Lunedì della XXII settimana del Tempo Ordinario







L'ANNUNCIO
Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 
Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: 
Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, 
e predicare un anno di grazia del Signore. 
Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 
Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». 
Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 
Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». 
Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 
Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 
ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 
C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». 
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 
si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. 
 (Dal Vangelo secondo Luca 4,16-30)




La fede non è un salto nel buio: «Che cosa è infatti il cristianesimo? È forse una dottrina che si può ripetere in una scuola di religione? È forse un seguito di leggi morali? È forse un certo complesso di riti? Tutto questo è secondario, viene dopo. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento» (Don Luigi Giussani). La fede, nel cristianesimo, è l’esperienza fondante che continua a ripetersi nell'arco di una vita, come quella offerta da Gesù nella sinagoga di Cafarnao. 

In ebraico la parola fede, emunah, non ha il significato che siamo soliti conferirgli: essa rimanda a un sostegno, a qualcosa di fermo su cui poter appoggiarsi: "in Cristo abbiamo come un'àncora della nostra fede" (Eb. 6,19). In quella sinagoga Gesù inaugura la sua missione, laddove era stato “allevato” nello studio della Torah, e aveva appreso, Lui l'Autore della Legge, la fede del suo Popolo. Gesù torna alle origini, alle fonti della sua storia, che è la storia di Dio con il suo Popolo, perché "il punto di partenza (del cristianesimo) è l'esperienza della fede come realtà” (Card. Ratzinger). 

Gesù inizia dunque dalla sua stessa realtà, dall'avvenimento che lo ha introdotto nel mondo. Gesù incarna Dio nella carne di ogni uomo: e lo fa a partire dai suoi parenti, dai suoi amici; dalle strade, le botteghe, le piazze dove è cresciuto, dai luoghi e dalle persone che gli sono più familiari, come una profezia per tutte le Nazaret della storia, anche le nostre. 

L’annuncio del Vangelo, infatti, svela il mistero dell’appartenenza a Dio di ogni uomo. Ogni realtà nella quale viene proclamata la Buona Notizia diviene come Nazaret, la città del Figlio di Dio, perché essa illumina il passato e il presente con il bagliore della vittoria di Cristo, e cambia il corso della storia dischiudendo un futuro di salvezza. Chiunque ascolti la predicazione si sente familiare e amico di Gesù, protagonista della storia di salvezza con cui Dio ha condotto il suo popolo. 

La storia di un innamoramento fattosi amore travolgente, sigillato in un'alleanza eterna; ma anche storia di tradimenti, cadute, e perdono e misericordia. Una storia di “schiavitù, oppressione, povertà e cecità”, quella di un resto umiliato, con gli "occhi fissi" su una promessa, nell’attesa ardente del suo compimento. Il “Sabato” per Israele è tutto questo, il compimento delle nozze promesse. 

Ma, per guardare alla realtà senza pregiudizi e lasciarsi salvare dalla predicazione, occorrono occhi umili e semplici, “occhi fissi su Gesù”. In ebraico il valore numerico delle lettere che formano la parola emunah (fede), corrisponde al valore numerico della parola bambini. Occhi di bambini dunque, sempre in attesa, che, nella tradizione ebraica, si schiudono solo nello Shabbat.

In ebraico shabbat è femminile, e in tutta la simbologia il sabato è paragonato alla sposa. Il canto per eccellenza con cui si accoglie questa festa è Lehà doddì = Vieni mio caro, dalle prime due parole del ritornello che viene ripetuto dopo ogni strofa. Israele viene presentato come uno sposo invitato ad incontrare la sua sposa: “Vieni mio caro incontro alla sposa, accogliamo shabbat”. Nel sabato risuonano le parole del Cantico dei Cantici, e in quel sabato a Nazaret era finalmente giunto lo Sposo. 

