"FUORI DI SE'" PER ESSERE AMORE "DENTRO" LA CARNE E LA VITA DI TUTTI NOI




Gesù era "fuori di sé"; non viveva in se stesso, per se stesso, ma totalmente “fuori”, consegnato agli uomini. L'amore che lo rendeva pane gli impediva di prendere pane. Si nutriva della volontà del Padre, un cibo che l’uomo vecchio non conosce perché è incapace di comprendere le ragioni dello Spirito, anzi, vi muove guerra; e ci muove per saziarsi, non per saziare. Per questo "i suoi" - che potrebbero essere i preti, le suore, quelli a Lui più vicini giuridicamente e sentimentalmente ma non esistenzialmente - gelosi e invidiosi, non potevano accettare la follia di un amore che lo sospingeva ben oltre i limiti della carne, dando la sua da mangiare nei luoghi che tutti evitavano, per le persone che tutti ritenevano ormai spacciate. Gesù era la gratuità totale, mai vista prima in un uomo. Non è possibile che sia reale un amore così, il nostro cuore non lo ha conosciuto. Ci deve essere qualcosa sotto, non si può vivere e amare così. Come uscire da noi stessi se “fuori” abbiamo conosciuto solo la morte della frustrazione? Come fai a donare la tua vita se essa è solo un pugno di giorni amari da difendere con i denti? Per questo i suoi cercano di "prendere" Gesù e riportarlo alla ragionevolezza della sapienza carnale. Dovevano addomesticarlo per renderlo innocuo e non contraddicesse le loro convinzioni mettendo in crisi equilibri faticosamente acquisiti. Così, spesso accade che i nemici dei cristiani siano proprio i familiari più stretti, la carne della tua carne. O l’amico del cuore, il fidanzato, per cui ci troviamo infilati in rapporti morbosi e pieni di compromessi, cercando inutilmente di saziare la fame di amore. Accettiamolo, anche noi siamo tra i parenti di Gesù, impigliati nelle stesse debolezze affettive. Per amare bisogna essere passati oltre il mare che ci inchioda in Egitto schiavi del faraone. Ama solo chi, ormai libero, vive ogni evento nella Pasqua di Cristo! Ma coraggio, nella Chiesa che ci sazia con il cibo della vita eterna, possiamo accogliere Cristo che esce "fuori di sé" per essere amore "dentro" la nostra carne, e così trasformare noi egoisti in agnellini umile che si offrono a chi li conduce al mattatoio.



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Sabato della II settimana del Tempo Ordinario. Commento audio


 




QUI UN BREVE COMMENTO ISPIRATO AGLI EVENTI DOLOROSI DI QUESTI GIORNI E AL SALVATAGGIO DI ALCUNI SUPERSTITI A RIGOPIANO

Sabato della II settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Venne per soddisfare la nostra fame di Dio.
E come fece questo ?
Egli in persona diventò il Pane della Vita.
Si fece piccolo, fragile, disarmato per noi.
Le briciole di pane sono così minuscole
che pure un bambino può masticarle,
pure un agonizzante può mangiarle.
È diventato il Pane della Vita 
per sfamare il nostro appetito di Dio,
la nostra fame di Amore.

Beata Teresa di Calcutta


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QUI UN BREVE COMMENTO ISPIRATO AGLI EVENTI DOLOROSI DI QUESTI GIORNI E AL SALVATAGGIO DI ALCUNI SUPERSTITI A RIGOPIANO




L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 3,20-21.

Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «E' fuori di sé». 





