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Lunedì della VIII settimana del Tempo Ordinario. Commento audio



Lunedì della VIII settimana del Tempo Ordinario


Che cosa ci manca per seguire il Signore?





αποφθεγμα Apoftegma


Vi auguro di sperimentare uno sguardo così! 
Vi auguro di sperimentare la verità che egli, il Cristo, 
vi guarda con amore!
La consapevolezza che il Padre 
ci ha da sempre amati nel suo Figlio, 
che il Cristo ama ognuno e sempre, 
diventa un fermo punto di sostegno 
per tutta la nostra esistenza umana.

Giovanni Paolo II, Lettera ai giovani, n. 7






Il giovane che la Chiesa ci presenta sulla soglia del Tempo Ordinario è immagine di ciascuno di noi che desideriamo avere la “vita eterna”, ovvero la certezza del Cielo per camminare sicuri sulla terra. Come noi, il giovane era giunto sino a Cristo, ma, nel racconto, resta senza nome; "un tale" appunto, perché solo chi riemerge dalle acque del battesimo ed è colmato di Spirito Santo riceve un “nome nuovo”, segno della nuova natura ricevuta. Essere cristiani, infatti, significa essere "salvati" dal peccato e dalla morte; è avere "vita eterna" dentro, la vita di Cristo risuscitato che si fa carne in opere che superano la natura umana, "impossibili all'uomo ma non presso Dio". Un cristiano "segue" Cristo sulla via della Croce, pronto a donarsi senza riserve anche al nemico. Ma forse non lo abbiamo ancora accettato, e abbiamo bisogno di scoprire che 
anche noi di fronte all’occasione per amare, scappiamo impauriti, come il giovane che alle parole di Gesù se n’è "tornato triste" alla sua vita di sempre. “Chiama buono Gesù, ma nel fondo non gli riconosce l'autorità riservata a Dio, il "solo buono". E' ancora del mondo, schiavo delle ricchezze, immagine del proprio io superbo, che gli impediscono di ascoltare, credere, e seguire Gesù. Anche noi con la preghiera, la messa, il volontariato e il nostro gruppo diciamo a Gesù che è "buono", ma nel fondo pensiamo il contrario, perché con i suoi comandamenti assurdi Dio ci vuole limitare impedendoci la libertà e la felicità. Per questo Gesù, accanto alla Vita eterna che desideriamo, pone i “Dieci Comandamenti”, iniziando però ad elencarli con "non uccidere". Lo fa di proposito per nascondere la prima parte del Decalogo, che fonda e genera ogni comandamento: io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dall'Egitto". Ci riporta cioè alla fonte di ogni comandamento che è l'iniziativa di Dio, quel miracolo d'amore che ha liberato il Popolo dalla schiavitù. Solo da questa esperienza sorge l'amore a Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze che si realizza attraverso i comandamenti. Pensare di compiere la Legge e diventare cristiani senza aver conosciuto l'amore di Dio, il perdono e la liberazione dai peccati è pura illusione, quella che Gesù smaschera nel giovane ricco. Quando gli presenta la “perfezione” dell'amore il "tale" si spaventa e si rattrista, perché si rende conto che, in realtà, non aveva compiuto nessun comandamento. Non era mai uscito dall'Egitto dove continuava a fare mattoni, opere di buona fattura, ma impiegate per costruire una piramide al faraone, immagine del demonio che soggioga il nostro io. Ma coraggio, perché Gesù ci sta "fissando" con amore. Ci conosce e non ci lascia nell'illusione: "Una sola cosa ti manca...", la sola cosa buona e necessaria. E' uno shock: quel giovane sbatte violentemente contro se stesso, e si scopre usurpatore, seduto nel posto riservato a Dio. Ha il cuore inceppato nei desideri della carne che lo riempiono di tristezza "poiché aveva molti beni", molti dei che esigevano il suo cuore, la sua mente e le sue forze. La stessa che sperimentiamo anche noi nel matrimonio, nel fidanzamento, nel lavoro, che il demonio ha trasformato in idoli tiranni che ci tengono al guinzaglio. Carissimi, non vi scandalizzate, è lo sguardo d'amore di Gesù che ci sta illuminando! "Una sola cosa ci manca", essere cristiani, ma nella Chiesa possiamo diventare "perfetti", cioè “senza mancare di nulla”! Come? "Vendendo tutti i nostri beni per avere un tesoro in Cielo", per fare cioè spazio all'amore di Dio perché prenda possesso di tutto noi stessi. Che cosa abbiamo oggi che, il solo pensare di darlo via, ci “intristisce”? I progetti? La nostra volontà? Una relazione morbosa? Ecco, oggi è il giorno buono per “venderli”, e lo possiamo fare attraverso un’elemosina seria, che faccia male al portafoglio e al cuore. Il denaro, infatti, è l’immagine di ogni idolo che ci impedisce di "seguire" Gesù. Cominciamo dal denaro allora. Vuoi perdonare tuo marito? Vuoi aiutare tuo figlio senza nevrosi e isterismi? Vuoi “entrare nel Regno di Dio”? Ciò significa passare con Cristo attraverso la morte che si presenta nella storia, nella malattia come nella solitudine e nel rapporto difficile con i colleghi… Ma sei troppo “ricco” di te stesso per amare davvero, devi rinunciare al tuo “io”. L’unico modo per farlo è “vendere quello che possiedi”, obbedendo a questa Parola di Gesù, perché essa ha il potere di compiere “l’impossibile” che annuncia. 


