volere la morte di Gesù, a deciderla nel loro cuore, e proprio in giorno di sabato! Gesù parla oggi proprio al nostro cuore, laddove il suo amore vuol scendere per sanarci. Se lì dentro - e in giorno di sabato - siamo capaci e riteniamo lecito decidere di peccare, di uccidere con i giudizi, con le concupiscenze, con le passioni, come non potrebbe essere lecito amare, perdonare, sanare, salvare? Per questo le parole di Gesù possono oggi farci finalmente tacere, perché il silenzio apre le porte alla conversione. Solo quando ci renderemo conto di "non avere risposta" perché presi in flagrante, Gesù potrà prenderci per mano, guarirci e inviarci in missione nella vita. Proprio la domanda: "E' lecito?" ci smaschera. Vediamo che cosa significhi per noi, seguendo il parallelo di Matteo che vi aggiunge l'esempio di Davide che si cibò dei pani dell'offerta riservati ai sacerdoti. "Era lecito?". Secondo la Legge no, erano riservati al culto e a loro, che di essi vivevano. Come, ad esempio, non era lecito perdonare un'adultera, bisognava lapidarla e così "estirpare il male dal Popolo". La domanda quindi è sottile e rivela se nel cuore alberga l'ipocrisia. Quel "è lecito" di Gesù è stato immerso nella sua misericordia, la madre della libertà. Per questo oggi per noi suona così: "è lecito" prendere su di sé il peccato di una moglie adultera? Magari non ci ha tradito con un amante, anche se la domanda varrebbe lo stesso, ma non ha avuto le attenzioni che ci aspettavamo, le camice sono tutte da stirare, non ha pagato le bollette e ora siamo andati in mora, mentre ha fatto l'ennesima spesa pazza, il sesto paio di scarpe: "é lecito" perdonarla, avere pazienza e accoglierla così com'è, con le sue ansie e nevrosi? "E' lecito" comprenderla e giustificarla, pensando bene di lei, che è in un momento difficile, la malattia della madre, i bambini che non le danno tregua, e una stanchezza che sfiancherebbe un toro... "E' lecito" essere liberi al punto di non difendersi e offrirsi completamente al prossimo? "E' lecito" amare il peccatore, e dargli da mangiare ciò che non gli spetterebbe, il "pane" riservato al culto, ovvero il corpo di Cristo fatto carne in noi? Eh sì, perché ben prima della comunione sacramentale ai divorziati risposati il Signore ci chiama a "dare noi stessi da mangiare"... Stai offrendoti a chi non avrebbe diritto a nulla di te? I pastori, i catechisti, stanno annunciando che solo l'amore al nemico - che per la Legge era un assurdo - salva davvero i peccatori? E' questo il cammino che stiamo presentando a chi ha divorziato e vorrebbe accostarsi ai sacramenti? Forse no, perché pensiamo che è impossibile perdonare un marito violento, che ha tradito andandosene con una ventenne e lasciando soli moglie e tre bambini. Impossibile all'uomo vecchio, ai "farisei" di ogni generazione. Ma proprio l'annuncio sorprendente di Gesù mette a "tacere" il moralismo arido e senza amore di chi si difende con la Legge. Al centro della questione non è la comunione sacramentale; vi è piuttosto la fede, che sa rispondere alla domanda se "sia lecito" perdonare settanta volte sette e morire per amore di un nemico. Perché è questo il vero compimento della Legge! Ma perché si dia nei cristiani è necessario che siano iniziati alla fede: se non sono "presi per mano" dal Signore e accompagnati in un cammino dove possano sperimentare la "guarigione", non saranno mai "congedati" per vivere da cristiani. Solo nell'iniziazione cristiana si diventa figli di Dio liberi dall'acqua stagnante che appesantisce il cuore di un "idropico spirituale" come tutti siamo, e che per questo è incapace di amare. E' questo l'autentico percorso di penitenza auspicato da molti padri sinodali per i divorziati risposati. Ben prima della comunione sacramentale i peccatori hanno bisogno urgente dell'amore fatto carne nei cristiani. Esso è molto più che "lecito", è un diritto! Solo così incontreranno Cristo vivo nella propria vita, e potranno aprirsi alla penitenza e alla conversione, e perdonare come si è stati perdonati. Perché il problema è nel cuore, dei farisei come dell'idropico. E' lì che tutti abbiamo bisogno di essere "guariti". Poi il Signore ispirerà soluzioni che non siano toppe su un vestito grezzo, ma vino nuovo in otri nuovi, perché Dio, nella sua Chiesa, fa nuove tutte le cose, e non esiste caso disperato che in Cristo non trovi "guarigione" e vita nuova. Si può cercare un coniuge che ci ha lasciati vent'anni prima e riconciliarcisi, eccome, perché Cristo è risuscitato, e nessun peccato ha più potere su di Lui! Ci si può umiliare per amore nell'amore di Cristo, perdonare e chiedere perdono a chi ci ha fatto del male, facendo "lecito" quello che la "durezza dei cuori" ha reso illecito perché divenuto ormai impossibile. Ma se Cristo la rende possibile, allora ogni follia secondo il mondo è "lecita", anche vivere come fratello e sorella nonostante anni di rapporti sessuali, se si tratta di "tirare fuori", ovvero risuscitare, "un asino o un bue caduti nel pozzo" della morte. Nel Signore crocifisso è stato "lecita" la più grande ingiustizia, perché potessimo essere liberati, sciolti dalle catene dell'orgoglio per amare oltre la morte. Amando così, infatti, Gesù si è giocato la vita, perché ciascuno di noi, e ogni nostro matrimonio, fuori legge a causa dei peccati, fosse riaccolto dall'Autore della Legge che la fa possibile e la compie nel più debole degli uomini.






