Martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario





Gesù e Barabba davanti a Pilato. Evangeliario di Rossano

    



L'ANNUNCIO
Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda! 
 (Dal Vangelo secondo Matteo 13, 35-43)


In questo brano del Vangelo Gesù in persona commenta la sua parabola: con semplicità e chiarezza, senza giri di parole. Non annacqua, non trucca, non cede ai compromessi. Per i suoi discepoli la Parola delle parabole diviene chiara come un alba, non è possibile sbagliare: la Parola non è come quei disegni appena abbozzati che si trovano nei settimanali enigmistici, il cui esito definitivo è lasciato all'abilità dei lettori. Non si tratta di aggiungere, togliere, correggere, colorare a proprio piacimento. La Parola del Signore è una spada, arriva diritta al cuore, senza sconti. Per questo è Verità che genera libertà. "Per mezzo delle realtà comuni [Gesù] vuole indicarci il vero fondamento di tutte le cose e così la vera direzione che dobbiamo imboccare nella vita di tutti i giorni, per seguire la retta via. Egli ci mostra Dio, non un Dio astratto, ma il Dio che agisce, che entra nella nostra vita e ci vuole prendere per mano" (J. Ratzinger - Benedetto XVI). La Parabola della zizzania illumina la natura della Chiesa e l'identità dei cristiani: sono figli di un Regno che non è di questo mondo, ma vi camminano giorno dopo giorno. Nel mondo ma non del mondo si trovano gomito a gomito con la zizzania, con i figli del maligno; e qui Gesù precipita inesorabilmente nel politicamente scorrettissimo: esistono i figli del demonio. Coloro che ne compiono i desideri, che obbediscono a un padre che è nemico acerrimo di Dio. Figli del maligno, assassini che cercano di uccidere Cristo. Spesso travestiti da figli di Abramo, battezzati chissà, ma con tra le mani opere che di Abramo non hanno neanche l'ombra. "Se, con l’incarnazione del Verbo, la figliolanza divina fosse attribuita immediatamente a ogni uomo, il mistero della scelta o elezione e quindi la fede, il battesimo e la Chiesa non avrebbero più alcun ruolo costitutivo per la salvezza: la missione della Chiesa nel mondo sarebbe solo quella di far prendere coscienza a tutti gli uomini di questa salvezza già presente nella profondità di ognuno. Insomma, ogni uomo, in virtù dell’incarnazione del Verbo, acquisirebbe automaticamente, anche se inconsapevolmente, “l’esistenza in Cristo” ricevendo così, in virtù della sua trascendenza come persona umana, gli effetti salvifici della redenzione operata da Gesù Cristo. Sarebbe un “cristiano anonimo”. (Ignace De La Potterie)Ma non è così. Nelle parole del Signore emerge, come una saetta, una verità incontrovertibile: esistono i figli del Regno ed i figli del maligno. Vivono fianco a fianco, e la missione della Chiesa non è, come nell'Islam, sradicare la zizzania malvagia, ma, semplicemente, vivere secondo la propria natura. Si comprende così come alle fonti della missione della Chiesa e di ciascun cristiano vi sia una tenace e perseverante difesa della primogenitura, della misteriosa elezione ad essere, per il mondo, sale, luce e lievito, segno autentico e credibile del Regno di Dio. I cristiani sono eletti per vivere in pienezza la cittadinanza celeste, lasciando che Cristo, Primogenito dei figli del regno, mostri in ciascuno la sua natura; pur tra le debolezze e le imperfezioni della carne, sono chiamati a lasciare brillare la bellezza del Signore, riflesso della bellezza di una vita secondo la volontà del Padre: "La natura corrotta dal peccato genera perciò i cittadini della città terrena, mentre la grazia che libera la natura dal peccato genera i cittadini della città celeste. Perciò i primi sono chiamati vasi d’ira; gli altri sono chiamati vasi di misericordia. Se ne ha un simbolo anche nei due figli di Abramo. L’uno, Ismaele, nacque secondo la carne dalla schiava Agar, l’altro, Isacco, nacque secondo la promessa da Sara, che era libera. Entrambi sono stirpe di Abramo, ma un rapporto puramente naturale ha fatto nascere il primo, invece la promessa che è segno della grazia ha donato il secondo. Nel primo caso si rivela un comportamento umano, nel secondo caso si rivela la grazia di Dio" (S. Agostino, De Civitate Dei).  Dietro le parole della parabola emergono in filigrana quelle del salmo 37, che traducono concretamente l'atteggiamento proprio dei cristiani nel mondo: 

Non adirarti contro gli empi non invidiare i malfattori. 
Come fieno presto appassiranno, cadranno come erba del prato. 
Confida nel Signore e fa il bene; abita la terra e vivi con fede. 
Cerca la gioia del Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore. 
Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera;
farà brillare come luce la tua giustizia, come il meriggio il tuo diritto. 
Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui; 
non irritarti per chi ha successo, per l'uomo che trama insidie. 
Desisti dall'ira e deponi lo sdegno, non irritarti: 
faresti del male, poiché i malvagi saranno sterminati, 
ma chi spera nel Signore possederà la terra. 
Ancora un poco e l'empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. 
I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace.  
Conosce il Signore la vita dei buoni, la loro eredità durerà per sempre. 
Non saranno confusi nel tempo della sventura e nei giorni della fame saranno saziati. 
Il Signore fa sicuri i passi dell'uomo e segue con amore il suo cammino. 
Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano. 
I giusti possederanno la terra e la abiteranno per sempre. 