Solennità di Pentecoste. Anno B



Vittoriosi nello Spirito Santo





αποφθεγμα Apoftegma

Quel vento mondava i cuori dalla paglia carnale; 
quel fuoco bruciava il fieno dell'antica concupiscenza; 
quelle lingue, nelle quali si esprimevano 
coloro che erano stati riempiti dallo Spirito Santo, 
preannunziavano la Chiesa che sarebbe stata presente 
nelle lingue di tutti i popoli. 
Perché ciò che la discordia aveva disperso venisse raccolto dalla carità 
e le membra sparpagliate del genere umano, 
come le membra di un unico corpo, 
venissero riunite, ben compaginate, all'unico capo, Cristo, 
e si fondessero col fuoco dell'amore in un unico corpo santo.

S. Agostino





Oggi, Solennità di Pentecoste, come al fischio finale dell’ultima partita del campionato appena vinto dalla propria squadra, il Popolo di Dio celebra la vittoria definitiva di Gesù sulla morte ed il peccato. E davvero il suo, giocato alla testa degli Apostoli suoi fratelli, è stato un campionato difficile tra tentazioni, umiliazioni e rifiuti. Una stagione agonistica profilatasi come un processo a Gesù sin dalla prima giornata, da quando cioè era ancora nel grembo di Maria, e culminato con un giudizio iniquo che lo ha condannato alla morte più infamante.

Abbiamo assistito, infatti, a un finale di campionato decisivo, con partite giocate senza esclusione di colpi: l’ “avversario” (il demonio) ha giocato sporco ad ogni intervento, difendendosi con violenza per non perdere i punti che aveva conquistato ingannando con menzogne e sofismi l’intera umanità. Ha usato schiaffi, sputi, insulti per disonorare Gesù,  flagelli e spine per fiaccarne le forze, e infine i chiodi per appenderlo alla Croce.

Sembrava proprio che il demonio avesse vinto mentre Gesù, rimasto solo, non poteva più far nulla per rovesciare le sorti della sua squadra. Uno ad uno tutti si erano sottratti alla battaglia, nessuno che lo aiutasse tranne sua Madre e quel giovane discepolo impaurito. E invece proprio in quell’ultimo momento, invisibile agli occhi degli spettatori, ecco la giocata del Campione capace di mutare il corso di una gara ormai segnata.

Il sospiro con cui Gesù “consegnava lo Spirito” dopo aver implorato il “perdono” per i suoi assassini che “non sapevano quello che facevano” dava “compimento” a “tutto” il campionato, esattamente come suo Padre gli aveva insegnato negli allenamenti svolti nell’intimità segreta della preghiera. Quell’ultimo alito di vita traduceva in quel campo insanguinato lo schema che il Padre, allenatore sapiente e geniale, aveva pensato sin dal giorno del primo peccato di Adamo ed Eva.

Era scritto in ogni profezia e preparato durante la lunga storia d’amore di Dio con il suo Popolo: lo “Spirito eterno” disceso su Gesù durante il battesimo nel Giordano per spingerlo nel duro agone della sua missione, e che lo aveva condotto come un agnello muto al macello per “offrire se stesso senza macchia a Dio”, sarebbe dovuto affiorare sulle sue labbra proprio in quel momento lì, imporporato dal suo sangue, a “purificare la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente”.

Con un gesto che nessuno avrebbe potuto immaginare, Gesù ha segnato il gol decisivo; come un fuoriclasse che sembra avere il pallone incollato ai piedi, infatti, con una serie di dribbling incredibili, il Signore ha portato lo Spirito Santo che dimorava nella sua carne sin dentro la porta della morte dove giaceva la nostra carne. Solo così, infatti, poteva segnare il gol che ci liberasse dal sepolcro dove la nostra vita era imprigionata nella sconfitta.

Gesù doveva saltare l’ “avversario” che cercava di impedirgli di salvarci ridonando lo Spirito Santo alle nostra ossa inaridite, ora con i pensieri mondani di grandezza o di tristezza, ora con il disprezzo di noi stessi e degli altri, ora con le concupiscenze, con le invidie, le gelosie, i rancori, l’avarizia, la maldicenza, l’idolatria.

Sì fratelli, per perdonare i nostri peccati e risuscitarci con Lui, Gesù doveva morire con la sua carne dentro la morte della nostra carne e così far scendere su di essa il suo Spirito vivificante: “Lo Spirito Santo discende nel cuore stesso del sacrificio che viene offerto sulla Croce, e lo consuma col fuoco dell'amore”. Per questo, “ai suoi discepoli riuniti nel cenacolo Gesù dice: "Ricevete lo Spirito Santo" e lo comunica quasi attraverso le ferite della sua crocifissione, mostrando loro le mani e il costato” (San Giovanni Paolo II).