"Secondo il suo solito" Gesù si reca alla sinagoga, ma quel giorno è diverso dal solito. Come da sempre Egli è stato con noi, in ogni istante, "secondo il suo solito"; ma vi è un momento che è diverso, quando tutto acquista il sapore della novità. E' diverso l'istante nel quale risuona l'annuncio del Vangelo, e quel giorno, forse grigio di stanca routine, o zuppo di dolore e lacrime, è trasformato nel Sabato delle nozze, giorno di festa e felicità, per ogni uomo di qualsiasi parte del mondo. Per questo San Paolo dirà "guai a me se non evangelizzassi": sapeva infatti che la stoltezza della predicazione è lo strumento che Dio ha scelto per donare la fede, l'àncora che mette in salvo la vita. 

Ecco dunque lo sposo dietro la grata, eccolo raccogliere il rotolo del Libro, dove è scritta la sua storia e la volontà del Padre. Ecco il corpo preparato per rivelare l'Eterno, l'amore promesso, tante volte donato, e ora vivo davanti ai suoi compatrioti; come oggi è dinanzi a ciascuno di noi Gesù, incarnato nella sua Parola, nei sacramenti, nell’amore e nell’unità, la comunione più forte della morte che fa della Chiesa il suo corpo nella storia. 

Ecco Gesù, oggi, ora: ci ha raggiunti nella nostra storia, che è anche la sua, e lo possiamo fissare per raccogliere anche solo una goccia della rugiada d’amore che sgorga dal suo cuore. Ecco il sabato compiuto, il riposo agognato, quel volto di ebreo che stilla dolcezza e attira irresistibilmente ogni sguardo. 

Eccolo consegnare un oggi eterno di misericordia, in quell'istante di duemila anni fa come in ogni istante di ogni vita, terra dissodata dalle vicende della storia di ciascuno, divenuta oggi fertile perché visitata da Lui, zolle fresche dove deporre la Parola già compiuta. 

Ecco la “libertà, la salvezza, la guarigione”, la gioia che solo la sua presenza nella nostra vita può generare, perché “quando il Signore predica, il cielo si apre, la fame è tolta, le anime dei fedeli si inebriano del nettare celeste” (San Bruno di Segni). Tutta la storia di Israele si fissa in quell'istante, e la nostra in questo giorno, e trova senso e compimento, e benedizione stupita. 

Ecco la sua voce, quelle parole che chi ce le ha mai dette così?, e l'invito ad alzarci e ad andare con Lui, perché l'inverno della morte e del peccato è passato, è già ora incipiente la primavera della Pasqua, della vita rinata per non morire più. E' Lui che aspettavamo, da sempre, il "più bello tra i figli di Adamo". 

E' Lui il Profeta che oggi spalanca le sue braccia e dilata il suo cuore per sposarci, per attirarci nel suo amore infinito, per dare luce e splendore, sapore e allegria alle nostre esistenze, crocifisse e dolenti che siano. Gesù è il Profeta che illumina "il solito" della nostra vita, la Nazaret dove abitiamo, con la luce del Vangelo, che è la sua stessa presenza nella nostra quotidianità: "L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro" (Joseph Ratzinger). I

n quel sabato nella sinagoga di Nazaret, era esplosa una bomba: Gesù, il figlio di Giuseppe il carpentiere, l'aveva lanciata nel mezzo dell'assemblea di cui aveva fatto parte tante volte; quel ragazzo che tutti conoscevano aveva appena annunciato che la profezia ascoltata si era compiuta proprio in Lui, proprio in quell'oggi. E che reazione all'ascolto di una cosa simile! E che mistero l'operare di Dio, lasciare trent'anni il suo Figlio inviato per salvare l'umanità nel semplice e umile nascondimento di Nazaret, a vivere una vita normalissima, mescolata a quella dei suoi compatrioti. 