Occhi aperti dunque, e un abbandono sconfinato e audace alla fedeltà del Signore. Intorno a noi il male esiste, esiste il demonio che, come annuncia l'Apocalisse, cerca il bambino per divorarlo, per farci rinunciare alla primogenitura, l'immagine di Cristo in ciascuno di noi, figli del Regno. E gli attacchi non sono solo quelli del sesso, del denaro, del potere. Esistono i fendenti più subdoli, quelli con cui il demonio cerca di ancorare la menzogna nella mente attraverso l'evidente ragionevolezza della lotta all'ingiustizia. La parabola è come il bozzetto del quadro che Gesù stesso dipingerà con il colore del suo sangue. Con i tratteggi del grano e della zizzania il Signore stava profetizzando l'episodio che sarebbe andato in scena davanti a Pilato, anticipando indirettamente ai discepoli la domanda che il Procuratore avrebbe rivolto al Popolo: "chi volete che vi liberi, Gesù o Barabba?". Il grano o la zizzania? La Chiesa sarà sempre posta al fianco di Barabba, come ciascuno di noi, ogni giorno. E sempre seguirà le orme del suo Signore; di fronte al dilagare delle persecuzioni e del male, ascolterà di nuovo le parole che Gesù rivolse a Pietro nel Getsemani: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada; Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?" (Mt. 26, 52-54). Il grano è accanto alla zizzania per compiere la Parola, perché si realizzi la volontà di Dio per ogni uomo di tutte le generazioni. E così è stato, e la "spada" che ha fatto rimettere nel fodero, è caduta su Gesù, per colpire in Lui tutto il male che la zizzania ha provocato. Il grano è accanto alla zizzania per proteggerla sino alla "fine del mondo", per dare occasione di convertirsi ai "figli del maligno" "seminati dal diavolo". Non tralasciamo un punto importante: il "campo" è "suo", è di Gesù. Il "mondo" è del Signore, non del demonio. Anche se questi ne è il principe, non significa che abbia su di esso un potere indefinito. Sopra di lui c'è "uno più forte", che può legarlo e liberare coloro che satana tiene in suo potere. Il diavolo è stato precipitato sulla terra ed è furioso perché sa che gli resta poco tempo (cfr. Ap. 12). Questo tempo che ci separa dalla "fine del mondo", il tempo in cui il "grano" cresce accanto alla "zizzania". Ma la Chiesa ha l'esperienza di essere stata, per pura grazia, seminata nel mondo come un "seme buono"; sa che è i "figli del Regno" sono stati amati mentre erano peccatori e meritevoli della "spada" che Dio ha rivelato al profeta Ezechiele: "Così dice il Signore Dio: Eccomi contro di te. Sguainerò la spada e ucciderò in te il giusto e il peccatore. Se ucciderò in te il giusto e il peccatore, significa che la spada sguainata sarà contro ogni carne, dal mezzogiorno al settentrione. Così ogni vivente saprà che io, il Signore, ho sguainato la spada ed essa non rientrerà nel fodero... Spada, spada aguzza e affilata, aguzza per scannare, affilata per lampeggiare! L'ha fatta affilare perché la si impugni, l'ha aguzzata e affilata per darla in mano al massacratore!... Perché i cuori si struggano e si moltiplichino le vittime, ho messo ad ogni porta la punta della spada, fatta per lampeggiare, affilata per il massacro... Poiché voi avete fatto ricordare le vostre iniquità, rendendo manifeste le vostre trasgressioni e palesi i vostri peccati in tutto il vostro modo di agire, poiché ve ne vantate, voi resterete presi al laccio... mentre tu hai false visioni e ti si predicono sorti bugiarde, la spada sarà messa alla gola degli empi perversi, il cui giorno è venuto, al colmo della loro malvagità" (Ez   ). E questo "giorno" ebbe inizio proprio nel podere chiamato Getsemani. Gesù sapeva che quella spada era preparata per Lui, e non per quelli che lo volevano morto. La "spada" era per Lui, l'unico "seme buono" che il Padre aveva seminato nel seno della Vergine Maria, l'unica "terra buona". Gesù sapeva che "proprio per quello era giunto a quell'ora", perché "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv. 12, 24). Doveva portare frutto e moltiplicare il "seme buono": con la sua morte e la sua resurrezione, infatti, avrebbe seminato nel mondo i "figli del Regno", perché "completassero in loro quello che sarebbe mancato alla Passione di Gesù" in ogni generazione, ovvero carne e sangue da versare per salvare il mondo, la Chiesa martire del suo amore. La "spada" destinata a "sradicare la zizzania" dal mondo era sguainata, aguzza e affilata, come il flagello che gli ha straziato le carni, le spine infilate nella testa, i chiodi penetrati nelle mani e nei piedi, e la lancia giunta nelle sue viscere. Sulla Croce aveva attirato tutti a sé, i peccatori e anche chi, innocente, ha sofferto l'espandersi del male. Sul Golgota era scesa, violenta la "spada" che doveva colpire e purificare il mondo giunto al "colmo delle sue malvagità". Ma il Golgota è preparato anche per noi, "figli del Regno" rinati dall'acqua e dal sangue zampillati dal costato di Cristo trafitto dalla "spada". Anche per noi è pronto il flagello: proprio come la zizzania che cresce e si distende quasi a soffocare il grano, ci percuoteranno le ingiustizie, ci feriranno le calunnie con cui ci toglieranno l'onore, ci batteranno rubandoci quello che ci appartiene; quelli di casa saranno i nostri nemici, coniuge, figli, e poi amici, colleghi, e poi i professori che vorranno imporre le loro vuote ideologie, e il governo che vorrà impedirci di annunciare la verità, e la cultura, e i media, e i social, tutto come fu già contro Gesù, e, nei secoli, contro la sua Chiesa. E di fronte a tutto questo, la Chiesa sarà ancora dalla parte di Gesù, l'Agnello muto di fronte ai suoi tosatori; e il mondo sceglierà Barabba, e lo lascerà libero, illudendosi di avere ragione delle ingiustizie con la violenza. E gli aborti si moltiplicheranno, e i divorzi e le guerre. E la "spada" giungerà ancora sulla terra, e colpirà ancora i cristiani, come accadde a Nagasaki, dove la bomba atomica fu gettata attraverso l'unico spazio che s'era aperto tra le nuvole, e precipitò sul quartiere cristiano, distruggendo la cattedrale e mietendo migliaia di vittime. E' il Mistero Pasquale di Cristo nel quale siamo stati salvati e che si compirà in noi, perché la pazienza di Dio si estenda anche a tuo figlio, a quel collega che ha appena divorziato, a quella cugina che ha abortito, ai signori della guerra e ai mafiosi. Sappiamo bene che, giudei o greci non importa, tutti eravamo peccatori, "ma siamo stati lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!" (1 Cor 6,4). E' un mistero insondabile "disegno di Dio" che ci ha chiamati a far parte della sua Chiesa,  insieme a San Francesco, a Santa Caterina, agli Apostoli e ai martiri: e "quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati" (Rm 8, 28-30). La misericordia di Dio ci ha "seminati nel campo" per "fiorire e fruttificare": è un immagine profetica del battesimo, "per mezzo del quale siamo stati sepolti con Cristo nella morte, e siamo risuscitati con Lui per camminare in una vita nuova" (Rm 6,4). La morte è vinta, esiste il Regno dei Cieli, ed esiste un giudizio! Il male non trionferà, non si scherza. Lo sappiamo per esperienza... Ma proprio perché scampati alla "spada" per la misericordia di Dio, siamo ora inviati ad annunciare a tutti e a testimoniare la stessa misericordia prendendo su di noi i colpi della "spada". Per questo sappiamo che "la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il nemico" che ha seminato con la menzogna i suoi figli nel mondo: anche oggi, uniti a Cristo e "attingendo forza in Lui e nel vigore della sua potenza" attraverso la Parola e i sacramenti, siamo inviati a non opporre resistenza "ai figli del maligno"; non andremo a sradicarli dal mondo. Il Signore ci invita a tornare al nostro battesimo, è l'unico modo per crescere accanto alla zizzania e dare frutto, nell'attesa della "mietitura": "Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” " (Benedetto XVI). Per questo risuonano oggi per noi le parole che San Paolo ha dettato per i cristiani di Efeso: "Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito cioè la parola di Dio" (Ef. 6,10-17). Ecco la "spada" che ci viene consegnata, la Parola di Dio! Ascoltiamola, celebriamola, scrutiamola, meditiamola, e chiediamo incessantemente che si faccia carne in noi. Esiste un combattimento, ed inizia nel nostro cuore, dove anche si annidano semi velenosi deposti dal nemico. E' fondamentale saper discernere il bene ed il male, per non cadere in stolte semplificazioniLa lotta appare allora per quello che in realtà essa è, una difesa strenua, sino al sangue, contro il peccato, contro gli inganni macchinati dal demonio. E' una lotta d'amore, stringersi sempre più come pietre vive a Cristo, nella quale lasciarci amare, colmare, perdonare, consolare, deliziare da Lui. E cercare in Lui la nostra gioia, cioè vivere in Cristo, di Cristo, per Cristo. Come vasi di creta, portare con gioia il tesoro immenso dell'amore di Cristo: "Questo tesoro fa di tutta la vita un cammino, un progredire, sempre preceduti e accompagnati da quei fatti di grazia operati dal Signore che tornano a sorprendere il cuore nutrendo così la fede" (De la Potterie). Questo cammino di fede rinnovato ogni giorno, sulle tracce della penitenza e della conversione, diviene esso stesso un annuncio, un grido che chiama ogni uomo alla Verità, alla salvezza. I figli del maligno non sono distrutti, ma lasciati accanto ai figli del Regno perchè, sino all'ultimo istante della loro vita, possano alzare lo sguardo e implorare la misericordia, quell'amore impresso nei fratelli di Cristo: "L’esperienza della figliolanza è tutta piena solo di gratitudine, per il dono immeritato, e di speranza nei confronti di tutti. Per cui non si tratta di giudicare i miscredenti, i lontani, o addirittura quelli che possono sembrare avversari. Anche perché ognuno di loro può, quando meno se lo aspetta, incontrare il fatto cristiano"... Questa gratitudine non giudica nessuno, ma è magnanima e misericordiosa anche davanti all’errore e al peccato. Come accadde a san Francesco Saverio, il discepolo prediletto che Ignazio di Loyola aveva mandato a evangelizzare il lontano Oriente. Davanti ai peccati anche turpi dei pagani, Francesco Saverio si stupiva che senza la fede, i sacramenti e la preghiera filiale non ne facessero di più gravi. Come scrive in una lettera inviata ai suoi compagni da Cochin, nel 1552: «Io non mi meraviglio per i peccati che esistono fra bonzi e bonze, quantunque ve ne siano in grande quantità. Anzi, mi meraviglio che non ne facciano più di quelli che fanno…». I figli del regno come il miele per le api, come la dolcezza dell'amore di Cristo tra i pungiglioni della morte che sono i peccati di ogni generazione. L'amore infinito come miele che cola dall'arnia della scuola, del lavoro, del condominio, del mercato; della malattia e della precarietà, di ogni istante donato ai figli del Regno. Miele dolcissimo, capace di salvare, per sempre, anche il peggior figlio del maligno, perché non cada nella fornace ardente ed eterna. Il miele di Cristo, che ci attrae e ricrea ogni istante: "Il grano seminato da Cristo, seminato da Dio nel mondo, giungerà a maturazione, e cioè nessuna egregia impresa, nessun desiderio o sforzo per dare al bene la sua energia ed espansione andrà perduto: giacché il premio eterno è assicurato a coloro che porteranno il buon frumento nei granai celesti" (Paolo VI).