"FUORI DI SE'" PER ESSERE AMORE "DENTRO" LA CARNE E LA VITA DI TUTTI NOI 


Gesù era "fuori di sé". Si, non viveva in se stesso, per se stesso, la sua era una vita totalmente consegnata. L'amore che lo rendeva pane gli impediva di prender pane. Gesù si nutriva di un cibo che né i suoi parenti più stretti, né ciascuno di noi conosce: il cibo della volontà di Dio che consiste, secondo le stesse parole di Gesù, nel suo desiderio che nessun uomo vada perduto, che tutti possano essere salvati. La carne è incapace di comprendere le ragioni del cuore e dello Spirito, anzi, vi muove guerra. Per questo "i suoi" secondo la carne, quelli che avevano visto Gesù bambino, e poi adolescente, e poi giovane nella bottega del padre, non potevano accettare la follia di un amore che lo sospingeva ben oltre i limiti della carne, al punto da dare la sua da mangiare nei luoghi che tutti evitavano, per le persone che tutti ritenevano ormai spacciate. Gesù era la gratuità totale, qualcosa di sconosciuto, mai visto prima in un uomo. Al punto che penseranno di Gesù cose malvagie, addirittura che fosse il principe stesso dei demoni. L'amore, quell'amore smisurato, abbaglia, ubriaca, scandalizza. I cuori induriti e con le soluzioni e le interpretazioni preconfezionate ne restano tramortiti. L'amore di Dio, non essendo di questo mondo, è un segno di contraddizione per svelare i pensieri del cuore; per questo così spesso viene preso per il suo esatto contrario. Non è possibile che sia reale un amore così, il nostro cuore non lo ha conosciuto. Ci deve essere qualcosa sotto, non si può vivere e amare così. Ma è normale, come potrebbe essere diversamente? Per amare occorre uscire "fuori" da se stessi, essere passati oltre il mare che ci inchioda in Egitto schiavi del faraone. Ama solo chi vive ogni evento nella Pasqua di Cristo! Come ci si può aprire alla vita che Dio ha pensato di trascrivere eternamente nel Cielo attraverso la nostra carne se questa è rinchiusa nella paura perché l'unica esperienza che ha è la morte? Sì la morte che si nasconde quando uno prova ad uscire da se stesso: l'altro ti sbrana, la società non ti aiuta anzi. Come fai a perdere la tua vita se essa è solo un pugno di giorni amari da difendere con i denti? Cercherai di renderla meno dolorosa, è normale, finendo con il prostrarti al lavoro, al denaro, alle vacanze, alla macchina e alla casa, all'ultimo smartphone e alla messimpiega. Per questo quando appare l'amore di Cristo fatto carne in persone identiche a noi pensiamo che sia follia, esaltazione o fondamentalismo. 

Non siamo preparati, la carne da sola non sa dilatarsi e accogliere la gratuità. E' ferita e avvelenata dal peccato e dall'inganno del demonio, vede il male ovunque, pensa sempre male, non è semplice e limpida. Il demonio che la soggioga distorce tutto e scambia il bene in male, la libertà per schiavitù, l'amore per follia. Ma il Vangelo di oggi è una luce per tutti quelli che, come i parenti di Gesù, non sanno cosa fare dinanzi all'amore infinito di Cristo e decidono di "prenderlo", rinchiuderlo in un ghetto come accade da sempre alla Chiesa, per renderlo innocuo e non contraddica le coscienze. E spesso accade che i nemici dei cristiani siano proprio quelli della propria casa, i familiari più stretti. Quante madri si adirano con le figlie incinta del quinto o del sesto figlio! Quanti preti si scandalizzano dell'amore alla Parola di alcuni fedeli a loro affidati, ritenendo che sia un'esagerazione, un alimento troppo forte e non adatto a tutti, finendo con il "prenderli" perché rinuncino alla sovrabbondanza della vita di Cristo. Ma nel breve brano di oggi appare evidente che chi è davvero fuori e lontano dalla verità sono "i suoi" secondo la carne. Mentre Gesù è ben dentro la volontà del Padre, il Cielo che plana sulla terra, l'amore che sazia il vuoto e la solitudine. E' questa la vita vera, alla quale siamo tutti chiamati. Coraggio allora, non importa se sino ad oggi siamo stati anche noi tra i parenti di Gesù, se nelle nostre parrocchie e comunità, nei nostri gruppi, nel volontariato e nella Caritas, tra le mamme catechiste e al coro abbiamo conosciuto il Signore superficialmente, impermeabili alla chiamata a conversione del suo amore. Non importa neanche se in Chiesa è un secolo che non mettiamo piede, se anzi l'abbiamo contestata e combattuta come San Paolo. Non importa se oggi siamo ancora schiavi del peccato. Oggi possiamo accogliere semplicemente e umilmente il folle amore di Dio per uscire dalla morte e dall'egoismo con Cristo per dilatare il cuore, e le ore, e ogni passo e imparare a perdere la vita. Uscire da se stessi per offrirla in dono è l'unica via per ritrovarla vera ed eterna. Farsi cibo per saziarci, il paradosso divino, il segreto dell'amore di Dio, incarnato in Gesù e nei suoi santi. Come San Francesco Saverio ad esempio, che in una lettera scritta a Sant'Ignazio di Loyola dalla terra di missione scriveva la sua esperienza, identica a quella di Gesù: "Quando sbarcai in questi luoghi, battezzai tutti i fanciulli che ancora non erano stati battezzati, e quindi un gran numero di ragazzi, che non sapevano neppure distinguere la destra dalla sinistra… Mi assediava una folla di giovani, tanto che non riuscivo più a trovare il tempo per dire l’Ufficio, né per mangiare, né per dormire; chiedevano insistentemente che insegnassi loro nuove preghiere. Cominciai a capire che a loro appartiene il regno dei cieli". Che Dio ci conceda l'umiltà per accogliere l'amore, e che esso trasformi la nostra vita in un'unica, gioiosa, oblazione.


