SULLA CATTEDRA DELLA CROCE PIETRO CI CONFERMA NELLA FEDE CHE VINCE IL MONDO


"Ubi ergo Petrus, ibi Ecclesia; ubi Ecclesia, ibi nulla mors, sed vita aeterna - Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa; dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna" (S. Ambrogio). Pietro e la Chiesa sono sulla soglia del desiderio più profondo di ogni uomo che freme insopprimibile in ogni parola, pensiero, o gesto: la vita e mai più nessuna morte. Quante volte ci troviamo delusi e frustrati, proprio come cantava Leopardi: "Questo è quel mondo? questi i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme? questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano" (A Silvia). La vita infatti è come il cammino dei due discepoli di Emmaus, che avevano sperato la liberazione da Gesù di Nazaret, profeta potente in parole ed opere, e che invece era anche Lui chiuso in una "tomba ignuda"; anche Lui "all'apparir del vero" era caduto "misero" e solo. Ed erano passati tre giorni ormai. Come sperimentiamo di fronte a certi eventi, alcuni molto dolorosi, di delusioni e sconfitte come "ignude tombe" dove abbiamo visto scendere il Signore portandosi via la speranza. Mentre Pietro, scelto per essere pietra su cui Gesù avrebbe dovuto edificare la sua Chiesa, si stava sbriciolando come le lacrime di pentimento e tristezza che gli ferivano la carne. Tre giorni là dentro, un'eternità di silenzio. Ma all'imbrunire di un altro giorno di paura, la sera del primo giorno dopo il sabato, mentre i chiavistelli della vita erano ben serrati, all’improvviso nel Cenacolo della comunità cristiana è apparso un volto incandescente di luce, mentre una voce inconfondibile augurava la Pace che trapassava i muri e i cuori. La sua voce, il suo volto, le sue piaghe: era Lui, il Signore! La prova inconfutabile risplendeva nei segni del suo amore inchiodato al Legno: Gesù era morto, lo avevano visto, e ora era lì vivo, tornato dall'ignuda tomba, e lo stavano contemplando mentre mangiava con loro. In quel Cenacolo era esplosa la vita sperata da ogni uomo, di ogni tempo, e luogo, e cultura. La discesa dello Spirito Santo nei cuori degli Apostoli avrebbe poi sigillato la certezza che la morte non faceva più paura, il suo pungiglione, il peccato non c'era più, era rimasto inchiodato sulla Croce. In mezzo a quel manipolo che era scappato terrorizzato, che aveva tradito, era disceso come rugiada il perdono. E tra tutti Pietro, il primo ad essere perdonato. Il primato del perdono lo rendeva finalmente pietra nella fede granitica che Pietro aveva ricevuto come un dono rivelato dal Padre che è nei cieli, poi è maturata sino alla statura adulta in un cammino di conversione dove ha conosciuto l'abisso del suo cuore e l'amore di Dio che vi si è gettato dentro nella carne del Figlio. Gesù lo aveva scelto sapendo quello che avrebbe fatto - glielo aveva profetizzato - perché la chiamata conteneva già il perdono con cui lo avrebbe tirato fuori dalla morte conseguente al suo tradimento. Per confermare nella fede la Chiesa attraverso i secoli, Pietro, il primo Papa, ha sperimentato cioè il perdono che né carne e né sangue possono rivelare perché gratuito e immeritato farsi però carne e sangue in lui nell'abbraccio con cui Cristo lo ha unito a sé trasformandolo così in un maestro della fede per il Popolo di Dio. Perdonato e ricolmo di Spirito Santo, Pietro aveva aperto gli occhi della fede in quelli di ogni Papa, per riconoscere Dio onnipotente in un povero Rabbì di Nazaret, e testimoniare con il martirio il Signore vivo in un relitto d'uomo appeso esanime a una croce. Così Pietro può confermare nella fede i suoi fratelli, insegnando loro a discernere nella precarietà della carne la presenza amorevole di Cristo accompagnandoli a sperimentare nella Chiesa il perdono più forte del peccato e della morte. Questa è la fede della Chiesa, la risposta ad ogni desiderio e speranza, sulla strada di Emmaus e su quelle d'ogni uomo, all'apparire d'ogni "vero" e in tutte le "ignude tombe". Per questo la Cattedra di Pietro è la cattedra crocifissa del Signore dalla quale si insegna la misericordia che, come un grembo, genera nei cristiani l'amore autentico che giunge sino all'offerta della propria vita per i nemici.