L'ANNUNCIO


Un sabato Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico.
Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no curare di sabato?”. Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse: “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a queste parole.


  (Dal Vangelo secondo Luca 14, 1-6)






La misericordia, unica risposta ai mali dell'uomo, squarcia ogni velo d'ipocrisia e lascia senza parole. Quante volte ci ritroviamo così, come i farisei dinanzi al Signore e al suo amore, ammutoliti, schiacciati dai nostri ipocriti moralismi che ci tagliano la lingua.

Gesù ci fissa oggi diritto negli occhi, e punta al nostro cuore con una domanda che è un dardo infuocato: "è lecito amare?". Quale trappola abbiamo escogitato per non amare, per non fare del bene? In quale casella delle nostre alchimie legalistiche abbiamo relegato la suocera, il marito, il collega, con l'unico scopo di silenziare la coscienza e auto-giustificarci, per non umiliarci, chiedere perdono e avere misericordia? 

La radice del problema è sempre nel cuore, per questo il pubblicano salito al Tempio a pregare si percuote il petto, riconoscendo che è lì l'origine dei suoi peccati e delle sue sofferenze. Nel parallelo di Matteo la domanda di Gesù è più articolata: "E' lecito di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?". E' evidente il paradosso: fare il male e togliere una vita non è mai lecito. 

Ma Gesù, indignato e rattristato per la durezza del cuore dei farisei, vuole togliere il velo di menzogna che ha chiuso i loro occhi. E la stessa domanda giunge oggi al nostro cuore: perché è lì dove si decide di fare il bene o il male, se dare la vita oppure toglierla. E' nel cuore, nel segreto del nostro intimo che amiamo o disprezziamo, ci doniamo o ci chiudiamo; è nel cuore che violiamo il sabato, senza che nessuno possa vederci

E' sempre lecito e doveroso amare, è sempre illecito fare il male e uccidereEppure compiamo l'illecito senza curaci della Legge e del Sabato, anzi; ingannati dal demonio ci convinciamo che il male sia bene, e non amare sia "lecito". Il cuore è lontano da Dio, il sabato è solo un pretesto per vivere nell'ipocrisia di una vita falsa e doppia, purtroppo accecata dall'illusione della pretesa giustizia esteriore derivante dal rispetto di codici e leggi, nel cui nome dimentichiamo la misericordia. L'ipocrisia dei farisei li condurrà a volere la morte di Gesù, a deciderla nel loro cuore, e proprio in giorno di sabato!