CHIAMATI NELLA CHIESA PER STARE CON GESU' NELL'INTIMITA' DELLA CROCE, PER PREDICARLA AL MONDO SCACCIANDO CON ESSA I SUOI DEMONI



Gesù chiama quelli che “vuole". In spagnolo amare e volere si esprimono con la stessa parola, “querer”. E’ salito sul monte Golgota perché solo inchiodato sulla Croce dai nostri peccati poteva conoscere e così volere e amare ciascuno di noi “così come siamo”. Che follia... Gesù vuole e sceglie in base al requisito che chiunque rifiuterebbe. Non ci ha scelto per le nostre capacità ma per quello che nascondiamo. Come ha voluto e scelto quei dodici uomini perché conosceva il loro cuore e sapeva che l’avrebbero vigliaccamente tradito: ha voluto e scelto la povertà e la debolezza dei peccatori, tu ed io, per poterli amare. E’ questo il senso di ogni chiamata. Per questo proprio dalla Croce che oggi ci limita e umilia nella nostra realtà, il Signore ci attira a sé per strapparci alla superbia che ci obbliga a essere il dio che non siamo accogliendoci senza riserve nel suo amore. L'abbandono del ministero, come il divorzio, le fughe di ogni giorno dal sacrificio e dalla sofferenza nascono sempre da un errore di prospettiva che ci fa scambiare Colui che chiama con colui che è chiamato. Quando entriamo in crisi dinanzi alla nostra debolezza per l’orgoglio con cui il demonio vorrebbe rubarci la chiamata, occorre tornare sempre alla sua origine che è Cristo e lo stare stare con Lui nella Chiesa, dove sperimentare il suo amore che assume la nostra realtà per trasfigurarla. Come ha fatto con Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, ai quali diede il nome di Boanèrghes, figli del tuono. Come ti chiamerà oggi il Signore? Lucia “figlia della burrasca” per la tua nevrosi? Giuseppe “pentola di fagioli” per la tua pignoleria che ti fa puntualizzare su tutto? Claudio “topo gigio” perché sempre timoroso a causa delle sofferenze patite? Marisa “nuvole e sole” per i cambiamenti di umore repentini? Ebbene, proprio i difetti e le debolezze, le sofferenze della storia che nel mondo attirano ironia e spesso disprezzo e rifiuto sono il nome nuovo - il suo - che Gesù imprime in noi unendoci a Lui sulla Croce dove ci "fa" apostoli. Attraverso la Parola, i sacramenti e la comunione con i fratelli, come un artigiano, plasmando la materia grezza che gli offriamo crea in noi la sua immagine. Apostolo infatti significa inviato, in ebraico “shaliah”, ovvero un altro se stesso di colui che lo inviava. Come la Sposa dell’Agnello, senza macchia né ruga, bella della bellezza del suo Sposo; la comunità che ci accoglie e della quale, fondati sulla fede degli Apostoli, siamo chiamati ad essere le porte sempre aperte per offrire al mondo la salvezza. Niente più paura, perché Cristo ha vinto la morte e la notte non esiste più; nella Chiesa Egli ha il potere di trasformare tutte le debolezze in pietre preziose e meravigliose attraverso le quali risplende la luce del giorno eterno sul mondo. Sì, sulla Croce le lacrime, i lutti, il pianto, tutto di noi rifulge della gloria della resurrezione, predicazione credibile del Regno che pregustiamo e vessillo di vittoria capace di scacciare i demoni che tengono schiavi gli uomini con la paura della morte.