22 Febbraio. Cattedra di San Pietro. Commento audio



22 Febbraio. Cattedra di San Pietro


αποφθεγμα Apoftegma

In forza del suo Battesimo il cristiano 
non deve affatto considerarsi come escluso dalla vita 
del suo popolo o della sua famiglia, 
ma la sua esistenza deve dispiegarsi 
in totale armonia con gli impegni presi; 
e questo comporta necessariamente rotture 
con gli usi e i costumi della propria vita precedente, 
perché il Vangelo è un dono che viene dall'alto. 
Per vivere nella fedeltà agli impegni battesimali, 
dunque, ognuno deve avere una solida formazione nella fede
per poter fronteggiare nuovi fenomeni 
della vita contemporanea quali la crescente urbanizzazione, 
la disoccupazione diffusa tra i giovani, s
eduzioni materialiste di ogni genere 
o l'influsso di idee provenienti ormai da ogni orizzonte.

Benedetto XVI, discorso ai vescovi di Senegal, Mauritania, Guinea Bissau e Capo Verde

   







L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».














SULLA CATTEDRA DELLA CROCE


«Ipse est Petrus cui dixit: “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam”. Ubi ergo Petrus, ibi Ecclesia; ubi Ecclesia, ibi nulla mors, sed vita aeterna» (S. Ambrogio, Enarrationes in XII Psalmos davidicos). «Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa; dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna». Pietro e la Chiesa, la vita e la fine della morte. Pietro sulla soglia del desiderio di ogni uomo, il nostro d'oggi, il più profondo, il più intenso, l'anelito che freme insopprimibile in ogni parola, pensiero, o gesto: La vita e mai più nessuna morte. I peccati stessi gridano il nostro desiderio di felicità eterna, che si tramuta purtroppo in fuga da ogni sofferenza confondendo il piacere con l'eterno esistere a cui aspiriamo. Le guerre, i divorzi, gli aborti, gli abomini genetici, e le nostre ore intrise di rabbia, malinconia, ribellioni e mormorazioni, in fondo tutto esprime la volontà di non arrendersi all'ineluttabile scorrere, spesso purtroppo in forma paradossale che sa invece proprio di morte. Ma anche quando si uccide in nome della vita, dietro l'egoismo, la paura e l'inganno, si nasconde la nostalgia di pienezza che non accetta la corruzione, e vorrebbe cancellarla, goffamente e perversamente chissà, ma è comunque un grido che getta un accorato appello alla vita che sfugge ad ogni presa. Tutti drogati di qualcosa o di qualcuno, sperando il cristallizzarsi, seppur effimero, d'un secondo almeno, un istante di tregua e di pace dove cullare le deluse speranze vissute solo in un sogno. Leopardi descriveva magistralmente i sentimenti che s’affastellano in noi: "Questo è quel mondo? questi i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme? questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano" (G. Leopardi, A Silvia). Il "vero" della storia di ogni giorno ci travolge, e ci spalanca "ignude tombe", e dolori, e lacrime, e delusioni. La vita come il cammino dei due discepoli di Emmaus, che avevano sperato in Gesù di Nazaret, profeta potente in parole ed opere, dal quale si attendevano la liberazione e che invece.... Anche Lui era chiuso in una "tomba ignuda", anche Lui "all'apparir del vero" era caduto "misero" e solo. Ed erano passati tre giorni ormai. E quelle lacrime aspre di Pietro, sgorgate dal tradimento di un amore strozzato nella paura di morire, di fare la stessa fine atroce del suo amico. Come noi, come tutti. Lacrime e delusioni, sconfitte e "ignude tombe". E nudo il Signore è sceso nella tomba, un sudario a venerarne le piaghe, e una pietra a sigillare le speranze. Tre giorni là dentro, un'eternità di silenzio. E fuori le lacrime della Maddalena, scorrevano sulla pietra che aveva recluso ogni speranza e desiderio.