Lunedì della XVII settimana del Tempo Ordinario







L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo.
Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami».
Un'altra parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti».
Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole,
perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: "Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo".
 
 (Dal Vangelo secondo Matteo 13, 31-35)


Si intravede Betlemme, e più in là anche il Golgota, e risplendono di Cielo nelle parabole che il Signore ci annuncia oggi. La grotta adattata a stalla dove Lui è nato, il monte dove l'hanno barbaramente crocifisso. C'è l'odore della piccolezza, dell'insignificanza e dell'irrilevanza secondo il mondo nelle parole di Gesù. E viene da chiedersi perché proprio Lui, Dio fatto carne, è dovuto entrare nel mondo dalla porta di servizio... In fondo, è la stessa domanda che risuona in noi con frequente regolarità quando le vicende della vita ci ricordano i momenti difficili e inaccettabili del passato. Quando un problema, un rifiuto, un'incomprensione ci gettano nello sconforto e, come un'onda possente, si abbatte su di noi la memoria delle umiliazioni e delle ingiustizie che siamo convinti di aver subito. Perché sono cresciuto in questo paese senza nulla di interessante? Perché sono nato in questa famiglia povera a causa della quale non ho potuto studiare? E mai una maglietta griffata, condannato a indossare sempre gli abiti dei fratelli maggiori... Perché non ho potuto studiare? Io, che sarei voluto diventare un medico e invece eccomi dietro un banco a fare il salumiere. O perché tanta ricchezza, a che mi è servita se i miei genitori si sono separati? Perché il carattere chiuso di mio padre, le depressioni continue di mia madre, l'intelligenza superiore di mio fratello? Perché sono stato adottato e mi sono sempre sentito così diverso dagli altri? Perché il diabete che mi ha impedito di mangiare come gli altri? Perché questa dannata malformazione? Se non l'avessi avuta avrei potuto nuotare, giocare a pallone, correre sui prati... Perché sono così basso, o così alto, perché la cellulite che non riesco a sconfiggere? Perché i professori e i compagni mi hanno preso di mira, facendomi passare anni di inferno in quella scuola? Perché la guerra mi ha scacciato dalla mia terra sfregiando la mia infanzia? Perché mio padre è morto quando ero piccolo, e ora tremo davanti a ogni pericolo? Perché mio marito mi ha lasciata per un'altra donna? Perché sono prete in mezzo a tutti questi fallimenti, o in missione in questa terra dura come la pietra, che sembra non esserci speranza alcuna? Perché la mia vita è stata una lurida stalla? Perché questa croce piantata al centro della mia storia? Ecco le domande alle quali nessuno psicologo, nessuna religione orientale, nessuna ideologia sa rispondere. Ecco le domande alle quali risponde oggi il Signore parlandoci del "Regno dei Cieli". Per illuminare quanto ci accade sulla terra ci parla del Cielo. Questa è la prima parola, quella decisiva, con la quale è come se ci prendesse il volto tra le mani per orientare il nostro sguardo verso le "cose di lassù". Nulla di quello che accade sulla terra è fine a se stesso; tutto è legato al destino eterno e celeste per il quale siamo nati. Ma se non sappiamo dove stiamo andando, non sapremo neanche come andarci; non solo, non capiremo neanche il perché dei passi che abbiamo deposto sulla terra, e non avrebbe senso il frammento di terra sul quale ci troviamo oggi. Il demonio ci ha chiuso il Cielo fratelli, e ci ha reso ciechi sulle orme che il Signore ha lasciato sul nostro cammino. Per questo, le parabole di oggi sono la chiave che può aprire le porte della prigione che ci tiene schiavi nella paura della morte; ci svelano, infatti, il segreto che rende rilevante e decisivo chi si sente anonimo, irrilevante e insignificante. Qual'è dunque questo segreto? E' l'essere noto, conosciuto sino in fondo da Gesù, e per Lui essere importante, con un senso e un valore infiniti. Lui è il segreto, il Figlio di Dio che è disceso dal Cielo per fare della nostra terra un frammento del Regno dei Cieli offerto a ogni uomo. Sì, le parabole non ci danno risposte come fanno il mondo, la scuola, internet, gli scienziati e i filosofi. Esse fotografano la realtà con un obiettivo che nessuno saprà mai inventare, capace di catturare in un solo fotogramma il passato e il presente, lasciando aperto il futuro in una profezia destinata a compiersi, al netto della libertà di ciascuno. E la fotografia che ci presenta Gesù è proprio il Regno dei Cieli che "è dentro di noi", perché è Gesù Cristo stesso, morto e risorto per noi, e che ci dona il suo Spirito nella sua Chiesa. Parlandoci del Regno dei Cieli Gesù parla, dunque, di se stesso unito a ciascuno di noi, e così ci svela il senso profondo della nostra storia. Ciò che, infatti, resuscita la nostra vita abbracciandone ogni istante passato, presente e futuro è il rapporto intimo con Gesù, per condividerne la missione e il destino. Il segreto della vita, del suo compimento e della sua pienezza, sta nello scendere con Lui all'ultimo posto. Perché è qui che si trova il Regno dei Cieli, l'opposto dei regni della terra; per questo Gesù ha ammonito così i suoi discepoli che litigavano ambendo ai primi posti: "fra di voi non sia così", cioè, nella comunità cristiana non sia come nel mondo, dove conta chi vince, il migliore, il più simpatico, il più brillante, il più ricco, il più furbo, il primo insomma, e dove chi comanda si fa servire e obbedire. Tra i cristiani, invece, si vive già nel Cielo, dove non esistono più barriere, perché Cristo risorto ha abbattuto ogni muro di divisione. Lassù è il contrario di quaggiù, perché il peccato non ha più potere su chi è stato perdonato e riscattato dal Signore; chi è cittadino del regno dei Cieli vive da risuscitato, libero di amare oltre l'orgoglio, la superbia e l'egoismo. In esso, infatti, vi sono relazioni diverse, dove