8 dicembre. Solennitá della Immacolata Concezione della Vergine Maria


 αποφθεγμα Apoftegma

Il mistero dell’Immacolata Concezione è fonte
 di luce interiore, di speranza e di conforto. 
In mezzo alle prove della vita 
e specialmente alle contraddizioni
 che l’uomo sperimenta dentro di sé e intorno a sé, 
Maria, Madre di Cristo, ci dice
 che la Grazia è più grande del peccato, 
che la misericordia di Dio è più potente del male
 e sa trasformarlo in bene.

Benedetto XVI



QUI IL FILE MP3 AUDIO DA SCARICARE 

------

QUI IL POCKET GOSPEL


----------

QUI UN ALTRO COMMENTO 







L'ANNUNCIO
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe.
La vergine si chiamava Maria.
Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio”.
Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.

 (Dal Vangelo secondo Luca 1, 26-38)



COLMI DI GIOIA PERCHE' ACCOLTI E GESTATI NEL SENO PIENO DI GRAZIA DI NOSTRA MADRE MARIA, IMMAGINE DELLA CHIESA CHE CI RIGENERA NELLA VITA NUOVA E IMMACOLATA DEI FIGLI LIBERI DI DIO


Quel giorno a Nazaret non fu tutto per caso, come non lo è oggi per noi. La Vergine Maria era stata concepita senza peccato, Immacolata Concezione, perché tutto di Lei fosse per il Signore. Da sempre, e da prima che il sempre fosse tempo. Non un secondo della sua vita fu separato dal Figlio che il suo seno avrebbe ospitato. Su di Lei il silenzio, sino a quel giorno durante "il sesto mese" della gravidanza di Elisabetta, quando è apparso Gabriele sulle soglie di una casa di Galilea ad "una ragazza di nome Maria". E' in quell'istante che le parole dell'Angelo ci rivelano tutto di Lei: "piena di Grazia", perché "il Signore era già con Maria". Maria, il vuoto pneumatico colmato in ogni centimetro dalla Grazia di Dio. Senza peccato originale, ovvero senza tutto quello che, invece, riempie il nostro cuore, la nostra mente, le nostre forze. Per questo, in Maria, ha potuto prendere dimora la carne di quel Dio che già la colmava con la sua ""charis", la Grazia che coincide con Dio stesso, essendo il suo soffio vitale, lo Spirito Santo, il suo amore. Maria è "kecharitomène", piena di Grazia, completamente colma di Dio. Non a caso il termine "charis" ha la stessa radice di "chara", gioia: essendo piena di Dio Maria è pura gioia. Quando Gabriele la saluta dicendole di "rallegrarsi", la sta, semplicemente, chiamando per nome. Come oggi chiama ciascuno di noi. Ora, in questo istante preciso, non importa se non hai ragioni per gioire. La grande notizia di questa Solennità è infatti che, essendo stati chiamati nella Chiesa, possiamo scoprire che il nostro vero nome, la nostra natura autentica è la gioia, non la tristezza. Siamo immagine e somiglianza di Dio, creati cioè per essere colmi della sua Grazia, Tempio del suo