E poi ecco la sera del primo giorno dopo il sabato: i chiavistelli della vita ben serrati, la stanza d’una pasqua appena volata via, all'imbrunire d'un giorno di paura, d’improvviso un volto incandescente di luce, e una voce, un saluto di Pace che trapassa i muri e i cuori. La sua voce, il suo volto, le sue piaghe: è Lui, è proprio il Signore, la prova inconfutabile risplende nei segni del suo amore inchiodato ad un legno, in quella luce unica che sembra accarezzare le sue ferite. E la gioia incontenibile, indescrivibile, per un desiderio neanche osato che si era compiuto gratuitamente: Gesù era morto, lo avevano visto, e ora era lì vivo, tornato dall'ignuda tomba, e lo stavano vedendo, mentre mangiavano con Lui. In quel cenacolo era esplosa la vita sperata da ogni uomo, di ogni tempo. e luogo, e cultura. La morte non faceva più paura, il suo pungiglione, il peccato non c'era più, era rimasto inchiodato sul Legno piantato sul Golgota. In mezzo a quel manipolo terrorizzato, che era scappato, che aveva tradito, era planato l'amore, disceso come rugiada il perdono. E tra tutti Pietro, la pietra che s'era sfaldata, il primo ad essere perdonato. Il primato del perdono lo rendeva finalmente la roccia su cui il Signore aveva fondato la sua Chiesa. La beatitudine di Pietro e di tutti noi, è tutta in questa esperienza: per confermare nella fede la Chiesa attraverso i secoli, Pietro, il primo Papa, ha conosciuto un perdono che né carne e né sangue possono rivelare, quello che viene dal sepolcro, che ha attraversato l'inferno, e per questo gratuito e immeritato. Perdonato, sanato e salvato, da quella sera Pietro ha gli occhi purificati, aperti con fede in quelli di ogni Papa della storia. Solo uno sguardo purificato nel vedere e sperimentare il perdono, può riconoscere Dio onnipotente in un povero rabbì di Nazaret, innocente in un condannato a morte, vivo in un relitto d'uomo appeso esanime  a una croce. Nella precarietà, nelle contraddizioni della carne, in un corpo corruttibile, abita Dio, la Vita nella morte. Questa è la fede della Chiesa, la risposta ad ogni desiderio e speranza, sulla strada di Emmaus e su quelle d'ogni uomo, all'apparir d'ogni vero e in tutte le ignude tombe. Pietro è chiamato a confermare questa fede, perché essa offra al mondo attraverso la Chiesa i segni autentici e credibili della vita che risplende nel perdono più forte della morte. Per questo la Cattedra di Pietro è la cattedra della misericordia; nella Chiesa, infatti, si apprende l'amore. Pietro, ed ogni Papa, schiude le porte del Cielo offrendo gratuitamente ad ogni uomo l'amore di Dio, gettando le reti del perdono sui mari di morte che avvolgono il mondo. Sulla porta del mondo, Pietro dischiude le porte della sua casa, la Chiesa dov'è vivo Cristo, le viscere di misericordia di Dio. Dialogo, tolleranza, rispetto, tutto va bene per le umane, povere forze spese ad arginare il male. La casa di Pietro invece spalanca il Cielo, l'amore eterno, che il mondo non conosce, unico scoglio ad infrangere ogni male. 



APPROFONDIMENTI



"Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perchè in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo" (Benedetto XVI, omelia alla Santa Messa di inizio Pontificato).






BENEDETTO XVI

Meditazione sul tema:
"La Cattedra di Pietro, dono di Cristo alla sua Chiesa"
Incontro con gli studenti italiani e gruppi di pellegrini nella Basilica Vaticana:

BAMBINI POSTI NEL MEZZO DELLA VERITA' DOVE GESU' CI ABBRACCIA PER UNIRCI A LUI


Per dirci la serietà del peccato Gesù ce ne mostra le conseguenze, rivelandoci con la sua libera consegna alla morte il suo amore per noi, tanto grande da far paura. Gesù è inchiodato sulla Croce per un amore che ha esigito la morte, come l'amore d'una madre esige il dolore del parto. La morte di Gesù ci parla di noi, dei nostri peccati, che hanno esigito la morte di Gesù. Siamo peccatori: «E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati». (San Francesco d'Assisi). Ecco perché l'annuncio di Gesù terrorizza i discepoli e tutti noi; ecco perché la morte ci fa paura: il peccato ha avvelenato la nostra vita, e non lo possiamo accettare, siamo abituati a dare la colpa a tutto ciò che si trova fuori di noi. Discutiamo sempre su chi sia il più grande, ed è un'immagine delle relazioni avvelenate di chi non accetta la realtà dei propri peccati a causa dell'orgoglio che, scalando prestigio, potere e affetto, camuffa l'estrema indigenza di un cuore malvagio. Non possiamo accettare di essere smascherati come peccatori, empi che hanno ucciso davvero Cristo. Ma nella Chiesa ci è offerto un cammino di conversione nel quale Gesù si consegna a noi attraverso la Parola e i Sacramenti che hanno il potere di riconsegnarci alla nostra realtà. Per essere salvati abbiamo bisogno che la Chiesa ci "faccia" bambini, immagine di ogni uomo che, pur ferito dal peccato originale, può consegnarsi a Cristo. Un bambino è quello che è, tante volte capriccioso è però "naturalmente" consapevole della propria debolezza e per questo, di fronte alle cose più grandi, è capace del puro abbandono alla mano dei genitori in una semplice e umile accoglienza del loro amore. Per questo Gesù parla dei piccoli per indicare chi crede in Lui e i suoi discepoli inviati ad evangelizzare. Un cristiano è rinato nell'amore che lo "fa" essere, in pace, quello che è; per questo "non va in cerca di cose grandi superiori alle sue forze" ma, "come un bimbo che riposa in braccio a sua madre" dopo la poppata, consegna tutto se stesso a Cristo che si è consegnato a lui senza riserve. La verità della nostra piccolezza emerge infatti dall'enormità del suo amore; dinanzi alla Croce non possiamo che scoprirci bambini per sperimentare la beatitudine annunciata dal Signore proprio agli antipodi di quelli che il mondo considera come i luoghi dove si può essere felici: "Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato e esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più" ammoniva San Francesco. E come lui, che ai piedi della Croce ha compreso di valere infinitamente nell'abbraccio di Gesù, anche noi, giungendo alla verità, potremo sperimentare la grandezza dell'amore di Dio che dà un valore inestimabile proprio alla nostra piccolezza. Perché Gesù prende in braccio i piccoli, i poveri, i peccatori. La croce che ci umilia infatti, è dove si stende il suo abbraccio con cui ci accoglie nel perdono. Ecco il segreto nascosto alla sapienza mondana: l'amore si fa bambino per ricrearci bambini, indifeso perché smettiamo di difenderci, piccolo perché abbandoniamo i miseri sogni di grandezza. La storia che oggi ci crocifigge e ci fa paura è lo scrigno nel quale l'amore del Padre amore si fa bambino nel suo Figlio per incarnarsi nella nostra vita. Accompagnati dalla Chiesa impariamo ad accogliere la storia di ogni giorno per abbracciare Gesù laddove Egli ci abbraccia, nell'indigenza che ci fa suoi prediletti. Chi vive così è un cristiano, uno cioè che sa di essere l'ultimo di tutti e ne è felice, perché all'ultimo posto ha conosciuto il Signore sceso sin lì per unirsi a lui. E chi vive in Lui serve tutti, perché ha scoperto di essere a tutti debitore dell'amore che ha negato. Unito a Cristo non solo può saldare il debito, ma servire diventa una necessità che scaturisce dalla gratitudine, mentre è Lui stesso che si consegna attraverso le sue parole e i suoi gesti. Offrendo così a ogni uomo la possibilità di accogliere il Signore e il Padre che lo ha inviato nei suoi fratelli più piccoli posti in mezzo alla storia nell'abbraccio che li crocifigge nell'amore.

Martedì della VII settimana del Tempo Ordinario. Commento audio





COMMENTO CATECHETICO




IL COMMENTO IN UN MINUTO

Martedì della VII settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

O umiltà di Cristo! All’anima doni una gioia indescrivibile. 
Di te ho sete, perché in te l’anima dimentica la terra 
e tende sempre più ardentemente verso Dio. 
Se il mondo capisse la potenza della parola di Cristo: 
«Imparate da me la mitezza e l’umiltà», 
metterebbe da parte ogni altra scienza 
per acquistare questa conoscenza celeste.
Gli uomini non conoscono la forza dell’umiltà di Cristo; 
e desiderano le cose della terra. 
Ma l’uomo non può giungere alla potenza di queste parole del Signore 
senza lo Spirito Santo. 
Chi le ha penetrate non le abbandona più, 
nemmeno se gli fossero offerti tutti i tesori del mondo… 
Chi ha assaporato questo amore di Dio infinitamente mite, 
non può più pensare alle cose della terra; 
si sente attirato senza tregua da questo amore.