Gesù parla oggi al nostro cuore, laddove il suo amore vuol scendere per sanarci. Se nel nostro cuore - e in giorno di sabato - siamo capaci e riteniamo lecito decidere di peccare, di uccidere con i giudizi, con le concupiscenze, con le passioni, come non potrebbe essere lecito amare, perdonare, sanare, salvare? Il paradosso con il quale oggi il Signore viene a visitarci per trarci fuori dalla trappola della menzogna e dell'ipocrisia che stringe il nostro cuore, ci indica dove dobbiamo guardare, dove inizia la vera conversione. 

L'autentico compimento della Legge si realizza attraverso la circoncisione del cuore: i segni visibili nella carne, come le opere esibite per essere ammirati, possono costituire, sovente, l'alimento che rinforza e fa crescere l'uomo vecchio, incapace di ereditare la Vita Eterna e, peggio, di sbarrarne l'accesso ai più piccoli e ai più deboli.

La libertà è un dono inestimabile, che scaturisce da un cuore "graziato". Chi non ha conosciuto la folle misericordia di Dio, la sua testarda tenerezza, è ancora schiavo della propria pretesa giustizia, altrimenti chiamata orgoglio; il suo cuore è indurito e si illude di compiere la volontà di Dio mettendo insieme un povero puzzle di regolette appena rispettate. 

Gesù ci parla per farci finalmente tacere, perché è il silenzio che apre le porte alla libertà. Solo quando ci renderemo conto di "non avere risposta" perché presi in flagrante, Gesù potrà prenderci per mano, guarirci e inviarci in missione nella vita. Proprio la domanda: "E' lecito?" ci smaschera. Vediamo che cosa significhi per noi, seguendo il parallelo di Matteo che vi aggiunge l'esempio di Davide che si cibò dei pani dell'offerta riservati ai sacerdoti. "Era lecito?". Secondo la Legge no, erano riservati al culto e a loro, che di essi vivevano. Come, ad esempio, non era lecito perdonare un'adultera, bisognava lapidarla e così "estirpare il male dal Popolo". 

La domanda quindi è sottile e rivela se nel cuore alberga l'ipocrisia. Quel "è lecito" di Gesù è stato immerso nella sua misericordia, la madre della libertà. Per questo oggi per noi suona così: "è lecito" prendere su di sé il peccato di una moglie adultera? Magari non ci ha tradito con un amante, anche se la domanda varrebbe lo stesso, ma non ha avuto le attenzioni che ci aspettavamo, le camice sono tutte da stirare, non ha pagato le bollette e ora siamo andati in mora, mentre ha fatto l'ennesima spesa pazza, il sesto paio di scarpe: "é lecito" perdonarla, avere pazienza e accoglierla così com'è, con le sue ansie e nevrosi? "E' lecito" comprenderla e giustificarla, pensando bene di lei, che è in un momento difficile, la malattia della madre, i bambini che non le danno tregua, e una stanchezza che sfiancherebbe un toro... 

"E' lecito" essere liberi al punto di non difendersi e offrirsi completamente al prossimo? "E' lecito" amare il peccatore, e dargli da mangiare ciò che non gli spetterebbe, il "pane" riservato al culto, ovvero il corpo di Cristo fatto carne in noi? Eh sì, perché ben prima della comunione sacramentale ai divorziati risposati il Signore ci chiama a "dare noi stessi da mangiare"... Stai offrendoti a chi non avrebbe diritto a nulla di te? I pastori, i catechisti, stanno annunciando che solo l'amore al nemico - che per la Legge era un assurdo - salva davvero i peccatori? E' questo il cammino che stiamo presentando a chi ha divorziato e vorrebbe accostarsi ai sacramenti? Forse no, perché pensiamo che è impossibile perdonare un marito violento, che ha tradito andandosene con una ventenne e lasciando soli moglie e tre bambini. Impossibile all'uomo vecchio, ai "farisei" di ogni generazione. Ma proprio l'annuncio sorprendente di Gesù mette a "tacere" il moralismo arido e senza amore di chi si difende con la Legge. 