Venerdì della II settimana del Tempo Ordinario. Commento audio

  


UN ALTRO COMMENTO



Venerdì della II settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Se gli apostoli sono veramente con Lui, 
allora sono sempre anche in cammino verso gli altri, 
allora sono in ricerca della pecorella smarrita, 
allora vanno lì, devono trasmettere ciò che hanno trovato, 
allora devono farLo conoscere, diventare inviati. 
E viceversa: se vogliono essere veri inviati, 
devono stare sempre con Lui,
per arrivare a conoscerlo, per ascoltarlo, 
per lasciarsi plasmare da Lui; 
devono andare con Lui, 
essere con Lui in cammino, 
intorno a Lui e dietro di Lui. 

Benedetto XVI



  


UN ALTRO COMMENTO





L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 3,13-19.

Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.







CHIAMATI A STARE CON GESU' NELL'INTIMITA' FECONDA DELLA CROCE DALLA QUALE PREDICARE IL VANGELO E SCACCIARE I DEMONI DI QUESTA GENERAZIONE


Gesù ha chiamato a sé "quelli che Egli volle", perché ogni vocazione scaturisce esclusivamente dal suo volereIl Signore vuole proprio noi, con i nostri nomi, con le nostre storie, così come siamo. Ci conosce e per questo ci chiamaIl Signore non è il responsabile umano dell'ufficio risorse umane della Chiesa, non assume in base al curriculum. Gesù chiama "quelli che vuole" perché i suoi occhi vedono quello che nessun occhio umano è capace di captare; Lui sceglie in base al requisito che chiunque rifiuterebbe, si innamora di quello che nessun ragazzo o ragazza vorrebbe mostrare di sé alla persona di cui sono innamorati: Gesù cerca la debolezza, la stoltezza secondo il mondo, ciò che è nulla agli occhi "intelligenti" della carne. Non ci ha scelto per le nostre capacità, per la pazienza, l'arguzia, la forza, per presunte disposizioni umane alla santità... Come fu per Davide, come per tutti i profeti, Dio non guarda all'apparenza, ma al cuore. Se ha guardato quei dodici uomini è perché conosceva profondamente il loro cuore, anche quello di chi lo avrebbe tradito. E se Lui non ha problemi con noi, anzi, perché averne noi? Guardare alle nostre capacità, all'adeguatezza delle nostre risorse umane e spirituali è come tradire il Signore. Quando entriamo in crisi dinanzi alla nostra debolezza è per orgoglio. Il demonio, infatti, attacca quelli che Dio chiama sempre allo stesso modo: li afferra per il bavero delle proprie debolezze per spingerli prima verso la sfiducia, e poi nella disperazione. Al contrario la Parola di oggi è una buona notizia che ci invita ad aver pazienza con noi stessi, a non voler farci santi e adeguati stringendo i pugni, ad accettare le imperfezioni, i difetti, e a scacciar via come subdola tentazione ogni immagine illusoria di quello che vorremmo essere. E' il Signore che porterà fedelmente a compimento la sua volontà in noi. Perché tutto è racchiuso dentro la sua chiamata gratuita. Possiamo riposare in essa perché è l'unica garanzia che ci difende dalle tentazioni. Per questo, quando ci assalgono, occorre tornare sempre alle radici della chiamata. Nel matrimonio, nel presbiterato, nella vita religiosa, e poi nel lavoro, nello studio, in tutto vi è una chiamata che ci precede e su cui Dio ha fondato la nostra vita. Non siamo noi il fondamento, è Lui! In questa gratuità che disarma il nostro orgoglio possiamo ricominciare ogni giorno, anche se siamo passati attraverso una tempesta di peccati che sembra aver distrutto tutto. 