I Vangeli registrano un solo segno all'alba della dell'incarnazione, anch'esso segreto e serbato nel cuore della Vergine Maria. E sospetti, giudizi e dolore per quella giovane Madre. Poi più nulla, giorni uguali a quelli di ogni altro abitante di Nazaret, sino a quel sabato quando dalla bocca di Gesù è esplosa la bomba di una notizia sconvolgente. Dio, infatti, ha voluto avvolgere di mistero l'identità del Figlio per svelare il mistero del cuore dell'uomo. La carne ed il sangue, da soli, non possono vedere Dio e non morire: "Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l'uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive" (Benedetto XVI). 

Per vedere Dio e sopravvivere occorre un cuore puro. Da esso, come da una fonte intima, deve scaturire un'acqua pura capace di irrigare i sensi, la ragione e gli affetti per riconoscere le sembianze di Dio nelle persone e negli eventi. Per i concittadini di Gesù si trattava dunque di una questione di cuore, qualcosa che muove la ragione e la sospinge verso un abbraccio che accolga, riconosca, ami davvero. Avevano vissuto con Gesù, ma in fondo per loro era rimasto indifferente; anni passati a contatto con Lui ma non lo avevano amato, e per questo non avevano potuto cogliere il suo mistero, che anzi li aveva scandalizzati generando in loro ira e violenza. 

Gesù, nel suo mistero, si rivela profeta e profezia, ed è rifiutato. I "figli dello stesso padre" - la parola patria, in greco come in latino e in italiano deriva da padre - non lo possono afferrare e possedere attraverso la carne e il pensiero, perché Egli passa e sfugge ad ogni dominio; l'occhio del loro cuore è impuro, paralizzato sulla soglia del mistero. Accoglierlo significherebbe riconoscere la propria debolezza, il bisogno di purificazione e perdono, umiliarsi e inchinarsi di fronte a qualcosa di più grande, sconosciuto, che nel rivelarsi illumina e sazia. Riconoscerlo nel suo mistero significherebbe riconoscersi peccatori.

Non è dunque la familiarità sociale o di sangue che determina la conoscenza. La vedova di Zarepta e Naaman il Siro erano pagani, eppure hanno visto Dio, perché l'indigenza e il bisogno ne avevano purificato il cuore. Può vedere Dio solo l'occhio purificato dal crogiuolo della sofferenza. La vera Patria di Gesù non è la Nazaret geografica e i "suoi" non sono quelli che vi sono nati: la Patria di Gesù è la Croce e i suoi compatrioti sono i peccatori. Per loro si è fatto peccato, con loro ha condiviso il destino di morte per trasformarlo in destino di perdono e di vita. 

E' questo il mistero celato in Gesù di Nazaret, il Messia sofferente, il Servo di Yahwè umiliato, disprezzato, rifiuto degli uomini, l'agnello che si è caricato di ogni iniquità. Anche noi all'apparire del mistero che avvolge chi ci è vicino, temiamo e ci difendiamo chiudendoci a riccio, rifiutando ciò che sfugge ai nostri criteri collaudati. 

Amare il mistero celato nell'altro infatti è la condizione perché egli entri a far parte di noi stessi, ci stupisca e coinvolga nel prodigio di cui è profezia. L'amore per il mistero è la condizione per la castità, dei sentimenti come della carne, porta dischiusa alla purezza del cuore capace di vedere trasfigurata la realtà. Si può vivere anni accanto ad una persona, alla moglie, al marito, ai figli, e non aver amato neanche per un giorno il mistero che li avvolge. 