il primo diventa l'ultimo e lo schiavo di tutti. Ma, confessiamolo, non possiamo comprenderlo. Non ce la facciamo, non ci viene "naturale", perché tutto questo ci appare un'ingiustizia, secondo la "natura" ferita che abbiamo ereditato da nostra madre. Guardiamo i bambini: avete mai visto uno che si precipita all'ultimo posto? Anche uno solo che, naturalmente, si mette a servizio degli altri bambini? Provate a mettere una vaschetta di gelato, o un piatto pieno di patatine fitte, al centro di una tavola attorno alla quale è seduta una dozzina di bambini... Un attimo, e scoppia la III guerra mondiale, altroché.... E' inutile gridare, perché "nel peccato mi ha concepito mia madre", e l'uomo vecchio appare senza maschere proprio nei bambini. Eppure, il Signore ci invita anche a diventare bambini e a tornare ad essere "piccoli" come loro. Sembra una contraddizione, invece la perla nascosta nelle parabole del Vangelo di oggi brilla proprio in questo paradosso: ciascuno di noi non è altro che "un granello di senapa", "un pugno di lievito". Scoprirlo e accettarlo è la nostra felicità. Perché il Signore ci dice che nella nostra realtà, così com'è, c'è già il compimento della nostra vita. E non è una contraddizione. È scandalo e stoltezza solo per chi non ha conosciuto Cristo. Per questo, nelle parabole, c'è sempre una chiamata a conversione, a smettere cioè di essere ipocriti, a svestirci dell'uomo vecchio, perché il vestito dell'orgoglio è sempre l'ipocrisia, cucito nell'atelier del sarto della menzogna. Solo chi, follemente perché ingannato dal demonio, si crede come Dio non potrà accettare i fallimenti. Solo tu ed io presi al laccio della menzogna ci lasciamo investire dal rimpianto, dalla malinconia e dal rancore che le onde del ricordo di un passato non illuminato portano con sé. Ma Dio si è fatto "granello di senapa", polvere di "lievito", si è fatto più piccolo della nostra piccolezza per farsi accogliere ed entrare in te e in me e distruggere la menzogna. Si è fatto peccato per distruggere il peccato. Le umiliazioni, le frustrazioni, tutti gli eventi e le persone della nostra vita che non abbiamo mai accettato ci rivelano la nostra piccolezza come quella di un "granello di senapa", e polverizzano le nostre illusioni come un "po' di lievito". E guai se così non fosse! Non ci sarebbe il Regno dei Cieli in noi, perché proprio nella piccolezza, nell'insignificanza e irrilevanza, nella Croce che ha marcato la nostra vita, si cela il mistero di Gesù che scende nella nostra realtà. E, in virtù del suo Mistero Pasquale, della sua vittoria sulla morte, proprio la nostra piccolezza è trasformata in un seme gravido di vita e potenza. "La traduzione "è simile" non è esatta; si deve tradurre:"Avviene con il Regno di Dio come con un granello di senape" oppure "con un po' di lievito" (J. Jeremias). Per questo possiamo dire che accade con il Regno dei Cieli come quello che è successo e succede in te e in me quando incontriamo e accogliamo il Signore. Esso, infatti, si radica nel profondo della terra e ha origine da un seme piccolissimo. Inizia da te e da me, da tuo figlio, da mia moglie, dalla nostra storia, perché ha avuto origine dal "seme" che si è fatto "il più piccolo di ogni altro seme", per morire nella terra, risorgere e fare così della sua Croce gloriosa "l'albero" di salvezza, "tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami". Non ci sei anche tu a riposare nel suo amore, al fresco delle sue foglie di misericordia? Il Signore, dunque, ci sta dicendo: "Guardate me e capirete il Regno dei Cieli, ed esso in voi e voi in esso. Ascoltate le parabole e vi contemplerete la mia vita colma d'amore, e voi in me e io in noi, e insieme nel cuore del Padre". Allora, guarda la Chiesa, povera, fragile, debole, con tanti peccatori e incoerenti; guarda che discutono i cristiani, tutto sembrano meno che dei santi.... Stolto, se pensi così! Sono duemila anni che la Chiesa è un seme piccolissimo che diventa, ogni giorno, un albero frondoso dove i poveri e i peccatori trovano riparo. Proprio per essere così piccola, spesso fallimentare in tante terre d'Asia, o minoranza irrilevante come in Europa, sta compiendo la sua missione: muore, annega i peccati dei suoi figli nella misericordia, e, come accadde a Pietro, da questa esperienza di resurrezione, trae zelo, audacia e credibilità per parlare ai piccoli e accogliere tra le sue braccia i peccatori senza speranza. Guai se la Chiesa trionfasse! Guai se fosse una comunità di puri! Chi l'ha pensata così è caduto nell'eresia... Guai se fosse solo belle liturgie, e folle imbambolate, e numeri e successi. Sarebbe uno dei tanti movimenti di massa accecati dall'ideologia... No, essa è santa perché Cristo che è seminato in essa è santo! Essa ha successo perché fallisce secondo i parametri umani, a volte sparendo dai radar della storia, perché triturata nelle profondità della terra, a caricare i peccati di ogni uomo... Lo testimonia la sua storia di persecuzione e martirio, anche ora, e di zelo per le anime, di silenzioso e umile servizio, lontano dai riflettori, una storia splendente intessuta con il povero filo dei suoi membri deboli e peccatori. Allo stesso modo guarda tuo figlio: contempla i suoi difetti, le sue contraddizioni, l'incostanza e l'incoerenza; non temere e non ti fermare, fissa anche i suoi peccati. Ma guardalo oggi con gli occhi di Gesù, attraverso la luce delle sue parabole; guarda il "seme" piccolissimo marcire nella terra, contemplerai contemporaneamente l'albero sul quale molti cercheranno riparo; vedrai i suoi peccati, ma anche la misericordia che lo sta già rigenerando; lo vedrai perfino riposare tra i rami della Croce, offrendo se stesso con Cristo, lui che ora è così egoista e scapestrato. Vedrai quello che il mondo non vede, ciò che nessun padre o madre secondo la carne può distinguere. Nel frantumarsi delle tue aspettative di genitore, come di marito e di moglie, di amica o fidanzato, cade il velo dell'ipocrisia e appare Cristo, il