Spirito, dimora del suo amore. La menzogna del demonio ci ha fatto credere il contrario, e per questo stiamo buttando la vita nei peccati. Ma, come dice San Paolo, non è questa la verità su di noi! E' il peccato che ha preso dimora in noi al posto di Dio che ci fa pensare e fare cose che, nel fondo incontaminato del nostro essere, non vorremmo. Non siamo fatti per peccare, ma per amare! Siamo nati per gioire, non per gettare le ore nella tristezza. Perché la gioia, come la tristezza, non dipendono da ciò che ti accade. La gioia sei tu, mentre la tristezza è il peccato, ovvero quello che tu non sei! Sei un peccatore, ma è molto diverso. Pecchi e soffri perché in te ci sono spazi che Dio non può occupare; per questo non sei pienamente te stesso, e quindi non puoi gioire pienamente: assapori momenti di gioia, quando ad esempio perdoni un fratello, ma è tutto troppo intermittente, e facilmente cadi nella frustrazione, la madre di tutte le mormorazioni. In te è ancora vivo l'uomo vecchio, la caricatura del tuo essere autentico, la maschera di Dio che il demonio ti ha spinto a indossare. Feriti dal peccato, infatti, non sappiamo più rallegrarci. Abbiamo bisogno di ragioni umane per farlo. Per gioire deve accadere qualcosa, e ciascuno pensi ciò che aspetta per poterlo fare: nel matrimonio, nel rapporto con i figli, nello studio o al lavoro. Non mi riferisco solo agli aspetti prosaici dell'esistenza, penso anche a quelli spirituali. Magari per gioire abbiamo bisogno di vedere dei segni di conversione in noi e negli altri. E siccome tutto è così precario, abbiamo smesso di credere nella gioia incorruttibile, quella piena e duratura; nella migliore delle ipotesi speriamo di gustarla in Paradiso. Nel fondo del nostro cuore pensiamo ancora che per Dio vi siano cose impossibili. E sai perché? Perché, a differenza di Maria, noi "conosciamo uomo", eccome. Viviamo cioè ancora schiacciati dalla carne, incatenati a rapporti morbosi e affettivi dai quali esigiamo ragioni per esistere, e quindi gioire. Speriamo dalla terra nella quale viviamo da esuli e pellegrini quello che solo il Cielo, la nostra Patria, può darci. Per questo l'Arcangelo Gabriele, ovvero gli inviati dal Padre alla nostra vita, ci ripete oggi le parole con cui ha visitato Maria: "nulla è impossibile a Dio!". C'è una parte di noi che "non ha conosciuto uomo", l'intimo nel quale oggi, come fece il figlio prodigo, siamo chiamati a rientrare, perché è proprio lì che “lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio". Colui che nascerà in te sarà l'uomo nuovo ricreato in Cristo, e finalmente sarai autenticamente tu, immagine e somiglianza di Dio. Esistevamo, prima del tempo, immacolati nel pensiero di Dio che ci aveva scelti e amati, come Adamo ed Eva nel Paradiso.