Al centro della questione non è la comunione sacramentale; è piuttosto la fede, che sa rispondere alla domanda se "sia lecito" perdonare settanta volte sette e morire per amore di un nemico. Perché è questo il vero compimento della Legge! Ma perché si dia nei cristiani è necessario che siano iniziati alla fede: se non sono "presi per mano" dal Signore e accompagnati in un cammino dove possano sperimentare la "guarigione", non saranno mai "congedati" per vivere da cristiani. Solo nell'iniziazione cristiana si diventa figli di Dio liberi dall'acqua stagnante che appesantisce il cuore di un "idropico spirituale" come tutti siamo, e che per questo è incapace di amare. E' questo l'autentico percorso di penitenza auspicato da molti padri sinodali per i divorziati risposati. 

Ben prima della comunione sacramentale i peccatori hanno bisogno urgente dell'amore fatto carne nei cristiani. Esso è molto più che "lecito", è un diritto! Solo così incontreranno Cristo vivo nella propria vita, e potranno aprirsi alla penitenza e alla conversione, e perdonare come si è stati perdonati. Perché il problema è nel cuore, dei farisei come dell'idropico. E' lì che tutti abbiamo bisogno di essere "guariti". Poi il Signore ispirerà soluzioni che non siano toppe su un vestito grezzo, ma vino nuovo in otri nuovi, perché Dio, nella sua Chiesa, fa nuove tutte le cose, e non esiste caso disperato che in Cristo non trovi "guarigione" e vita nuova. Si può cercare un coniuge che ci ha lasciati vent'anni prima e riconciliarcisi, eccome, perché Cristo è risuscitato, e nessun peccato ha più potere su di Lui! 

Ci si può umiliare per amore nell'amore di Cristo, chiedere perdono a chi ci ha fatto del male, facendo così "lecito" quello che la "durezza dei cuori" ha reso illecito perché divenuto ormai impossibile. Ma se Cristo la rende possibile, allora ogni follia è "lecita", anche vivere come fratello e sorella nonostante anni di rapporti sessuali, se si tratta di "tirare fuori", ovvero risuscitare, "un asino o un bue caduti nel pozzo" della morte. Nel Signore crocifisso è stato "lecita" la più grande ingiustizia, perché potessimo essere liberati, sciolti dalle catene dell'orgoglio per amare oltre la morte. Amando così, infatti, Gesù si è giocato la vita, perché ciascuno di noi, e ogni nostro matrimonio, fuori legge a causa dei peccati, fosse riaccolto dall'Autore della Legge che la fa possibile e la compie nel più debole degli uomini"Quando Gesù nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma più radicale" (Benedetto XVI, Deus Charitas Est, 12). 




αποφθεγμα Apoftegma




Ci sono sempre motivi per non fare qualcosa: 
la questione è solo se bisogna farla nonostante ciò.