Siamo indisponibili ad accogliere quanto potrebbe sconvolgere le nostre esistenze, preferiamo presidiare il poco che abbiamo tra le mani, esaltandolo a criterio e verità assoluti. Ci illudiamo di conoscere, mentre ci sforziamo di possedere nella speranza di non perdere quanto vorremmo che ci saziasse


E così ci ritroviamo a spingere l'altro sul "ciglio del monte per buttarlo nel precipizio", nell'estremo tentativo di far tacere quel mistero che bussa, tenace, alla porta del nostro cuore. L'esito di ogni possesso infatti, è l'omicidio dell'altro: moglie, marito, chiunque interpelli il nostro cuore, ci svela indigenti e inadeguati, peccatori. Il mistero racchiuso nel prossimo è una chiamata all'amore, e ne siamo sprovvisti. Abbiamo bisogno di un cuore contrito e umiliato, un cuore puro capace di vedere Dio nell'amore incarnato in suo Figlio.

Paradossalmente, un cuore puro è un cuore che riconosce d'essere malato, sentina di vizi e fonte di peccatoE lì, nella realtà, riconoscere in Gesù il fratello, il compatriota che ha condiviso la nostra patria di morte. Per il nostro cuore "vedovo e lebbroso" è preparato quest'oggi nel quale Gesù ci annuncia di nuovo la Buona Notizia, la profezia che viene a compiere il Profeta nella sua Patria.

E' uno scandalo che si rinnova ogni giorno, quello del Cielo chiuso sui religiosi, sui bravi e a posto, forse sui preti e le suore, ma aperto sui pagani, sui lontani, sui peccatori. Abbiamo occhi per vedere che la fede sta muovendo nostro figlio, nostra moglie, quella persona che abbiamo da sempre disprezzato? Abbiamo lo sguardo limpido per riconoscere l'opera di Dio che risuscita e perdona chi abbiamo giudicato e considerato ormai irrecuperabile? Gesù "passa" tra le nostre invidie e le nostre gelosie, sul ciglio del monte dove lo abbiamo spinto per ucciderlo.

Gesù "fa Pasqua" e inaugura un cammino in mezzo ai pregiudizi della carne, quelli che infestano le nostre famiglie, i nostri luoghi di lavoro, studio e svago. E ci indica un "più in là" dove seguirlo, oltre Nazaret, al di là di quello che la carne non può accettare perché malata e terrorizzata dalla morte. Gesù "passa" e ci indica il Cielo.

In ogni persona che si affaccia all'uscio del nostro cuore e bussa alla nostra carne dolente, è nascosto il mistero di Cristo mendicante i nostri peccati; Egli desidera l'unico linguaggio d'amore di cui siamo capaci, quello di chi, vedovo e impuro, può solo inginocchiarsi e consegnargli la propria infermità, per ricevere la sua misericordia rigenerante. Gesù mendica e dona nello stesso momento.

Vedere il Messia, il Salvatore, l'amore di Dio nell'altro significa dunque incamminarsi con Lui sul sentiero della Croce, sulla quale consegnargli i nostri peccati, scoprendo in essa la Patria d'amore dove, amati, impariamo ad amare: ah, mio marito è la Patria, l'anticipo di Cielo, il Regno dove "passare" con Cristo al di là della carne, della concupiscenza e dell'egoismo? Sì, il marito, la moglie, il figlio e il collega, Nazaret e molto più di Nazaret: in loro si inaugura l'anno eterno di misericordia, il "condono tombale" di ogni debito, la creazione nuova dove vivere in libertà e amore.

"Il vedere si realizza nella sequela, che significa vivere nel luogo dove Gesù dimora. Questo luogo è la sua passione, qui soltanto è presente la sua gloria. Che cos’è accaduto? L’idea del “vedere” ha assunto una dinamica insospettata. Si vede prendendo parte alla passione di Gesù. Acquista così tutto il suo alto significato la profezia: "Guarderanno a colui che hanno trafitto". Vedere Gesù, vedendo in lui allo stesso tempo il Padre, è un atto dell’intera esistenza" (Joseph Ratzinger).

Lo abbiamo trafitto, anche oggi; ma ci è data la possibilità di vedere nelle sue ferite la Vita che Egli ci ha offerto ancor prima che gliela strappassimo; oggi possiamo guardare lo Sposo che viene nella sua Patria e accoglierlo perché la trasformi in un giardino di delizie, colmo di frutti maturi, l'amore che vince morte e peccato.