Silvano del Monte Athos











L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37.

Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà». Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni. Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».









BAMBINI POSTI NEL MEZZO DELLA VERITA' DOVE GESU' CI ABBRACCIA PER UNIRCI A LUI 

Il Signore ci "istruisce", senza ingannarci. Camminando dinanzi a noi ci indica il nostro destino, non diverso dal suo. Non fa sconti sentimentali, non annacqua le parole. Per dirci oggi la serietà del peccato Gesù ce ne mostra le conseguenze, e il suo amore per noi, tanto grande da far paura. Gesù ne già aveva parlato. " La prima volta.... satana uscì allo scoperto, con un'opposizione netta, "questo non ti accadrà mai...". Questa volta si nasconde nell'incomprensione, e fa seccare il seme nel mutismo di un cuore di pietra" (S. Fausti, Ricorda e racconta il Vangelo). Quante volte ci ritroviamo come pietrificati dinanzi agli avvenimenti! Il timore di capire e di accedere al mistero celato dietro gli eventi ci paralizza la lingua, perché la mente non le invia nessun impulso, gelata dalla paura, quella terribile della morte, di scoprire una verità che abbiamo rimosso, che non abbiamo voluto credere: il male è vero, quello capace di uccidere la speranza, la fiducia, ogni relazione. O, più banalmente, la paura che sperimentiamo al mercato, o sul tram: quando qualcuno ci parla di un evento luttuoso vorremmo tagliar corto, non approfondire, voltare lo sguardo a cercare la vita. In un ospedale, al capezzale di un malato terminale, le parole ci escono a brandelli, caricature fuori luogo di pronte guarigioni, di future mangiate, vacanze e lunghe passeggiate in montagna. Di fronte alla morte, l'unico che ci viene da dire sono speranze illusorie balbettate come una pacca sulla spalla mentre il cuore gela. Eufemismi. Il cancro è diventato un " brutto male". E guai ad evocare la morte, perché la morte mette paura. E diventa ancor più incomprensibile quando appare come un segno d'amore: la morte che Gesù annuncia ai suoi discepoli e a ciascuno di noi, la consegna della propria vita alle mani degli assassini, è il suo amore vero, perfetto, autenticoNon si comprende la morte di Gesù se non si accoglie il suo amore che ne è la causa prima e fondamentale. Lo ha detto Lui, e tutti i passi evangelici che ne fanno riferimento lo illustrano inequivocabilmente: è Lui che ha consegnato la sua vita per amore, molto prima che altri gliela togliessero. Risuona infatti in tantissimi testi il verbo “consegnare” (“paradìdomi”)Gesù è consegnato: il tradimento di uno dei suoi apostoli lo consegna agli avversari. Il sinedrio lo consegna al potere romano. Pilato lo consegna alla Croce compiendo così quanto Gesù ha preannunciato. Eppure nella trama di consegne di cui sarà fatto oggetto emerge qualcosa di infinitamente più grande di una semplice sequenza sfortunata di eventi, come quelli di cui spesso anche noi crediamo di essere vittime. Prima ancora d'essere consegnato da mani umane, è il Figlio stesso a consegnarsi, per amore: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Consegnandosi al Padre e alla sua volontà, Gesù si è consegnato a ciascun uomo, perché tutti fossimo riconsegnati al Cielo, in un unico e perfetto amore: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!» e «Chinato il capo consegnò lo Spirito». La sua offerta lo consegna alla solitudine, al cuore d'ogni dolore, alla madre della nostra paura. Gesù si consegna alla morte, all'assenza di Dio, alla patria del peccato di cui tutti facciamo dolorosa esperienza. E, consegnando lo spirito, grida l'estrema solitudine: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Il Padre e il Figlio uniti in un'unico, infinito amore, un dolore lancinante che spinge il perdono a bussare alla porta della nostra tomba, quella di oggi. E' scandaloso, ma è andata proprio così: il Padre ha voluto consegnare suo Figlio per noi, non è stato un incidente a cui Dio, con la resurrezione, ha messo fine. Uomini empi hanno ucciso Gesù, ma proprio quell'empietà con cui l'uomo raggiungeva il limite estremo della lontananza tra Dio e la sua creatura diveniva lo strumento con cui Dio stesso raggiungeva quel luogo di solitudine e angoscia, l'ultimo gradino dell'inferno, per riscattarvi il peccatore peggiore, il più lontano da Lui: “Il dramma tra l’uomo e Dio raggiunge qui il suo acme, poiché la perversa libertà finita getta tutta la sua colpa su Dio come sull’unico imputato e capro espiatorio, e Dio se ne lascia totalmente colpire non solo nell’umanità di Cristo, ma nella sua stessa missione trinitaria, dove nel mistero dell’ottenebrazione e della alienazione tra Dio ed il Figlio portatore del peccato, compare l’onnipotente impotenza dell’amore di Dio” (Von Balthasar, Teodrammatica). 