D. Bonhoeffer, 8 giugno 1944



Giovedì della XXX settimana del Tempo Ordinario


Chagall. Giosuè e l'angelo del Signore


SINTESI

La missione di Gesù esige radicalità. La consapevolezza dell'opera da compiere lo rende forte e audace. L'autenticità della profezia si rivela nella fermezza e nella parresia del profeta. La missione di Gesù è il compimento di quella affidata a Giosuè; in ebraico il nome “Giosuè” (yehosu‘a) è una forma antica del nome “Gesù” (yesu‘a). Giosuè doveva guidare il popolo alla conquista della terra promessa, combattendo gli abitanti di Canaan; Gesù dovrà scacciare i demoni per introdurre gli uomini nel Regno di Dio. Il suo programma è semplice: deve andare per la sua strada sino a Gerusalemme. Ha davanti a sé un tempo limitato, due giorni, che lo prepara al compimento dell'opera nel terzo giorno. E' questo il tempo di Dio, tre giorni, il Mistero Pasquale. Ogni missione profetica segue lo stesso schema: annuncio, processo, rifiuto, passione, croce, sepolcro e risurrezione. Questo significa che ogni profezia deve passare per il crogiuolo, per il sacrificio dell'agnello. Solo così essa potrà mostrare la sua autenticità, la verità capace di liberare davvero. Gesù lo sapeva e per questo non temeva di dirigersi a Gerusalemme, il luogo dove la Pasqua doveva essere celebrata, come non era possibile che un profeta morisse fuori da Gerusalemme. Ogni profezia, infatti, annuncia il mistero della Pasqua, rivelando, negli eventi della storia, la sapienza della Croce: essa distrugge ogni falsa sapienza, l'astuzia di Erode la volpe, l'ipocrisia dei farisei. Per questo, ogni criterio che induce a fuggire dalla croce è figlio di satana. Occorre coraggio per vivere ogni giorno il ministero profetico che ci è assegnato, senza scappare. Il coraggio che scaturisce dalla fede; dubitare è spegnere la profezia e sbiadire la vita. Dio ci ha chiamato per compiere la stessa opera di Giosuè e di Gesù: tre giorni per condurre questa generazione al di là del Giordano. Unica condizione è fare quello che il Signore ha indicato a Giosuè: meditare giorno e notte la Scrittura e nutrirsi delle provviste capaci di far entrare nel passaggio attraverso la morte, profezia della vita spirituale di una comunità cristiana, perché sia Cristo ad operare in noiCi attende Gerusalemme, il rifiuto e la morte: non è possibile che la storia di ogni giorno non ci conduca alla moglie, al marito, ai colleghi, come ad un sepolcro. E' la verità, perché esiste il peccato che insidia la Grazia. Per questo l'amore autentico appare quando si ergono i nemici contro di noi. Non è possibile morire fuori dalla storia, perché l'autenticità della nostra vita cristiana sia provata, e divenga profezia di salvezza per coloro ai quali siamo inviati. Certo, il rifiuto della profezia genera solitudine e morte, il destino della casa di Gerusalemme. Ma, misteriosamente, anche questo è necessario: per essere scacciato, satana deve venire alla luce. In Gerusalemme sono coagulati i peccati di ogni generazione. Il rifiuto e la condanna trascineranno la carne del Signore nella tomba, e la stessa casa di Gerusalemme diverrà un sepolcro deserto. Ma proprio questo passaggio segnerà l'aurora gloriosa del Benedetto che viene nel nome del Signore; la sua vittoria sarà la pace. Secondo un’etimologia popolare Gerusalemme era interpretata come "visione della pace". Questa visione sarà compiuta quando i discepoli rivedranno il Maestro risorto al terzo giorno: "Pace a voi!". E' Gesù stesso, il Tempio ricostruito in tre giorni, la visione della pace, la nuova Gerusalemme i cui figli sono raccolti come una covata sotto le ali della chioccia. E' necessario che Gesù si diriga oggi alla nostra vita, per far luce e smascherare i nostri peccati. La sua strada siamo noi che, come Gerusalemme, rifiutiamo la profezia e il Profeta. I passi di Gesù ci cercano anche oggi in un desiderio ardente di far pasqua con noi, di amarci, di perdonarci. I suoi passi cercano i nostri peccati. Troppe volte abbiamo visto la nostra casa deserta, la famiglia dispersa e incapace di perdonarsi. Troppe volte abbiamo rifiutato la profezia che ci avrebbe resi liberi, trattenendo e difendendo i nostri peccati. Occorre imparare a darglieli, come San Girolamo. Oggi il Signore ci viene a prendere sotto le sue ali, per farci sperimentare il potere del suo amore. Oggi possiamo incontrarlo di nuovo, vittorioso su ogni nostro peccato, e accoglierlo abbandonandoci nell'umile fede di chi, dal fondo del suo deserto, riconosce in Gesù la benedizione inviata dal Padre.



L'ANNUNCIO
In quel giorno si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». 
Egli rispose: «Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. 
Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».
(Dal Vangelo secondo Lc 13, 31-35)





Gesù deve andare per la sua strada. Nulla e nessuno potrà fermarlo. La sua missione esige radicalità. La consapevolezza dell'opera da compiere lo rende forte e audace. Non saranno le minacce di morte che lo distoglieranno dal compiere il mandato ricevuto dal Padre. L'autenticità della profezia si rivela nella fermezza e nella parresia del profeta. La missione di Gesù è il compimento di quella affidata a Giosuè; in ebraico il nome “Giosuè” (yehosu‘a), infatti, è una forma antica del nome “Gesù” (yesu‘a). Giosuè doveva guidare il popolo alla conquista della terra promessa, combattendo gli abitanti di Canaan; Gesù dovrà scacciare i demoni per introdurre gli uomini nel Regno di Dio: "E' lui infatti che dopo la morte di Mosè ha assunto il comando, è lui che ha condotto l’esercito e ha combattuto contro Amalec; e ciò che era adombrato dalle braccia distese sul monte egli lo ha realizzato inchiodando alla croce i principi e le potenze sulle quali egli, in se stesso, trionfa" ((Origene, Omelie su Giosuè, I, 3). 