suo amore infinito che lo ha spinto dentro a quel fallimento umano che hai davanti agli occhi. Proprio questo è l'inizio del Regno dei Cieli. In quella terra che è il fratello, ma che siamo anche tu ed io, è deposto il seme del Regno, come Gesù nella mangiatoia di una povera e sudicia stalla, apparentemente e ragionevolmente indegna di Lui, come il sepolcro che lo ho ha accolto, l'unico luogo di riposo che ha trovato nel mondo. Il Signore ci chiama ad entrare in questa dinamica, imparando a guardare così anche la missione della Chiesa; essa è sconosciuta alla sapienza secondo la carne, ma annunciata dal Talmud e dal Nuovo Testamento, per i quali il "seme" è immagine della risurrezione. Il seme che muore è già segno del frutto che porterà! Questa sapienza che la Chiesa ci annuncia e ci dona, ci è offerta anche attraverso la nostra esperienza. Come siamo stati perdonati, salvati, riscattati, liberati, giustificati? Ebbene facciamone memoria attraverso la liturgia, la preghiera, l'ascolto della predicazione, la meditazione assidua della Parola di Dio: "guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli" (Dt. 4,9). Come disse Paolo Vl nell'omelia delle beatificazione di Clelia Barbieri: "occorre finezza manzoniana per apprezzare simile scena, gusto francescano, e, diciamo pure, senso evangelico". "Finezza, gusto, senso" ovvero le qualità della fede per avere questo sguardo celeste su ciò che appare terra e fango. Occorre il discernimento che scaturisce dalla "gioia" dell'incontro con Cristo che ha ribaltato ogni prospettiva nell'amore che riscatta il peccatore e lo fa sedere tra i principi della terra. Ma, attenzione, c'è ancora molto da comprendere; ci attende qualcosa di impressionante. Tutto quanto abbiamo visto va ben oltre la nostra salvezza. In quel "seme di senapa" che è la tua e la mia vita, vi sono scritti i nomi di tutti i pagani che Dio ha legato a noi fin dall'eternità. Con noi sono stati deposti nel seno di nostra madre un'infinità di persone. Nell'acqua del battesimo poi, è stata sigillata la nostra missione: con noi sono profeticamente scesi nel fonte tantissimi peccatori, anche il collega che non sopporti, anche il verduraro, anche il vicino che non ti saluta mai. Hai mai pensato a questo mentre ti guardi allo specchio e magari ti disprezzi? Hai mai pensato a questo quando guardi tua figlia, e la giudichi perché é così diversa da te che ti dà ai nervi, disordinata, sbadata, ancora tanto irresponsabile... Quale madre ha pensato a questo appena ha scoperto d'essere incinta? O le è venuta in mente la missione per la quale aveva appena dato alla luce suo figlio? Quale mamma ha sentito un fremito per la grandezza dell'opera che Dio aveva cominciato nel suo bambino piccolo come un "granello di senapa", mentre lo allattava, lo imboccava e lo vedeva crescere come un "albero" e "distendere i suoi rami"? Forse ha sognato per lui un futuro di medico, di marito e padre, forse anche di prete, magari ha sperato che diventasse santo... Ma che in quel bozzolo d'uomo ci fossero impressi il destino e la salvezza di innumerevoli giapponesi, o australiani o kenyoti, con ogni loro nome scritto nel nome di suo figlio, e il giorno dell'appuntamento con lui già fissato dall'eternità, credo che poche madri ci abbiano pensato. Che l'identità di quel bambino era ed è di essere "lievito che una donna", proprio lei, la madre, avrebbe dovuto iniziare a "impastare con tre misure di farina perché tutta si fermenti"... E noi, abbiamo mai pensato che siamo "lievito", e che non c'è altra missione che compia la nostra vita, se non quella di essere "impastati" nel mondo dalla Chiesa nostra Madre? C'è un cammino che ci attende anche oggi, ed è quello che ci nasconde nel mondo pur non essendo del mondo. Ogni giorno Cristo ci condurrà uniti a Lui nelle umiliazioni, nell'irrilevanza, nell'anonimato, nei fallimenti, nelle frustrazioni, nella debolezza, nella solitudine, nell'incomprensione, nelle angosce, nelle sofferenze, nelle contraddizioni e nell'aridità, ovvero nella terra che accoglierà il seme destinato a salvare il pezzo di mondo che ti è affidato, e la farina dove sarà impastato il lievito per "fermentare" il lavoro, la scuola, le relazioni, il mondo intero. Lo aveva compreso bene Santa Veronica Giuliani, fiore e frutto di senapa meraviglioso seminato e triturato nel monastero e sbocciato sul legno della Croce; nella sua esperienza c'è la profezia della nostra: "Mi sento così piena di disgusto, così arida e senza alcun sentimento da sembrar mi impossibile il sopportare più a lungo un tal modo di vivere e in questo stato mi sembra persino un perditempo l'andare dal mio confessore. Ma appena percepisco nel cuore anche il minimo moto di quella misteriosa azione mi sento così trasformata e ripiena di una tale energia che pure nella più grande aridità. Nell'insensibilità e nelle contraddizioni ogni opera mi riesce agevole anche le più difficili". A questo siamo chiamati, e per questo, nostra cura sarà quella di difendere la proprietà del "lievito" e del "seme", ovvero la docilità alla volontà di Dio frutto dell'intimità con Cristo, attraverso l'aiuto amorevole della Chiesa. Proprio l'esegesi delle parabole ci svela tutto questo: la parola tradotta con "annidarsi", infatti, è "un termine tecnico escatologico per indicare l'incorporazione dei pagani nel Popolo di Dio" (J. Jeremias). Ecco, il cerchio delle parabole si chiude: dal Cielo al Cielo attraverso la terra. La missione della Chiesa, la tua e la mia, come quella del "granello di senape": non a caso tutte le varietà di senapa appartengono alle "crocifere", che hanno fiori con quattro sepali e quattro petali disposti a croce! Salvati da Cristo e seduti alla destra del Padre con Lui, siamo chiamati a vivere ogni istante su questa terra regnando sulla Croce con Lui, per offrire a tutti gli uomini uno spicchio del Cielo che illumina ogni storia, perché tra le braccia di Cristo distese sulla nostra vita possano essere accolti nella misericordia.  