L'abbandono del ministero, il divorzio, le fughe di ogni giorno dal sacrificio e dalla sofferenza nascono sempre da un errore di prospettiva che ci fa scambiare la sabbia con la roccia, il figlio con il Padre, colui che chiama con colui che risponde. Il compimento di ogni missione, invece, si fonda sull'amore gratuito che ci raggiunge, seduce e accoglie nella sua intimità. Non sarà mai un apostolo chi non ha conosciuto e non rimane nell'amore di Cristo. E' interessante notare come nella lingua spagnola amare e volere si dicano con la stessa parola: querer. Gesù "vuole" noi perché ci "ama", e nell'amore ci "fa" apostoli, come recita l'originale greco. "Costituire" gli apostoli significa farli, crearli, plasmarli, sino ad essere immagine di Lui"Apostolo", infatti, significa "inviato" e, secondo l'etimologia ebraica, esso costituiva un altro se stesso di colui che lo inviava. Per questo la chiamata di Gesù è sempre il primo passo dell'"andare a Lui" in un cammino di conversione nel quale "lo stare con Lui" ci fa assomigliare ogni giorno di più a Lui, ad avere il suo stesso pensiero di Cristo, il suo cuore, il suo sguardo, sino a diventare un "Alter Christus", come San Francesco. Non si tratta di fare molte cose, ma di camminare dietro a Lui in una compagnia, come fecero gli apostoli. E ciò si realizza essenzialmente nella comunità cristiana che è il suo Corpo vivo nella storia. Accanto ai momenti di preghiera personale siamo chiamati a "stare con Lui" nella Chiesa, dove possiamo ascoltarLo e parlarGli nelle liturgie, accogliere e sperimentare il suo amore anche attraverso la comunione con le sue membra che sono i fratelli. In essa siamo al riparo dalle fughe pseudo mistiche destinate ad evaporare al sorgere delle difficoltà e delle persecuzioni: "Il cristiano non è una monade, ma appartiene a un popolo. Un cristiano senza Chiesa è una cosa puramente ideale, non è reale. E’ una cosa di laboratorio, una cosa artificiale, una cosa che non può dar vita" (Papa Francesco). La missione, infatti, si fa feconda quando lo "stare con Lui" si fa più intenso e autentico: sulla Croce, ovvero nei momenti di più grande debolezza. Come ha sperimentato il Signore stesso, che ha salvato ogni uomo quando non ha potuto far altro che gettarsi, nella morte, tra le braccia del Padre. Stare con Gesù è dunque essere crocifisso con Lui. Allora comprendiamo perché ci ha scelti così deboli e fragili, incoerenti e nevrotici: per insegnarci ad abbandonarci a Lui e così poter operare in noi con illimitata libertà, facendo di noi un vessillo di speranza innalzato per tutti i peccatori. In quanto crocifissi, poveri, deboli, ultimi nel mondo, siamo inviati a portare ad ogni uomo i segni dell'amore del Padre, le piaghe benedette del Figlio impresse nelle nostre vite. Non a caso gli esorcismi si compiono mostrando ai demoni la Croce. Ecco, siamo un esorcismo sbattuto in faccia al demonio di questa generazione: con le sofferenze, i fallimenti, le frustrazioni lo "scacciamo". Sì, proprio quando agli occhi del mondo sembriamo soccombere al figlio, al collega, al coniuge, è il momento in cui, crocifissi con Cristo, esercitiamo con amore il "potere di scacciare i demoni" per dischiudere loro il "Regno" che "predichiamo" con zelo inesausto. 


APPROFONDIMENTI

Benedetto XVI. Perché stessero con Lui...

Incontro con i seminaristi di Freiburg im Breisgau, sabato, 24 settembre 2011

Mi colpisce sempre più di tutto il modo in cui san Marco, nel terzo capitolo del suo Vangelo, descrive la costituzione della comunità degli Apostoli: “Il Signore fece i Dodici”. Egli crea qualcosa, Egli fa qualcosa, si tratta di un atto creativo. Ed Egli li fece, “perché stessero con Lui e per mandarli”: questa è una duplice volontà che, sotto certi aspetti, sembra contraddittoria. “Perché stessero con Lui”: devono stare con Lui, per arrivare a conoscerlo, per ascoltarlo, per lasciarsi plasmare da Lui; devono andare con Lui, essere con Lui in cammino, intorno a Lui e dietro di Lui. Ma allo stesso tempo devono essere degli inviati che partono, che portano fuori ciò che hanno imparato, lo portano agli altri uomini in cammino – verso la periferia, nel vasto ambiente, anche verso ciò che è molto lontano da Lui. E tuttavia, questi aspetti paradossali vanno insieme: se essi sono veramente con Lui, allora sono sempre anche in cammino verso gli altri, allora sono in ricerca della pecorella smarrita, allora vanno lì, devono trasmettere ciò che hanno trovato, allora devono farLo conoscere, diventare inviati. E viceversa: se vogliono essere veri inviati, devono stare sempre con Lui. San Bonaventura disse una volta che gli Angeli, ovunque vadano, per quanto lontano, si muovono sempre all’interno di Dio. Così è anche qui: come sacerdoti dobbiamo uscire fuori nelle molteplici strade in cui si trovano gli uomini, per invitarli al suo banchetto nuziale. Ma lo possiamo fare solo rimanendo sempre presso di Lui. Ed imparare ciò, questo insieme di uscire fuori, di essere mandati, e di essere con Lui, di rimanere presso di Lui, è – credo – proprio ciò che dobbiamo imparare... Il modo giusto del rimanere con Lui, il venire profondamente radicati in Lui – essere sempre di più con Lui, conoscerLo sempre di più, sempre di più non separarsi da Lui – e al contempo uscire sempre di più, portare il messaggio, trasmetterlo, non tenerlo per sé, ma portare la Parola a coloro che sono lontani e che, tuttavia, in quanto creature di Dio e amati da Cristo, portano nel cuore il desiderio di Lui.