Il Signore invia Giosuè infondendogli coraggio: "Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato ai loro padri di dare loro. Solo sii forte e molto coraggioso, cercando di agire secondo tutta la legge che ti ha prescritta Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, perché tu abbia successo in qualunque tua impresa. Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma mèditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto; poiché allora tu porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo. Non ti ho io comandato: Sii forte e coraggioso? Non temere dunque e non spaventarti, perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vada... Allora Giosuè comandò agli scribi del popolo: «Passate in mezzo all'accampamento e comandate al popolo: Fatevi provviste di viveri, poiché fra tre giorni voi passerete questo Giordano, per andare ad occupare il paese che il Signore vostro Dio vi dà in possesso»" (Gs. 1,3 ss.). 


Gesù fa sue le parole rivolte a Giosuè, e con coraggio si dirige a Gerusalemme: sa di non essere solo, il Padre è sempre con Lui perché Egli compie sempre la sua volontà, non devia da essa né a destra né a sinistra; Gesù medita giorno e notte la Scrittura, dirige su di essa i suoi passi, la incarna e la compie in ogni istante, è sempre presente sulle sue labbra. Per questo non teme e non si spaventa: raccoglie i suoi discepoli, consegna se stesso come provvista, annunciandogli il mistero che lo attende, la morte e la risurrezione che avverrà dopo tre giorni; allora passeranno finalmente il Giordano della paura, per andare ad annunciare il Vangelo e occupare il paese soggiogato da satana che il Signore dà loro in possesso sino ai confini della terra. 

Gesù va per la sua strada: è la profezia che stana e scaccia i demoni. E' la verità che fa liberi. Il programma di Gesù è semplice: ha davanti a sé un tempo limitato, due giorni, che lo prepara al compimento dell'opera nel terzo giorno. La missione di Gesù è riassunta nei tre giorni del suo mistero pasquale: è questo il tempo di Dio. Ogni missione profetica segue lo stesso schema: annuncio, processo, rifiuto, passione, croce, sepolcro e risurrezione. Questo significa che ogni profezia deve passare per il crogiuolo, per il sacrificio dell'agnello. Solo così essa potrà mostrare la sua autenticità, la verità capace di liberare davvero. Gesù lo sapeva e per questo non temeva di dirigersi a Gerusalemme, il luogo dove la Pasqua doveva essere celebrata, come non era possibile che un profeta morisse fuori da Gerusalemme. 

Vista di Gerusalemme con scene della Passione
Ogni profezia annuncia la Pasqua, rivelando, negli eventi della storia, la sapienza della Croce: essa distrugge ogni falsa sapienza, l'astuzia di Erode la volpe, l'ipocrisia dei farisei. Per questo, ogni criterio che induce a fuggire dalla croce è figlio di satana. Occorre coraggio per vivere ogni giorno il ministero profetico che ci è assegnato, senza scappare. Il coraggio che scaturisce dalla fede; dubitare è spegnere la profezia e sbiadire la vita. Dio ci ha chiamato per compiere la stessa opera di Giosuè e di Gesù: tre giorni per condurre questa generazione al di là del Giordano. Non siamo soli, Lui è con noi; unica condizione è meditare giorno e notte la Scrittura, essere uniti a Cristo, lasciare che sia Lui ad operare in noi

Ci attende Gerusalemme, il rifiuto e la morte: non è possibile che la storia di ogni giorno non ci conduca alla moglie, al marito, ai colleghi, come ad un sepolcro. E' la verità, perché esiste il peccato che insidia la Grazia. Per questo l'amore autentico appare quando si ergono i nemici contro di noi. Quando si è in una pace frutto del compromesso l'amore è ancora molto sentimento. E i sentimentali non sopportano l'idea che di lì a un minuto il coniuge possa convertirsi in un nemico. Ma proprio nei momenti in cui siamo rifiutati, attraverso di noi, il Signore può raggiungere e salvare chi ci è accanto. Non è possibile morire fuori dalla storia, perché l'autenticità della nostra vita sia provata, e divenga profezia di salvezza per coloro ai quali siamo inviati