La consegna alla morte per amore, il dolore per amore: «Il Padre, Dio dell'universo, paziente e misericordioso, sente egli stesso in certo modo il dolore... Il Padre stesso non è senza dolore! Se qualcuno lo implora egli è preso da pietà e compassione; soffre attraverso l'amore; ha sentimenti che non potrebbe avere secondo la sua natura sublime. Riguardo a noi egli sente il dolore umano» (Origene, Hom. in Ezech. 6,6). L'incomprensibile si svela oggi dinanzi a noi. «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». Gesù è inchiodato sulla Croce per un amore che ha esigito la morte, il salario d'ogni peccato. Come l'amore d'una madre esige il dolore del parto. E molto di più. Amore divino, geloso, compassionevole, pietoso, misericordioso. La morte di Gesù ci parla dunque di noi, dei nostri peccati, che hanno esigito la morte di Gesù. Senza la sua morte saremmo ancora nei peccati dice san Paolo. Senza la sua morte il suo amore non ci avrebbe raggiunti, salvati. risuscitati, perché il peccato conduce alla morte, sempre. E lì, nella morte, doveva giungere il suo amore, per distruggere la radice della paura. E lì, nel freddo silenzio del terrore, oggi possiamo incontrarlo per mezzo dello Spirito Santo, quando Gesù, al culmine della sua passione, dopo aver gridato la sua incarnazione nella nostra carne morta, «Chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). Siamo peccatori: «E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati». (San Francesco d'Assisi, Admonitio, 5, 3). Ecco perché l'annuncio di Gesù terrorizza i discepoli e tutti noi; ecco perché la morte ci fa paura: il peccato ha avvelenato la nostra vita, e non lo possiamo accettare, siamo abituati a dare la colpa a tutto ciò che si trova fuori di noi, alle circostanze, agli eventi sfortunati e alla malvagità altrui. Discutiamo sempre su chi sia il più grande, il più perfetto, ed è un'immagine delle relazioni avvelenate di chi non accetta la propria debolezza, la realtà dei propri peccati. L'orgoglio che, scalando prestigio, potere e affetto, camuffa l'estrema indigenza di un cuore malvagio. Non possiamo accettare di essere smascherati come peccatori, empi che hanno ucciso davvero Cristo. Causerebbe un terremoto nella nostra vita, certezze e rendite di posizione evaporerebbero come neve al sole, non potremmo più discutere e lottare per essere i più grandi, non ne avremmo diritto, l'evidenza ci getterebbe piuttosto all'ultimo posto. Dovremmo umiliarci, e guardare con occhi diversi la nostra storia, la moglie, il marito, i figli, i genitori, noi stessi. E, come peccatori, sperimentare un perdono che non abbiamo mai conosciuto, e ricevere l'amore scandaloso, gratuito, divino, che ci "farebbe bambini", pura accoglienza perché pura debolezza. L'amore infatti è consegnato per essere accolto, e Gesù