Coraggio allora, metti in fila tutte le cose nelle quali, come i progenitori dopo aver accolto la menzogna del serpente, pensi che Dio non ce la possa fare... Tua moglie, tuo marito, quel figlio perduto, la malattia, la vecchiaia, la solitudine, il lavoro? Ebbene, proprio in mezzo a tutte queste ragioni umani di tristezza risuonano per te queste parole: "rallegrati piena di Grazia". Rallegrati oggi perché sei chiamato nella Chiesa per imparare a gioire, ovvero a vivere secondo la volontà di Dio, che è il compimento della tua vita nell'amore. "il Signore è con noi" da sempre, anche se lo abbiamo rifiutato. Ci ama infinitamente e per questo non ci ha mai abbandonati al nostro destino. Egli agisce nella nostra storia, anche attraverso i fatti che ci inducono alla tristezza, lasciandoci liberi di peccare e sperimentare il fallimento che, a poco a poco, ci svuota dei falsi ideali, dei criteri e dei progetti partoriti dall'uomo vecchio. "Rallegrati" proprio oggi dunque, e "non temere, perché hai trovato Grazia presso Dio". Te lo testimoniano proprio gli eventi e le relazioni che stanno demolendo la dimora del nemico per fare spazio alla Grazia. La Parola che la Chiesa ci predica e i sacramenti ai quali possiamo accostarci hanno infatti il potere di stanare il demonio e scacciarlo dalle zone che usurpa in noi. E così, giorno dopo giorno, con Maria che è Madre della Chiesa e Madre nostra, possiamo camminare aprendoci sempre più alla Grazia, sino a che essa prenda completamente possesso di noi. Vuoi essere te stesso? Vuoi essere tu la ragione della tua gioia? Vuoi cioè che l'amore colmi ogni centimetro della tua vita per riconsegnarti l'identità perduta, infondendo senso ad ogni suo istante e la dignità di figlio di Dio ad ogni tuo pensiero e gesto? Lasciati accogliere nel seno benedetto di Maria immergendoti nelle viscere di misericordia della Chiesa. Nell'Immacolata sua concezione c'era anche la nostra storia. Impura eppure già purificata nella compassione di Dio, colma di peccati già gravidi di misericordia. La sua Grazia giunge a noi per mezzo di Maria, che instancabilmente corre a cercare le tante Elisabetta sue parenti che la misericordia di Dio ha già visitato. Oggi non è l'anno zero fratelli, siamo tutti "al sesto mese" di un'opera che Dio ha cominciato in noi mentre eravamo sterili, incapaci di gioire perché incapaci di amare; abbiamo solo bisogno che Maria venga a visitarci, a certificare con il suo saluto che anche noi siamo "pieni di Grazia". E lo fa oggi, perché in questo Anno Santo Straordinario della Misericordia che inizia con questa Solennità, possa sussultare di gioia l'uomo nuovo che Dio ha seminato in noi. Per questo Maria, immagine della Chiesa, ci apre in modo speciale la "porta santa", quella del sepolcro, perché possiamo attraversarla con Lei e iniziare a camminare nella vita nuova che nasce dall’Indulgenza plenaria che cancella ogni peccato per fare pienamente posto alla Grazia. Nella stessa luce di Pasqua per la quale Maria fu preservata da ogni peccato, infatti, risplende anche la nostra vita graziata, per la cui salvezza Gesù ha dato la sua vita, gratuitamente e senza condizioni. E' questo che ci unisce a Maria, il mistero di un amore che previene il peccato in Lei proprio per perdonarlo e cancellarlo in noi.  Allora, come non dire ripetere al Signore insieme a Maria le stesse parole con le quali si è consegnata a Lui? Sì, "ecco" anche me, "sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. 