Gerusalemme celeste
Il rifiuto della profezia genera solitudine e morte, il destino della casa di Gerusalemme. Ma, misteriosamente, anche questo è necessario: per essere scacciato, satana deve venire alla luce. In Gerusalemme sono coagulati il disprezzo, il rifiuto, i peccati di ogni generazione. "La tradizione ebraica associava alla città santa la creazione di Adamo e al monte Moria il sacrificio di Isacco. Lì, il nuovo Adamo sarebbe stato anch'egli tentato, e, come Isacco, sarebbe stato legato. L'intera storia biblica doveva essere ricapitolata e ricuperata alla radice" (F. Manns, Ecce Homo). Gesù deve affrontare il rifiuto della "Gerusalemme di quaggiù, schiava insieme con i suoi figli", per dischiudere le porte della "Gerusalemme di lassù, libera che è la nostra madre" (Gal. 4,25-26). Scriveva S. Ireneo che le cose "non sono create per se stesse, ma per il frutto che cresce in esse. E come per il frutto l’acino e il grano persistono mentre spariscono la resta e il graspo, così Gerusalemme, che in sé portava il giogo della schiavitù, viene soggiogata per lasciare posto alla Gerusalemme libera. Ad essa vengono condotti tutti quelli che, disseminati nel mondo intero, possono portare frutti"  (S. Ireneo, Adv. Haer.). 

Il rifiuto del Messia inaugurerà l'era della nuova Gerusalemme, nella quale ogni profezia su di essa troverà compimento. Il rifiuto e la condanna trascineranno la carne del Signore nella tomba, e la stessa casa di Gerusalemme diverrà un sepolcro deserto. Ma proprio questo passaggio segnerà l'aurora gloriosa del Benedetto che viene nel nome del Signore; la sua vittoria sarà la pace. Secondo un’etimologia popolare Gerusalemme era interpretata come "visione della pace". Questa visione sarà compiuta quando i discepoli rivedranno il Maestro risorto al terzo giorno: "Pace a voi!". E' Gesù stesso, il Tempio ricostruito in tre giorni, la visione della pace, la nuova Gerusalemme i cui figli sono raccolti come una covata sotto le ali della chioccia.


Per questo è necessario che Gesù si diriga oggi alla nostra vita, per far luce e smascherare i nostri peccati. La sua strada siamo noi che, come Gerusalemme, rifiutiamo la profezia e il Profeta. I passi di Gesù ci cercano anche oggi in un desiderio ardente di far pasqua con noi, di amarci, di perdonarci. I suoi passi cercano i nostri peccati. S. Girolamo si converte e per far penitenza dei suoi peccati rimane a Betlemme per ben 35 anni, in una spelonca accanto alla grotta della Natività, pregando, studiando e traducendo in latino la Bibbia. In una notte di Natale gli appare Gesù Bambino che gli chiede: "Non hai niente da darmi nel giorno della mia Nascita? Il Santo gli risponde: Ti do il mio cuore! – Va bene, ma desidero ancora qualche altra cosa. – Ti do le mie preghiere! Va bene; ma voglio qualche cosa di più, insisteva Gesù. – Non ho più niente, che vuoi che ti dia? – Dammi i tuoi peccati, o Girolamo, rispose Gesù Bambino, perché io possa avere la gioia di perdonarli ancora". Troppe volte abbiamo visto la nostra casa deserta, la famiglia dispersa e incapace di perdonarsi. Troppe volte abbiamo rifiutato la profezia che ci avrebbe resi liberi, trattenendo e difendendo i nostri peccati. Oggi il Signore ci viene a prendere sotto le sue ali, per farci sperimentare il potere del suo amore. Oggi possiamo incontrarlo di nuovo, vittorioso su ogni nostro peccato, e accoglierlo abbandonandoci nell'umile fede di chi, dal fondo del suo deserto, riconosce in Gesù la benedizione inviata dal Padre.







αποφθεγμα Apoftegma




Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. 
Questo si riferisce al testo che dice: 
“Non è lecito per voi immolare la pasqua 
fuori del luogo dove il Signore tuo Dio 
ha scelto di far abitare il suo nome”.

S. Efrem