cerca un bambino che accolga il suo donoL'umiltà di sapersi piccoli, gli ultimi, non per una virtù morale, ma perché è proprio così. Un bambino è quello che è. L'annuncio di Gesù oggi fa luce su chi noi siamo veramente. La verità sulla nostra piccolezza emerge dall'enormità del suo amore. Dinanzi alla Croce non possiamo che scoprirci bambini, infinitamente piccoli. Dinanzi al peccato il suo amore svela la nostra identità: mendicanti d'amore. Come san Francesco, che infatti ai piedi della Croce è stato abbracciato da Gesù, perchè Lui prende in braccio i piccoli, i poveri, i peccatori. La sua Croce è il suo abbraccio consegnato a ciascuno di noi, il suo perdono, il suo amore. «Non sono che una fanciulla, incapace e debole, tuttavia è la mia stessa debolezza che mi dà l'audacia di offrirmi Vittima al tuo Amore, o Gesù! Una volta solo le vittime pure e senza macchia erano gradite al Dio Forte e Potente. Per soddisfare la Giustizia Divina, erano necessarie vittime perfette, ma alla legge del timore è succeduta la legge d'Amore, e l'Amore mi ha scelta per olocausto, me, debole e imperfetta creatura... Questa scelta non è forse degna dell'Amore?... Si, perché l'Amore sia pienamente soddisfatto, bisogna che Egli si abbassi, che si abbassi fino al nulla e che trasformi in fuoco questo nulla... » (Santa Teresa di Lisieux). Ecco il segreto: l'amore si fa bambino perché noi si diventi bambini: indifeso perché smettiamo di difenderci, piccolo perché abbandoniamo i miseri sogni di grandezza. La storia che oggi ci crocifigge, che ci fa paura, è il suo amore che si fa fanciullo, che dal Cielo discende sulla terra, e si fa vita nostra, ore e lavoro, famiglia e amicizia, amore che si fa carne nella nostra carne: aspra nelle conseguenze del peccato, ma che reca, misteriosamente, proprio laddove dovrebbe uccidere e gettare all'inferno, l'amore capace di riscattare, il perdono che rigenera e trasforma il nulla nella pienezza di gioia e pace. Accogliere la storia in ogni suo aspetto, perché in essa Gesù si fa bambino, da abbracciare, come si abbraccia la Croce. E così scoprirsi figli del Padre che lo ha inviato. Abbracciare Gesù laddove Egli stesso abbraccia la nostra vita, la piccolezza che ci fa autentici, l'indigenza che ci fa suoi prediletti. Fin dall'infanzia il demonio ha tenuto schiavo ciascuno di noi, all'infanzia ci riconduce il Signore; laddove l'abbiamo perduta, Egli ci riconsegna l'innocenza che crede oltre ogni evidenza, che ci fa consegnare l'intera nostra esistenza alla sua misericordia. Il suo amore che ci fa servi, gli ultimi di tutti, non perché nella nostra presunta magnanimità ci spogliamo di una grandezza inesistente, ma perché amati nella piccolezza e per questo primi nell'amarenel donare se stessi gratuitamente, perché gratuitamente abbiamo ricevuto tutto.