APPROFONDIMENTI




Lc. 4,14-22. Percorso esegetico

Il paradigma di Nazaret: La Scrittura si fa evento. Esegesi di Lc 4, 14-30

Frédéric Manns. Nazaret

Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Vangelo: il significato di un termine.

Benedetto XVI. La Parola Abbreviata

Benedetto XVI. Il Logos, il “senso”, è il Figlio del Dio vivo.

Aleksandr Men'. Gesù Cristo: in questa persona consiste il cristianesimo

Hans Urs von Balthasar. Credibilità del cristianesimo

Card. Carlo Caffarra. Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi

Bruno Maggioni. Un evento che stravolge l’oggi.

San Cirillo di Alessandria. Annunziò la buona novella ai poveri

S. Bruno di Segni. Lo Spirito del Signore è sopra di me

Sant’Ambrogio. Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi

Considerazioni archeologiche e geografiche riguardanti la città di Nazaret

La "città" di Nazaret, “fiore della Galilea”. Studio Biblico Francescano

David Donnini. Le città di Cristo [il significato reale del termine "Nazareno"]





αποφθεγμα Apoftegma








Il punto di partenza è l'esperienza della fede come realtà.
Il cristianesimo è presenza, il qui ed ora del Signore,
che ci sospinge nel qui ed ora della fede e della vita di fede.
E così diventa chiara la vera alternativa:
il cristianesimo non è teoria, né moralismo, né ritualismo,
bensì avvenimento, incontro con una presenza,
con un Dio che è entrato nella storia e che continuamente vi entra.
Il cristianesimo è avvenimento;
il cristianesimo è incontro con la persona di Gesù Cristo.



Card. Joseph Ratzinger



XXII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A









L'ANNUNCIO
Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. 
Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». 
Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». 
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 
Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima? 
Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. 
 (Dal Vangelo secondo Matteo 16, 21-27)





Il Signore ci ha “sedotto” con il suo amore, e ci ha fatto una santa “violenza” pur di salvarci. Ma come, non eravamo liberi? Certo, ma cosa ne abbiamo fatto della libertà? Una porta spalancata alla menzogna del demonio.

E che violenza le sue bordate, ogni giorno. Batte sempre sullo stesso punto, quello dove la ferita è ancora fresca, nonostante siano passati venti, trenta, cinquant’anni. La morte di tuo padre, l’ingiustizia a scuola, tu ed io sappiamo che cosa ci brucia sino ad incendiarci al solo sfiorarlo.

Ecco, è proprio lì che il demonio viene ad attaccarci, ad innescare l’ira, l’insoddisfazione, l’angoscia: sotto la croce dove il Signore ci ha sedotto e abbracciato, al bordo di quei fatti che ci umiliano nei quali, come su un letto nuziale, Egli si è donato, e si dona per sposarci e unirci a Lui.

E infuria la battaglia, cruenta; e, come Geremia, non la sopportiamo. Vorremmo fuggire, dimenticare, sdraiarci e non pensarci più. Invece anche questa domenica il Signore viene a destarci annunciandoci “apertamente” la buona notizia della sua morte e risurrezione.

Ma satana è accovacciato accanto a noi come a Pietro, per graffiarci dove più ci fa male, e indurci all’incredulità e alla mormorazione. La Chiesa ci predica il Vangelo, e noi “prendiamo in disparte” Gesù per spiegargli come deve fare per compiere la sua missione.

Di sicuro non è andando a Gerusalemme. Se lì sono preparati il rifiuto, la persecuzione e la morte, beh allora non è proprio quello il posto dove potrà salvarci.

Capiamoci bene: io sto male, quasi muoio, e tu Signore che fai, vai a subire la mia stessa fine? Ti ringrazio per il nobile gesto di condivisione, ma non so che farmene.