Mercoledì della II settimana del Tempo di Avvento. Commento audio




QUI IL FILE MP3 DA SCARICARE

----------

QUI UN ALTRO COMMENTO



Mercoledì della II settimana del Tempo di di Avvento



αποφθεγμα Apoftegma

A chiunque prende su di sé il giogo della Torah 
viene tolto il giogo del regno terreno 
e il giogo delle occupazioni mondane; 
ma a chiunque scuote da sé il giogo della Torah 
viene imposto il giogo del regno terreno 
e delle occupazioni mondane.

Pirquei Avot III,5



QUI IL FILE MP3 DA SCARICARE

----------

QUI UN ALTRO COMMENTO








L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 11, 28-30

In quel tempo, rispondendo Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».











PER AMMANSIRLA NELL'AMORE LO SPOSO PIU' MITE SULLA CROCE SI LEGA ALLA SUA SPOSA ORGOGLIOSA PER FARE SUO IL GIOGO DI LEI   



Forse anche oggi ci sentiamo “affaticati e oppressi” dalla stessa Parola di Dio alla quale non possiamo obbedire perché, come Esaù, “uomo della steppa”, abbiamo perduto la primogenitura della vita divina che, invece, ha acquistato Giacobbe, “uomo tranquillo che dimorava sotto le tende”.  Quando, infatti, “Esaù arrivò sfinito dalla campagna”, di fronte alla minestra di lenticchie cotta dal fratello, pur di mangiare e ritemprarsi, non ci pensò due volte a vendere quanto di più caro avesse, la sua stessa identità e dignità: “Lasciami mangiare un pò di questa minestra rossa, perché io sono sfinito. Giacobbe disse: "Vendimi subito la tua primogenitura". Rispose Esaù: "Ecco sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?". Giacobbe allora disse: "Giuramelo subito". Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura”. Il Targum (traduzione in aramaico della Bibbia ebraica) ci rivela come l’Israele contemporaneo di Gesù comprendeva questo testo: “Esaù era estenuato perché aveva commesso, in quel giorno, cinque peccati: si era abbandonato all’idolatria, aveva versato sangue innocente, si era accostato a una giovane fidanzata, aveva negato la vita del mondo avvenire e aveva disprezzato il diritto di primogenitura” (Targum Pseudo Jonathan). Commenti rabbinici successivi hanno interpretato così questo pensiero di Esaù “ecco, sto per morire”: “Il significato semplice è che Esaù andava tutti i giorni per i campi a caccia di selvaggina, e metteva la sua vita in pericolo; quindi pensò: come faccio a sapere che erediterò da mio padre? Si può invece essere sicuri che tu (Giacobbe), seduto serenamente nella casa di studi, vivrai ed erediterai. A cosa mi serve la primogenitura?”. Ecco la stoccata finale del demonio! Dopo aver vagato e peccato molto, come un toro ormai sfinito, siamo preparati ad essere infilzati con un colpo secco che scende dritto fin dentro il cuore: che mi importa della vita eterna e del paradiso, ora sono “affaticato” e sto morendo sfinito accidenti! A che mi serve continuare ad andare in chiesa e partecipare alle liturgie? Mi sazierà ora che sono “oppresso” da mille problemi ascoltare, pregare e accostarmi ai sacramenti? E così, dopo una lunga serie di passi posati nella “steppa”, vendiamo per un piatto di lenticchie la nostra chiamata. Cadiamo nella trappola del demonio come accadde ad Esaù che, vedendo quelle lenticchie “rosse” come i suoi capelli credette fossero proprio quelle ciò che avrebbe potuto saziarlo, l’unico cibo adeguato a lui. Come lo sono per noi il farci giustizia, serbare un rancore e rifiutare il perdono, chiuderci alla vita e molte altre attitudini che ci sembrano dare “ristoro” alle nostre forze e “riposo” alle nostre anime inquiete. E invece sperimentiamo il vuoto assoluto e la morte interiore perché abbiamo “imparato” dal maestro della menzogna che ci ha insegnato a disprezzare l’amore e la Grazia con la quale il Padre ci ha creati come i suoi primogeniti. Ventiquattro ore al giorno per 365 giorni all'anno infatti, una voce fastidiosa ma così suadente ci ripete: no! Perché devi obbedire, piegarti, sottometterti al giogo e servire? E' un vero e proprio stress. La ascoltiamo, e soccombiamo, perché in fondo va a toccare sempre i nervi scoperti dalle piccole e grandi ingiustizie che subiamo o crediamo di subire: la frecciata insolente, lo sguardo ironico, il letto dei bambini da rifare mentre stai già per uscire, il dentista sadico, o l'amministratore di condominio che ti viene a chiedere i soldi giusto quando avevi dimenticato la sua esistenza e già stavi pensando di cambiare finalmente il frigorifero. L'orgoglio ci ha gettato fuori di casa, e, come il figlio prodigo, ci siamo inselvatichiti. Per noi esistono ormai solo i bisogni primari, mangiare, bere, dormire, fare sesso e soddisfare tutto ciò che, istintivamente, stuzzica la carne. Vaghiamo lontano, proprio come animali allo stato brado: cerchiamo nutrimento ovunque, e non ci rendiamo conto che stiamo rovistando tra i rifiuti, incapaci di ascoltare e obbedire.