IN CRISTO NESSUN "SE", SOLO LA CERTEZZA GRANITICA DEL SUO AMORE ONNIPOTENTE


Ogni giorno, come un fiume carsico, scorre in noi una sottile sofferenza; spesso non ne comprendiamo l'origine, siamo tristi e basta. Spesso ne imputiamo le cause a chi ci sta intorno, ai fatti del presente o del passato, perché non crediamo che l'unica ragione di ogni nostra sofferenza è il peccato, generato in noi dall'ascolto che abbiamo prestato al "se" insinuatoci dal demonio. "Se tu puoi qualcosa" è figlio del "se" sibilato dal serpente mentre ipnotizzava le debolezze di Adamo ed Eva: "se Dio ti ama" perché ti proibisce di mangiare questo frutto? Perché è geloso e sa che, "una volta che ne mangiaste, diventereste come Lui"... Così, con un "se" gonfio di invidia la morte è entrata nel mondo, ed è giunta sino a te e a me. Lo stesso "se" ci attende per sporcarci lo sguardo su chi ci è accanto, stravolgendo le sue parole, seminando pregiudizi sulle sue intenzioni. Soffriamo perché i "se" ci succhiano le energie, spogliando la vita della sua autenticità, per catapultarci in una selva di dubbi e angosce che ci impediscono di entrare nella storia. Per questo, di fronte all'incredulità, Gesù ci chiede oggi da quanto tempo siamo incapaci di perdonare, la minima avvisaglia di umiliazione ci riempie di spavento e cominciamo a tremare e ci difendiamo. Da quanto tempo non possiamo fare a meno di essere al centro dell'attenzione? Soffriamo dall'infanzia, da quando cioè il demonio ci ha ingannato. Il figlio del Vangelo è immagine di ogni uomo che, concepito nel peccato fin dal grembo materno, è parte della generazione incredula, stirpe di Adamo ed Eva. Anche noi sperimentiamo le conseguenze che appaiono nel ragazzo, magari le vedi oggi in tuo marito o tua moglie, nei tuoi figli: tutto si fa ostile, mentre il rancore getta nel fuoco delle passioni o nell'acqua melmosa della depressione. Il demonio afferra con i pensieri, getta al suolo incapaci di perdonare, pazientare, scusare; e si comincia a schiumare ira di fronte ai torti e alle ingiustizie, si digrignano i denti pieni di sdegno per le debolezze dell'altro, ci si irrigidisce nelle proprie posizioniE non possiamo farci nulla perché, ingannati, lottiamo contro le creature di carne e di sangue o gli eventi per cambiarli, e non ci abbandoniamo all'unico che può scacciare dalla nostra vita il demonio. Sino a quando Gesù, stanco di stare"accanto e sopportare tanta incredulità, pieno di gelosia e per i suoi fratelli presi al laccio dei "se", non ci viene incontro. La sua sola presenza nelle liturgie dove ci conduce la Chiesa scuote il cuore perché sia svelato lo spirito muto che ci isola dagli altri e dalla storia. Eppure, proprio le convulsioni provocate dalla Parola predicata dalla Chiesa sono il segno che si comincia a guarire. E quando sembra che neanche i preti e i catechisti possano nulla, il Signore può annunciarci le stesse parole rivolte dall'angelo a Maria: Tutto è possibile per chi crede. Parole che, rispondendo con amore alla nostra incredulità, illuminano il "se" nascosto nel cuore per aprirci a Lui con l'umiltà della fede. Pur nell'apparente contraddizione, credere innanzitutto che siamo increduli, per credere poi che Gesù, oggi e ogni istante della nostra vita, può aiutarci nella nostra incredulità. "Credo", ed è un dono del Cielo; "aiutami nella mia incredulità", e siamo noi che accettiamo di essere, atterriti dal male impossibile da sconfiggere, incapaci di tutto, perfino di appoggiarci a Lui. Scacciare un demonio installato nel cuore infatti, è l'impossibile per eccellenza. Solo la preghiera insistita della Chiesa che siamo chiamati a fare nostra, può innescare il potere infinito di Gesù. Chi ama prega, non si perde in chiacchiere e ricorsi umani, perché amare è conoscere l'origine della sofferenza dell'altro e sapere che solo un esorcismo può salvarlo. Se non preghi è perché non ami davvero, neanche tuo figlio. Forse hai a cuore la sua salvezza umana, non certo il suo destino eterno con Cristo. Per questo, chi ama sua moglie, suo marito, i suoi figli, le pecore affidategli, si lascia assorbire nell'intimità di Cristo dove può consegnargli, nella preghiera, anche i casi più disperati, nella certezza della fede della Chiesa, che a Lui nulla è impossibile. Ma può pregare solo chi, ascoltando il Signore ordinare allo spirito malvagio di uscire da lui, ha sperimentato la morte dell'uomo vecchio e la liberazione dal demonio, autentica perché non è più rientrato nel suo cuore. Allora non nevrotizzeremo somatizzando interiormente le convulsioni dei figli o di chi ci è accanto, ma sapremo riconoscere in esse il demonio che, uscendo, li lascia come morti perché non possono fare quello che la carne esigerebbe facendosi del male. E discernere nella pace la mano di Cristo che, per mezzo della Chiesa, li sta sollevando rimettendoli in piedi, ovvero risuscitando nella dignità dei figli di Dio




Lunedì della VII settimana del Tempo Ordinario. Commento audio




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COMMENTO IN UN MINUTO