XVII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A










L'ANNUNCIO
Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 
trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. 
Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 
Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 
Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 
e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 
Avete capito tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». 

(Dal Vangelo secondo Matteo 13, 44-52)



“Avete compreso tutte queste cose?”. Questa domenica il Signore ci viene incontro chiedendoci se abbiamo preso-con noi le “cose nuove e quelle vecchie” che la Parola di Dio "nasconde"; se abbiamo cioè discernimento per orientarci nella vita.

Esso, infatti, è la caratteristica fondamentale di ogni cristiano. Senza discernimento non si può seguire il Signore, si è vittime della storia e preda degli eventi, ripiegati su se stessi, ovvero incapaci di amare.

Vediamo, quanti “selfie” ci facciamo ogni giorno? Quanti ne scattano i nostri figli? Sembra che il senso e l’obiettivo di qualunque cosa facciamo sia lo scattarsi una foto e postarla. Viaggi e gite, pranzi e cene, magliette e gonne nuove, i pomodori piantati in giardino, perfino una corsa nel parco con il cane, tutto è irrimediabilmente destinato all’autoscatto, metafora triste dell’autocompiacimento che cerchiamo nelle cose e nelle persone.

Per l’uomo vecchio schiavo della carne e dei suoi desideri, infatti, tutto è "auto": autostima, autogestione, autodeterminazione, autocoscienza, autoironia, autoerotismo, riflessi di una generazione affetta da un inguaribile autismo dell’anima.