Come Pietro, come gli apostoli, come tutti gli ebrei, io ho bisogno di un liberatore, di uno che combatta per me contro i Romani, contro le ingiustizie, che cambi le sorti della mia vita. Questo è per noi il cristianesimo.

Ma Gesù anche oggi “si volta” abbassandosi verso di  noi per dirci: “Lungi da me satana”.  E così ci insegna le parole con cui un cristiano lotta per difendere la “fede” donata dal  Padre che è nei Cieli, che la carne e il sangue non possono fabbricare.

“Lungi da me satana”, che vuoi rubarmi la primogenitura, la chiamata, la missione; mi sussurri che non dovrà accadere mai che mio marito si metta contro di me, che mia figlia disonori la famiglia, che perda il lavoro, che mi venga un cancro, che resti solo. Va dietro a me uomo vecchio, “tu mi sei di scandalo” sul cammino che conduce alla Gerusalemme della fede adulta e all’uomo nuovo.

Per questo Gesù è “violento” con noi come Dio con Geremia; ci insegna a non temere di tagliare e rinnegare, perché violento è stato ed è il demonio che vuole farci inciampare impedendoci di diventare figli di Dio.

“Il regno dei Cieli, infatti, è dei violenti”, di chi rinnega l’uomo della carne e si consegna a Cristo lasciando che arda il “fuoco” incontenibile dello zelo per il Vangelo, la cui scintilla è stata accesa con la chiamata.

Ma per diventare un discepolo autentico di Gesù, occorre abbandonare “la mentalità di questo secolo”, e “trasformarsi rinnovando la mente” e i suoi pensieri, “per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Un cristiano, infatti, ha discernimento, perché non “pensa più secondo gli uomini ma secondo Dio”.

Per questo lotta ogni giorno, offrendo se stesso in un “culto spirituale” che forse nessuno vedrà, ma “vivo, santo e gradito a Dio”. Il Signore ci chiama dunque a cambiare radicalmente mentalità, rinunciando in ogni circostanza a satana e ai “pensieri mondani”.

Un “pensiero secondo gli uomini”, infatti, è quello di chi non ha compreso il senso profondo della Croce, perché non l’ha vista gloriosa nella propria vita.

Ma è stolto, non vede oltre e dentro i fatti, la storia, le persone. Si ferma all’apparenza, e teme. Il demonio, infatti, ci nasconde la verità, presentandocene una sola parte, enfatizzata negativamente. Al punto che Pietro non si accorge di dire a Cristo che non gli deve non solo di essere perseguitato e ucciso, ma anche di risorgere!

Il demonio trucca sempre la bilancia, e fa pendere tutta l’esistenza dalla parte di tre giorni, così che esigiamo da Dio e dagli altri il risarcimento per l’immensa ingiustizia che subiamo.  Ma non è irragionevole pensare che tre giorni pesino più dell’eternità? E’ come se tre piume pesassero più di una tonnellata di ferro…

Eppure è quello che fa il demonio con noi. Perché il suo obiettivo è non farci andare a Gerusalemme e risorgere, essere salvati. Lo stesso che voleva fare con Gesù per vanificare il piano di Dio. Per questo non vogliamo e non possiamo entrare nei momenti decisivi in cui rinnegare se stessi per amore della moglie, del marito, del fratello, del nemico.

Anche per noi la Parola della Croce “resta oscura”, perché satana ha spento la luce della Pasqua, senza la quale tutto perde senso. E lo fa per bocca di Pietro... Spesso ci inganna attraverso le persone più care, le più religiose, forse un prete, ma nessuno di questi ha l’esperienza della Gloria che illumina la Croce.

