I Domenica di Quaresima. Anno C













αποφθεγμα Apoftegma

Tutto ciò che è stato fatto e sopportato da Gesù, era destinato a istruirci. 
Perciò egli ha voluto essere condotto in quel luogo per lottare contro il diavolo, affinché nessuno fra i battezzati sia turbato, se subisce dopo il battesimo grandi tentazioni, come se ciò fosse straordinario; 
invece, occorre sopportare tutto poiché è nell'ordine naturale delle cose. 
Per questo motivo avete ricevuto delle armi: non per rimanere oziosi, 
bensì per combattere. 

      Ecco i motivi per i quali Dio non impedisce le tentazioni nelle quali vi trovate. Prima di tutto, per farvi sapere che siete divenuti molto più forti. 

Poi, perché rimaniate nella giusta misura, e non vi inorgogliate dei grandi doni che avete ricevuti. 
Infatti le tentazioni hanno il potere di umiliarvi. 
Inoltre sarete tentati affinché questo spirito cattivo, 
il quale si domanda ancora se avete veramente rinunciato a lui, 
si convinca, dall'esperienza, che l'avete totalmente abbandonato. 
In quarto luogo, siete tentati per essere allenati ad essere più forti, più solidi dell'acciaio. 
In quinto luogo, affinché abbiate la certezza assoluta che vi sono stati affidati dei tesori. 
Infatti il demonio non vi avrebbe assalito se non avesse visto che avete ricevuto un onore più grande.

San Giovanni Crisostomo




Sabato dopo le Ceneri. Commento audio



Sabato dopo le Ceneri




αποφθεγμα Apoftegma

Sono rotti i miei legami
pagati i miei debiti
le mie porte spalancate
me ne vado da ogni parte.
Essi accovacciati nel loro angolo
continuano a tessere la pallida tela delle loro ore;
o tornano a sedersi nella polvere
a contare le loro monete
e mi chiamano perché torni indietro
Ma già la mia spada è forgiata,
già ho messo l'armatura
già il mio cavallo è impaziente
e io guadagnerò il mio Regno.

Tagore







L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 5,27-32 

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi!”. Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”.
Gesù rispose: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”.



Seguimi


Tutto era accaduto proprio lì, dove Matteo era in quell'istante, immerso nel suo impuro lavoro di esattore e taglieggiatore. Lì, in quel vomito di vita sfuggito da tutti, si è posato un raggio di luce, lo sguardo di Gesù; Lui, l'unico ad amarlo così com’era, al punto di volerlo con sé. Non si era preparato Matteo, probabilmente neanche si aspettava quell'incontro. Era lì come ogni giorno, nessuna particolare e buona disposizione. Eppure proprio quella banalità ordinaria del male è divenuta il grembo di un incontro decisivo. Questa è l'opera dell’amore infinito di Cristo, trasformare la morte in vita e una tomba in giardino. L'assoluta eccezionalità di questa esperienza ha generato in Matteo l'eccezionale: "la conversione". Lui, il traditore reietto, chiamato ad essere apostolo; come non “seguire” l'Unico che lo aveva guardato con misericordia strappandolo all'inferno? Come non “lasciare tutto” per Cristo che, nel suo amore, gli aveva già donato tutto ciò che il suo cuore desiderava. Per Matteo convertirsi aveva significato assaporare la libertà, altro che rinuncia! Il perdono immeritato e gratuito aveva acceso in lui la gratitudine; per questo "prepara" a Gesù “un grande banchetto nella sua casa”, immagine di ogni eucarestia che sigilla e canta il suo amore. Immediatamente quella che era stata la "sua" diventa la "loro" casa, di Matteo e Gesù, ma non solo; la loro intimità non si chiude per darsi egoisticamente soddisfazione, ma si apre e dilata sino ai confini della terra. 