L'altro è, semplicemente, uno specchio dove rifrangere la propria immagine; non esiste, vive nel prolungamento del proprio ego. Non serve neanche a farci una foto, oggi nemmeno un figlio…

L'uomo della carne vive attaccato a un respiratore artificiale, lo sguardo dell'altro. Altro che Parola creatrice, sono gli occhi del mondo a dargli vita; una volta chiusi muore nell’insignificanza.

Anche noi abbiamo dato “valore” a “perle” finte, considerando un “tesoro” essere importanti per gli altri. E' triste una vita stretta nel sandwich crudele del risparmio energetico di uno smartphone… Eppure è la vita di chi non “comprende” le Parole del Signore.

Ma anche oggi, come ogni giorno sino “alla fine del mondo”, il Signore “manda i suoi angeli a separare i pesci buoni da quelli inutili (secondo l’originale greco)”.

Hai dato valore a ciò che non ne ha? Rapidamente sarà “gettato nel fuoco ardente”, non ti preoccupare. Dove sono finiti i selfie che ti sei scattato una settimana fa? Nello stesso “trash” dove è finita quella gita e quella cena, il cestino dove forse, con la foto, hai gettato il tuo matrimonio, quell’amicizia, quel rapporto sessuale scatenato dagli ormoni in libera uscita.

La vita è seria, e porta con sé le conseguenze di ogni pensiero, parola e gesto. Non si scappa, o sono “buoni”, o “inutili”, cattivi e dannosi. Chi non ha discernimento continuerà a confonderli, prendendo un selfie appena sfornato sui social networks per compimento e felicità.

Ma non siamo nati per questo; piuttosto per esserne salvati dalla Chiesa, la barca che, con Cristo a bordo, solca il mare per approdare “all’altra riva”: “come infatti, il mare simboleggia il tempo, così la spiaggia indica la fine, e la riva segnerà che cosa la rete, cioè la Chiesa, aveva pescato” (San Gregorio Magno).

E che cosa aveva pescato? Noi, insieme ai fratelli. Anche le parabole di questa domenica, infatti, sono spiegate “in casa”, nell’intimità della comunità. Ci parlano della “gioia” di chi ha incontrato l’Amato che aspettava da sempre, l’unico che ha dato “valore” infinito alla sua persona, compresi i difetti, perdonando ogni peccato, e promettendogli una vita nuova e sorprendente, piena e felice nella sua compagnia. La vita che non si sazia di selfie, ma ha nell’altro il luogo dove compiersi nell’amore.

Il cristiano, infatti, ha “trovato” questo “tesoro” grazie alle indicazioni fornitegli dalla predicazione della Chiesa. Ha pregustato la gioia della Torah che ha fatto di Israele un Popolo diverso da tutti gli altri.

Sul Sinai Israele ha “trovato” l’unica “perla preziosa” per la quale vale la pena vivere. Nella Parola è stato “conosciuto, creato, chiamato e giustificato”, e ha “compreso" come vivere con discernimento.

Per questo, anticamente, ogni uomo conquistato dalla bellezza e dall’autenticità della predicazione e della testimonianza della Chiesa, iniziava in essa un cammino di conversione e purificazione per giungere alle nozze con Cristo, alla Nuova ed eterna Alleanza preparata per lui. 

"Cristiani non si nasce, si diventa" (Tertulliano): il battesimo non aveva nulla di magico, era il sigillo di una fede adulta che aveva già cominciato a operare nel catecumeno opere di vita eterna. Tra di esse, fondamentale, era la rinuncia agli idoli di questo mondo, per appartenere a Cristo. 

Di questa rinuncia si sente l'eco nelle parabole di questa domenica. Senza aver "venduto tutti gli averi" non si diventava cristiani, perché non si può servire due padroni. "Siccome molta gente andava con Lui", cioè molti pesci erano presi nella rete dell'annuncio, Gesù fu chiaro, ammonendo gli apostoli e tutti quelli che volevano seguirlo: "se qualcuno viene a me (come coloro che volevano diventare cristiani), e non odia sua madre, suo padre, sua moglie, i figli, i fratelli, le sorelle, e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo" (cfr. Lc 14, 25-33)

Altro che sentimentalismo... Durante il percorso dell'iniziazione cristiana ciascun catecumeno, guidato dalla Chiesa attraverso la Parola, le catechesi e gli esorcismi, si spogliava a poco a poco dell'uomo vecchio, con gli amori morbosi e idolatrici a cose e persone, le passioni ingannatrici, le relazioni esclusive che lo avevano tenuto schiavo, sino a rinunciare a satana, alle sue pompe e alle sue menzogne. 

Allora, con l'esperienza viva della Grazia nella propria esistenza, poteva professare la fede in Dio Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, la Trinità nella quale sarebbe stato sepolto l'uomo vecchio e dalla quale sarebbe nato l'uomo nuovo.

Poi riceveva l'unzione dello Spirito Santo che gli comunicava la vita nuova ed eterna di Cristo. A questo punto era pronto per entrare nella cella del vino, nella stanza nuziale, e consumare le nozze con Cristo per mezzo del sacramento dell'Eucarestia. 

Nella Chiesa primitiva essa dava compimento a tutto il percorso catecumenale, e non a caso era un arcano, un “tesoro nascosto” che veniva svelato ai catecumeni divenuti ormai neofiti solo nella notte di Pasqua, dopo che erano rinati da acqua e da Spirito Santo.

Per trovare questo "tesoro", bisognava uscire da se stessi, camminare con la Chiesa, vendere i beni, rinunciare a se stessi per "acquistare il campo", far parte cioè pienamente della comunità; e qui “scavare” per “tirarlo fuori”, ovvero scendere i gradini che separavano dalle acque del battesimo. Solo così gli scribi, ovvero i giudei che si avvicinavano alla Chiesa ai quali si rivolgeva Matteo con il suo Vangelo, “divenivano discepoli del Regno dei Cieli”.

Per questo si mettevano alla scuola della Chiesa che, all’origine, veniva dalla circoncisione, olivastro innestato sull’olivo buono, che per loro era proprio “come un padre di famiglia (secondo l’originale)” - la nuova famiglia cristiana che li accoglieva – “che estrae dal suo tesoro cose antiche e cose nuove”.  La Torah illuminata da Cristo, ecco la "perla" che ogni uomo "cerca", anche inconsapevolmente! La felicità e la bellezza della Parola compiuta e che si fa vita, ecco il "tesoro nascosto" nella carne di Cristo!