E’ necessario allora un cammino di conversione serio come quello di Pietro. Deve portarci alla Passione, cioè allo scandalo della Croce e alla verità su noi stessi; ad essere in un certo qual senso spettatori come Pietro, che si addormenta, vorrebbe far guerra ma poi tradisce, che segue da lontano, che piange…

Dobbiamo vedere il Mistero Pasquale sottratti alle alienazioni, contemplarlo cioè dalla nostra debolezza conosciuta e accettata sino alle lacrime di pentimento, che anticipano e preparano le acque del battesimo.

Sperimentare che abbiamo tradito la chiamata, e scendere con Cristo nel sepolcro: Lui in quello concreto di Gerusalemme, noi nell’angoscia, nella paura: ciò significa concretamente restare nel Cenacolo, nella comunità dove abbiamo ricevuto il Testamento di Cristo, la Santa Eucarestia, senza averne compreso il valore, il senso, il potere.

Restare lì, con i fratelli, tremando, dubitando, ma uniti nelle viscere della Chiesa, dove potremo, finalmente, fare l’esperienza che Cristo è risorto e viene a cercarci; che ci mostra le sue piaghe d’amore, gloriose, luminose. Ecco, dobbiamo arrivare a mettere le  mani nelle ferite di Cristo, toccare la Gloria che lo aspettava e lo ha accolto dopo la Croce, la morte e il sepolcro.

Sperimentare che mentre dormivamo, peccatori e incapaci di tutto, Gesù ci amava, ci salvava; che dentro la Croce è nascosto il tesoro più grande, per noi e per il mondo. Con Pietro dobbiamo arrivare a sperimentare e toccare la resurrezione che getta un bagliore su ogni evento difficile della vita, per riconoscere in essi le piaghe di Cristo.

“Prendere la Croce” significa aver sperimentato che Gesù crocifisso è il Signore della Gloria; che la Croce non è uno strumento di tortura e di morte, ma di liberazione e di vita. Scoprire che quello che per il pensiero degli uomini non deve accadere è proprio ciò che mi salva e guai se non accade!

Questa è la differenza tra un cristiano e un pagano, tra chi ha lo Spirito di Cristo disceso sul cenacolo, e chi non ce l’ha. Questa è la differenza tra un “discepolo” che segue Cristo, e un orgoglioso, che lo vuole anticipare.

La differenza tra chi ha il pensiero del mondo e chi quello di Dio. Lui sa che siamo peccatori, incagliati nella menzogna del demonio. Per liberarci deve portarci a Gerusalemme con Cristo. “Deve” crocifiggerci con Lui… Non c’è alternativa.

Allora comprendiamo quale sia la parola più importante del Vangelo di questa domenica, quella che lega la Buona Notizia alla nostra vita, la vittoria di Cristo al nostro cuore: “se”.

Vuoi essere discepolo di Gesù? Lui ti ha scelto, ti vuole con sé; ti ha chiamato e accompagnato nella Chiesa. Hai camminato immerso nella sua fede, e, con Pietro, hai riconosciuto che è il figlio del Dio vivente.

Ora, “apertamente” Gesù ti dice che cosa significa per te essere un figlio di Dio. Perché a questo sei chiamato, ad essere cristiano, cioè di Cristo, una sua immagine conforme…

Lo vuoi davvero? Vuoi stringere con Cristo questa alleanza che ti fa una cosa con Lui, figlio nel Figlio che guadagna la sua vita perdendola e che non perde la sua anima perché abbandona ogni desiderio mondano.

Figlio che sperimenta la vita che non muore mentre tutto muore; figlio che “rinnega” se stesso
e per questo sa stare “tre giorni” nel sepolcro, con pazienza, senza toccare nulla della storia, senza ribellarsi, muto e mite, docile e mansueto come un agnello davanti ai suoi tosatori. 