Gesù sa che siamo morti dentro e che per questo la Legge non può salvarci, anzi, essa diventa per lui un giogo insopportabile. Non ti meravigliare dunque se tuo figlio sembra uno yeti, incapace di stare fermo, ascoltare e obbedire: è inutile ripetergli come un mantra la lista dei doveri che neanche tu puoi adempire. Abbiamo tutti bisogno di ascoltare una voce che abbia il potere di destarci dal sonno della morte, di farci rientrare in noi stessi, ci rialzi per fare ritorno a casa, il luogo dove imparare a custodire e a vivere la nostra primogenitura. Abbiamo bisogno ogni giorno di ascoltare la voce del Maestro buono che ha il potere di far tacere quella del cattivo maestro. Il “giogo” della Torah, che non a caso significa “insegnamento”, si fa leggero e dolce solo portandolo con Cristo: saremo liberi dal “giogo del regno terreno e dal giogo delle occupazioni mondane” (Avot III,5) solo "imparando" da Lui nella Chiesa, la casa dove la ascoltare  la Torah con la quale Dio si è legato a noi come già a Israele, e dove, passo dopo passo, sperimentare come Lui la incarni e la compia in noi. L'umiltà e la mitezza, infatti, si "ascoltano" nella storia. Per questo oggi Gesù ci dice di “imparare da Lui” che è “mite e umile di cuore”. Etimologicamente, la “mansuetudine” o mitezza è la caratteristica dell'animale “ammansito” perché sia docile nel sottoporsi al giogo. La carne di Gesù è l’unica “domata” perché ha "imparato ad obbedire dalle cose che ha patito”. Per questo Gesù non ci impone nulla, non insegna dall'alto della sicumera. Il cuore “umile” di Gesù ha “umiliato” la sua carne per deporla accanto alla nostra, senza scandalizzarsi della nostra, schiava della superbia."Imparate da me": il termine adottato rimanda a un rapporto, a una relazione profonda, quella tra Didaskalo e Discepolo. “Imparare” dunque è la coniugazione di un'intimità. E' conoscersi, secondo l’etimologia biblica del termine; è donare e ricevere, è amare nell'amore con cui si è amati. E’, ad ogni passo, “nascere con” Cristo come creature nuove dal suo fianco squarciato per amore nelle viscere di misericordia della Chiesa. E’ camminare sulle sue orme, dove e come Lui ha imparato, ovvero dalle cose che patì. Per questo ci invita a “prendere su di noi il suo giogo”, la Torah che proprio su di esso Egli ha compiuto. La sua carne accanto alla nostra per abbracciarci e accoglierci sulla Croce che distrugge il peccato e ci rende “miti e umili di cuore”. La Croce con la quale ci ammaestra, infatti, ha le nostre misure: è adatta a tutte le manifestazioni del nostro orgoglio, parole, progetti, schemi, atteggiamenti, per potarle dolcemente nel suo amore. Se Lui è accanto a noi portando il giogo con noi, significa che ogni passo che faremo sarà immerso nella misericordia e nell'amore. La Croce è l'unica scuola adatta a noi; ciò che ci umilia e ci sembra assurdo e inaccettabile nella nostra vita è l'unico “giogo” adeguato a noi, per mezzo del quale imparare l'obbedienza, unica porta al vero “riposo”. Diversamente saremo sempre assaliti da scrupoli e dubbi. Chi non obbedisce non è mai certo di fare la cosa giusta, perché solo chi obbedisce ama. Il “suo giogo” abbassato anche oggi sul nostro collo è “leggero e soave” perché solo in esso troviamo la nostra realizzazione che è compiere la volontà di Dio, l'unica pace. Abbracciati da Cristo sapremo distendere liberi le nostre braccia per la moglie, il marito, i figli e per ogni uomo. E’ nella nostra vita concreta, infatti, che Gesù viene a farsi carne. Per questo, l’Avvento ci chiama a offrire il “giogo” di Gesù a chi ci è accanto, scendendo ovunque si trovi, per adattarlo alle sue misure. A “imparare” da Gesù nell’intimità della comunità cristiana per uscire con Lui da noi stessi e donarci all’altro. Come il Cireneo porteremo la Croce con Cristo. Forse inconsapevoli, ma aggrappati alla sua Croce; mentre crediamo di portarla scopriremo che è proprio essa a portarci alla pace e al riposo.