A tutto questo siamo chiamati anche noi, che battezzati lo siamo già. Ma se non percorriamo un serio cammino di conversione rischiamo di finire come i pesci “inutili” della parabola.

Gesù sta parlando ai suoi, a me e a te, non al mondo, che non capirebbe. E ci dice che nella Chiesa molti sono stati presi nella “rete” della predicazione. Questa era come una sciabica, e formava una parete nel mare: trascinata a terra raccoglieva tutto quello che vi trovava, anche le impurità e i pesci non commestibili.

Così, molti hanno ascoltato l’annuncio, ma, nonostante il catecumenato, l'iniziazione cristiana, i gruppi e i movimenti, il catechismo e le attività, e forse anche il battesimo, non si sono convertiti. Continuano a scattarsi selfie, frustrando l’opera di Dio e la missione per la quale sono stati chiamati.

E tu, ed io? Abbiamo trovato il “tesoro”? Siamo, cioè, docili alla vanga della Parola e della guida della Chiesa che “scavando” ci educa per tirare fuori il meglio da ciascuno di noi, ovvero la nuova natura di figli di Dio plasmata dalla Parola e dai sacramenti?

Accettiamo che gli “angeli”, ovvero gli apostoli, ci visitino sulla “riva” delle nostre storie, e ci illuminino “separando” le opere buone e commestibili per gli altri dalle “inutili”, che, come il sale che ha perduto il sapore, non hanno alcuna utilità per la salvezza nostra e degli altri?

Stiamo “cercando“, prima e più di ogni altra cosa, la “perla preziosa”, ovvero il Regno di Dio e la sua Giustizia, per sperimentare il perdono e camminare in una vita “giusta” e crocifissa nel dono di noi stessi? Oppure cerchiamo la nostra giustizia, come il fariseo di un’altra parabola? Lo possiamo vedere se, tornando a casa dalle celebrazioni, siamo spinti a perdonare oppure no.

Abbiamo una missione, questo è il cuore del discernimento che apprendiamo nella Chiesa. Per il suo compimento tutto nella nostra vita concorre al bene. Anche il "vecchio" che abbiamo vissuto, come il "nuovo" che attende i figli di Dio. Nulla è stato senza senso, come nessuna delle ore che ci attendono saranno buttate; neanche una, perché la sapienza della Croce ci suggerisce che, per il solo fatto di esserci dentro come cristiani, uniti a Cristo a servizio del mondo, esse diventano un segno e una profezia per ogni uomo.  

Per questo chi ha discernimento sa fare, ascoltando l'annuncio degli "angeli", i messaggeri che Dio ci manda nella Chiesa, e prima della "fine del mondo", la "cernita" tra quello che è "buono" per la missione e quello che è "inutile"; in concreto, si tratta di discernere la volontà di Dio e la sua opera nella storia, per "com-prenderla", prenderla-con-noi, assumerla per compierla. 

Anche la solitudine, il disprezzo, le frustrazioni sono frammenti della volontà amorevole di Dio. Chi ha trovato la “perla preziosa”, che in epoca di Gesù era il massimo della ricchezza, uno status-symbol come potrebbe essere una Ferrari, non ha bisogno di niente altro, anzi, tutto può diventare un inciampo se rapisce il cuore, la mente e le forze. 

Ha celebrato le nozze nell’amore che non si corrompe, e può lasciare tutto, vendere ogni bene, ma non per un eroismo moralistico o sentimentale, ma in virtù dell’evidenza che si impone nell’esperienza. Perché la vita è una Pasqua, va verso verso il Cielo, dove ci attende Cristo!

E’ felice, “pieno di gioia” si spoglia anche di se stesso, come San Francesco, che "aveva compreso" la "novità" di avere un Padre celeste nel quale anche il "vecchio" padre della carne trova il giusto posto. Anche noi siamo chiamati, come i catecumeni della Chiesa primitiva, a spogliarci con gioia dell'uomo "vecchio" che ci ha fatto soffrire, per rivestirci dell'uomo "nuovo" che saprà gioire davvero perché in tutto vedrà l'amore del Padre fatto carne nel Figlio.  

Ci attende la felicità che nessuno potrà mai toglierci, altro che sofferte rinunce; non ci fermiamo al "campo", agli antipasti e ai contorni: non è per questi, per qualche aggiustatina alla vita che Cristo ci ha amati. Guardiamo al tesoro che in esso è nascosto. E' lì il segreto della gioia pasquale, che sorge dalla certezza di essere, per Gesù, ciascuno così come siamo la sua “perla preziosa” per la quale ha dato tutto se stesso, e il “tesoro nascosto” nel campo del demonio, per il quale si è nascosto anch’Egli nel sepolcro e così riscattarci, facendoci risorgere con Lui. 

"Scaviamo" nella nostra vita allora, con l'aiuto amorevole della Chiesa; lasciamoci accompagnare dalla Parola di Dio e dal discernimento degli apostoli per scendere nelle tombe che segnano di dolore le nostre storie; camminiamo verso la verità, scendiamo i gradini dell'umiltà che ci fa scoprire poveri e peccatori. Ma proprio lì, nella nostra realtà autentica e senza ipocrisie, troveremo il "tesoro" che si è nascosto nella nostra debolezza. 

Gesù è sceso nel fondo del nostro cuore, come la perla più preziosa, per fare di ciascuno di noi un'arca benedetta del suo amore, da offrire a ogni uomo. Spogliamoci allora dell'uomo vecchio, andiamo, vendiamo ogni nostro bene, oggi, senza paura, e diamo ai poveri quello che rappresenta le nostre sicurezze e ci impedisce la "gioia" che solo Cristo può donarci.

Chiediamo al Signore di illuminarci su dove è il nostro cuore, perché se non è in Cielo accanto a Lui, il nostro tesoro è all'inferno con il principe della menzogna... Chiediamogli di aiutarci a farci un tesoro in Cielo, come Lui ha fatto di noi il suo tesoro più prezioso, per il quale è andato, pieno di gioia, ad offrire la sua vita. Che ci doni la sua libertà, quella dei figli di Dio che sanno di avere un Padre in Cielo, e che questo basta e colma e sazia la vita.