Come accade in ogni relazione fondata in Cristo, matrimonio, fidanzamento, amicizia, "l'amore diventa cura dell'altro e per l'altro. Non cerca più se stesso"  (Benedetto XVI). "Con loro" due, infatti, “era seduta una grande folla di pubblicani e di altra gente (pagani)”: ovunque giunge un cristiano - ovvero chi ha sperimentato l’amore di Cristo che lo ha “alzato” (stesso verbo che designa anche il risorgere) - appare una nuova creazione. La presenza anche solo di un discepolo di Gesù genera nei luoghi più impensati il miracolo della Chiesa; dov'era stato peccato, lamento e lutto, l’assemblea festosa dei "malati" guariti dal "Medico" e dei "peccatori" accolti, perdonati e convertiti innalza il suo canto di benedizione a Dio per la sua misericordia. Anche per noi è preparato l’incontro decisivo con Gesù. Lui è vicino, giungerà di certo in questa Quaresima, unica e diversa da tutte le altre, forse l’ultima, non sappiamo. Non importa se non lo stiamo aspettando, ancora oggi intenti ai nostri loschi traffici con cui taglieggiamo e ricattiamo marito, moglie, figli, amici e colleghi per spremergli sino all’ultima goccia l’affetto. Importa il suo amore capace di generare in noi lo stupore, la porta regale della conversione. Importa non "mormorare" come gli "scribi e i farisei" ciechi sui loro peccati; e lasciarci curare quando, con una liturgia, con la parola del marito o di un amico, magari con gli occhi di tuo figlio spalancati nello stupore, lo sguardo di compassione e misericordia del nostro "Medico" planerà su di noi. Che il Signore ci conceda di accoglierlo come Matteo, perché sradichi vizi e peccati dai nostri cuori e vi effonda il suo Spirito d'amore. Che in questa Quaresima possiamo convertirci davvero, e obbedire alla chiamata di Gesù “lasciando tutto”, ma proprio tutto, per "seguirlo" annunciando il Vangelo. Ne va della salvezza di nostro figlio, del collega, dell’amico! Stanno aspettando la nostra conversione per “sedersi con noi e Cristo alla mensa della misericordia.


Venerdì dopo le Ceneri. Commento audio



Venerdì dopo le Ceneri



Il digiuno è racchiuso nell'immagine della Pietà: la Vergine Maria che, con l'anima trafitta dal dolore, contempla colma d'amore e speranza il corpo senza vita del suo Figlio. Lo guarda e vede oltre i sensi il suo ritorno vittorioso, senza che ciò le risparmi il dolore d'una madre di fronte alla morte di suo Figlio. In questa prospettiva comprendiamo come digiunare costituisca una condizione essenziale dell'esistenza, la forma concreta di vivere in pienezza la vita terrena, che è già e non ancora. Lo Sposo è con noi, ma, nello stesso tempo, non è qui, perché il compimento al quale siamo chiamati ci attende nel Cielo. La terra è un cammino, e la mancanza e il desiderio di pienezza si acuiscono nell'avvicinarsi alla meta: "Già presente nella sua Chiesa, il regno di Cristo non è tuttavia ancora compiuto «con potenza e gloria grande» (Lc 21,27) mediante la venuta del Re sulla terra. Questo regno è ancora insidiato dalle potenze inique, anche se esse sono già state vinte radicalmente dalla pasqua di Cristo. Fino al momento in cui tutto sarà a lui sottomesso, «fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e attendono la manifestazione dei figli di Dio" (Catechismo della Chiesa cattolica). Per questo digiunare è inginocchiarsi dinanzi al Crocifisso e implorare il suo ritorno, nella consapevolezza che proprio la perseveranza nella carità - innanzi tutto l'annuncio del Vangelo in ogni tempo e luogo - è l'unica via per affrettare la sua venuta: nella fornace del mondo, infatti, siamo chiamati a vivere "nella santità della condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio" (2 Pt. 3,12). 