GETTIAMOCI SU CRISTO CHE CI GUARISCE NELLA BARCA DELLA COMUNITA' PER DIVENIRE ANACORETI OFFERTI PER IL MONDO



Sospinto dalle trame ordite contro di lui, Gesù si ritira presso il mare, segno misterioso di precarietà e morte. Scende cioè sul confine pericoloso sul quale viviamo attirandoci a Lui per incontrarci e salvarci. Ma per seguirLo occorre innanzitutto ascoltare la Buona Notizia che annuncia “ciò che Gesù fa” per gli uomini; quindi, come Abramo, uscire dalla terra delle proprie certezze e sicurezze per seguire le sue orme sul cammino della fede che conduce al suo “ritiro”. Solo qui possiamo “toccarlo”, immagine plastica di un rapporto intimo nell’esperienza del compimento dell’annuncio ascoltato. Essa è offerta nella “barchetta” (così l'originale) dove Gesù è con gli apostoli, immagine della Chiesa e della sua “carena”, il legno della Croce dove Lui attira tutti gli uomini. Nella solitudine feconda che annunciava quella del Golgota infatti, l’“anacoresi” secondo l'originale greco anachórein, Gesù attirava i pagani che, dopo un cammino di sequela che aveva maturato in loro la fede adulta, potevano abbandonare l’uomo vecchio malato, e “gettarsi su Gesù” per essere guariti e rinascere a una vita nuova. Guarire, “terapeo”, significa letteralmente rispettare, venerare: Gesù ha inaugurato la "terapia" autentica perché è l’unico che ci rispetta tutti così come siamo, con i tempi e la libertà del cammino di ciascuno, "venerando" sempre e comunque l'immagine divina scolpita in noi anche se deturpata dai peccati. Possiamo incontrare personalmente Cristo nella comunità cristiana che ci allontana e libera dall'anonimato della folla attraverso la Parola, i sacramenti e i fratelli. Per questo essa è una barchetta non un transatlantico, a misura di rapporti autentici. Pastori, catechisti e fedeli la curano e custodiscono con amore assicurandosi che sia sempre vicina al Signore e "a sua disposizione". Ciò significa amore alla Parola di Dio, approfondire e custodire il Magistero e il deposito della fede, curare la liturgia in ogni dettaglio, sapendo che essa parla all'uomo attraverso ogni suo segno; essere attenti alla dignità e alla pulizia delle chiese, alla sobrietà e bellezza degli ambienti. Ma significa anche la cura di ogni fratello nelle sue sofferenze fisiche e spirituali che sorge dalla comunione celeste, il miele che unisce i fratelli nello stesso amore proprio nella barchetta. A bordo infatti, guariti da Gesù, possiamo sfuggire il mondo come fecero gli anacoreti del deserto che lottavano con il demonio nella solitudine colma di Cristo,  attirando moltitudini di peccatori. Solo accogliendo la sua guarigione e custodendo l'intimità con Lui, il bene più prezioso, potremo attirare a Cristo fratelli e nemici. Non buttiamoci su di loro illudendoci di amarli e salvarli, ma gettiamoci su Gesù che li chiamerà a seguire Lui, non noi; saranno cioè attirati dalle opere di vita eterna che sorgono dalla fede dei cristiani come le api dal miele, perché per Lui e il suo amore sono stati creati. Impariamo a combattere come soldati allora, perché "un vero soldato non combatte perché ha davanti a sé qualcosa che odia. Combatte perché ha dietro di sé qualcosa che ama" (Chesterton).



Giovedì della II settimana del Tempo Ordinario. Commento audio