Figlio che ogni giorno si alza per “andare a Gerusalemme” dove offrirsi per amore, e compiere così la missione di rendere testimonianza alla verità. L’ufficio come il sinedrio, il marito come Pilato, la moglie come Caifa, i figli come la folla che voleva Cristo crocifisso…

E non lo dimenticare mai, ogni pensiero del mondo è nemico della Croce, e, se si attacca a tuo figlio, lo uccide… Poi "non potrà dare nulla in cambio della sua anima". Vai allora, e muori per lui, perché in lui sia affermata la Verità: annunciagli senza posa "qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?". 

Così fece S.Ignazio di Loyola con Francesco Saverio, e questa parola erose il suo orgoglio trasformandolo nel più grande apostolo dopo San Paolo. Era diventato, semplicemente un figlio di Dio, un cristiano, un discepolo di Cristo ormai capace di seguirlo ovunque. 

Anche dove il demonio con le sue menzogne impedisce al mondo di andare; per smentirlo con i fatti e, con l’annuncio del Vangelo, mostrare che è falso quello che dice: si può andare a Gerusalemme eccome, e perderci la vita per ritrovarla piena e bellissima.

Pastori, Vescovi, preti, suore, padri, madri, catechisti, siamo stati chiamati alla Chiesa per essere formati e ricevere in dono la fede adulta, non per rimirarci allo specchio, ma per annunciare “apertamente” al mondo, ovvero con “parresia”, che la Croce è l’unico cammino alla felicità, alla “salvezza della propria anima”, alla vita vera ed eterna.

Perché su di essa Gesù ha rinnegato se stesso per affermare te e me, peccatori senza alcun diritto. Ha perduto la sua vita per ritrovare la nostra, e così risorgere con noi

Coraggio, perché questo è il tempo nel quale dare a Cristo tutta la nostra vita. Non l'hai mai fatto davvero, sino in fondo. Guarda bene e vedrai che stai difendendo qualcosa. Sino ad oggi ci sono state delle intercapedini tra te e Lui. Invisibili a occhio nudo, ma reali. In esse hai continuato a fare la tua volontà, a gestire perfino la conversione, il ministero, la maternità e la paternità, per saziare il tuo uomo vecchio.


Basta, lasciati sedurre sino alla fine; abbandona la tua volontà e obbedisci nelle piccole cose, triturando la tua volontà infettata dal pensiero del mondo; e sperimenterai la gioia che nessuno potrà mai toglierti, la libertà che solo donandosi per amore sulla Croce si sperimenta. 


APPROFONDIMENTI






αποφθεγμα Apoftegma




Dio ci ha fatto una grazia assai grande e particolare nel portarci in questi luoghi di pagani 
affinchè non ci dimenticassimo di noi stessi, 
dato che è una terra tutta di idolatrie e di nemici di Cristo. 
Noi non abbiamo in chi poter confidare e sperare se non in Dio, 
dato che non abbiamo qua parenti, 
né amici né conoscenti e non vi è alcuna pietà cristiana, 
perché tutti sono nemici di Colui che fece il ciclo e la terra. 
E per questa ragione siamo costretti 
a riporre tutta la nostra fede, speranza e fiducia in Cristo nostro Signore 
e non in alcuna creatura vivente
In altri luoghi, dove il nostro Creatore, Redentore e Signore è conosciuto, 
le creature sogliono essere causa e impedimento per farci dimenticare Dio, 
come è l'amore del padre, della madre, dei parenti, amici e conoscenti, 
oppure l'amore per la propria patria e l'avere il necessario, 
tanto essendo sani come nelle malattie, 
possedendo beni temporali o amici spirituali che ci aiutano nelle necessità corporali. 
Ma soprattutto ciò che più obbliga a sperare in Dio 
è la mancanza di persone che ci aiutino nello spirito: 
di modo che qui, in terre straniere dove Dio non è conosciuto, 
Egli ci concede tanta grazia che le creature ci costringono e ci aiutano 
a non dimenticare di riporre tutta la nostra fede, speranza e fiducia nella Sua divina bontà, 
mancando esse di ogni amore di Dio e di pietà cristiana.

San Francesco Saverio