αποφθεγμα Apoftegma

Oggi, che si parla tanto di catecumenato,
non dobbiamo di nuovo riconoscere molto più seriamente
che il tempo del digiuno deve essere un catecumenato universale
in cui noi con la nostra vita ricuperiamo concretamente il nostro battesimo
o piuttosto facciamo in modo che la nostra vita ricuperi le esigenze del battesimo?

Joseph Ratzinger, in "Speranza di un granello di senape"









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 9,14-15 

In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva del lago, nella regione dei Gadareni, gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: “Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?”.
E Gesù disse loro: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno”.




Digiuno d'amore


Il digiuno dei cristiani è amore e memoria, una novità che esprime il mistero della Chiesa; sposa e vedova allo stesso tempo essa esplode di gioia intorno alla mensa eucaristica, ma al suo culmine erompe in un grido di nostalgia e speranza: maranathà, vieni, ritorna Signore Gesù. Per questo, “mentre i discepoli di Giovanni e i farisei digiunano" per purificarsi, i discepoli di Gesù “non possono fare lutto”, ma gioiscono e, purificati dal suo sangue e per questo "invitati alle nozze" dell'Agnello, celebrano l’amore dello Sposo che li ha perdonati. E cominciano a digiunare quando, terminata la liturgia, uniti a Cristo si gettano nel mondo ad annunciare il Vangelo: "Ite, missa estIn questo saluto ci è dato di cogliere il rapporto tra la Messa celebrata e la missione cristiana nel mondo. Nell'antichità «missa» significava semplicemente «dimissione». Tuttavia nell'uso cristiano l'espressione si trasforma in «missione». Questo saluto esprime sinteticamente la natura missionaria della Chiesa" (Benedetto XVI). Come accadde il giorno dell’Ascensione che ha inaugurato i “giorni in cui lo Sposo è stato tolto" alla vista dei discepoli, dopo averli inviati in missione. Da quel giorno, mandati "nella regione dei Gadareni", immagine di ogni terra pagana, gli apostoli digiunano evangelizzando. Digiunano dai propri schemi, dai progetti e dalle aspettative, dalle sicurezze e dai successi, per abbandonarsi all'opera divina che guida e provvede alla missione. 


La vita degli apostoli è immersa in un digiuno di fama, onore, considerazione; vanno erranti, perseguitati, affamati, rifiutati, all’ultimo posto, come condannati a morte. Digiunano di tutto per amore a Cristo e a ogni uomo, nella memoria costante di Lui. Lo sanno bene i missionari che spesso si trovano nella completa solitudine ad annunciare il Vangelo in terra ostile e indifferente; come lo sanno i genitori alle prese con la crescita ribelle dei propri figli; lo sanno i giovani cristiani chiamati ogni giorno ad affrontare i sofismi e le tentazioni del mondo della scuola; lo sanno gli anziani lasciati soli da una società che di loro non ha più bisogno; lo sanno i malati chiamati al combattimento più arduo sul fronte della sofferenza. Lo sa chiunque è stato afferrato dall'amore dello Sposo e freme della sua stessa compassione dinanzi al mondo che non lo conosce e giace esanime. Per questo il digiuno cristiano è racchiuso nell'immagine della Pietà: il digiuno della Vergine Maria che, con l'anima trafitta dal dolore, contempla colma d'amore e speranza il corpo senza vita del suo Figlio. Lo guarda e vede oltre i sensi il suo ritorno vittorioso. Il digiuno a cui siamo chiamati in questa Quaresima è fondamentale per compiere la missione che ci è affidata: per annunciare il Vangelo con fede e senza timore anche nelle situazioni più compromesse, occorre saper combattere contro le tentazioni sferrate dal demonio per dissuaderci. Per questo il digiuno è un'arma per lottare con la carne che vorrebbe nascondersi, proteggersi, installarsi. E' un segno che testimonia l'amore a Cristo e alle persone che sgorga da un cuore affamato e in attesa dello Sposo; digiuno fecondo che annuncia a tutti il suo ritorno per saziare ogni uomo nella misericordia e nel dono di una vita nuova.