Coraggio allora, perché oggi termina il campionato del Signore e vuole farti partecipe della sua vittoria. Il suo trofeo, infatti, è lo Spirito Santo conquistato dalla sua carne gettata nella tua morte e risuscitata per perdonarti e strapparti al peccato. Gesù ha vinto perdendo tutto agli occhi del mondo, perché la tua ennesima sconfitta fosse trasformata nel “principio” di una vita nuova dal quale iniziare a “stare con Gesù” per “camminare secondo lo Spirito”.

Sì fratelli, come durante l’anno giubilare prescritto profeticamente nell’Antico Testamento, oggi, “cinquanta giorni” dopo la Pasqua, si azzera tutto e si può cominciare di nuovo: “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia" (Lv 25, 10).

Nel miracolo della misericordia che cancella ogni debito, pur avendo tradito il Signore come gli Apostoli, possiamo tornare tra coloro che “sono stati con Lui sin dal principio”. Gesù non ha mai divorziato da noi, ma è morto ed è risorto per offrirci il Giubileo nel quale “tornare nella famiglia” che avevamo perduto, facendo di tutta la nostra storia, comprese le cadute e i tradimenti, un unico cammino immerso nel suo amore.

E’ fantastico fratelli, il “battesimo nello Spirito Santo” è un mistero di rigenerazione che il mondo non conosce. E che, con tutta probabilità, anche noi stentiamo a comprendere, come gli Apostoli riuniti nel Cenacolo continuavano a non capire nulla, esattamente come coloro che avevano condannato a morte Gesù “perché non sapevano quello che facevano”. Non avevano ancora ricevuto, infatti, lo “Spirito di Verità che li avrebbe guidati alla Verità tutta intera”. Speravano tuttavia che Gesù risorto facesse di quei quaranta giorni nei quali pure “si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”, il “tempo nel quale avrebbe ricostruito il Regno di Israele”.

Anche noi non immaginiamo la novità che porta con sé lo Spirito Santo. Certo, durante questo Tempo Pasquale abbiamo sperimentato la vittoria di Gesù sulla morte, lo abbiamo ascoltato parlarci del Cielo e del cammino che ci attende per arrivarci e condurvi questa generazione, ma non abbiamo ancora compreso nulla, e aspettiamo da Lui la solita giustizia umana che “ristabilisca” il nostro regno... Credi che mi stia sbagliando?

Allora pensa un attimo se non stai ancora “seguendo i desideri della tua carne” compiendo qua e là le sue  “opere ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere”. No dai, orge proprio no eh… Ah no? Non hai guardato pornografia per masturbarti come una scimmia davanti a quelle scene perverse? Magari mentre tua moglie dormiva, stanca o incinta di otto mesi, oppure chiuso nella tua stanza invece di studiare e fare così la volontà di Dio?

Oppure vediamo, c’è ancora qualcuno che non riesci a perdonare? Tuo marito, tua suocera, il collega? Pensa se per caso non stai mormorando e dubitando perché, avaro e idolatra, non ti bastano i soldi per pagare il mutuo o l’affitto, mentre invidi tuo cugino che gli va sempre tutto bene… “Circa queste cose vi preavviso che chi le compie non erediterà il regno di Dio”, non è entrato cioè nella pace di coloro che stanno già gustando le primizie del Paradiso, ma resta invischiato nel desiderio carnale di realizzare un proprio regno senza problemi, precarietà e sofferenze.

Ma la grande notizia che oggi la Chiesa ci annuncia è che lo Spirito Santo che Gesù ti vuol donare cerca proprio la tua carne ancora “ignorante”, come nel Cenacolo discese su quella ignara degli apostoli. Ma la cerca insieme alla tua obbedienza, per restare nel Cenacolo a Gerusalemme, dove c’è Maria, l’unica senza peccato che non lo ha mai abbandonato.

C’è solo una condizione per accogliere il Soffio di Vita celeste, ovvero restare sotto il manto di fede e misericordia della tua comunità dove sperimentare il Giubileo, profetizzata dall’Arca di Noè nella quale furono salvati i giusti e che non a caso era larga “cinquanta” cubiti; solo in essa, infatti, potremo accettare umilmente di avere ancora una carne debole che “non può portare il peso” delle parole che Gesù può dirci solo attraverso lo Spirito Santo.

Tutti noi, senza la sua “consolazione”, resteremmo schiacciati all’udire che oggi, tra pochissimo, saremo chiamati ad essere “testimoni”, ovvero “martiri” di Cristo? Ma oggi il Signore “ci manda dal Padre lo Spirito Consolatore” che, imbevuto del suo sangue, ci “rende testimonianza” dell’amore infinito di Dio per ciascuno di noi, così come siamo; l’Avvocato che ha fatto scagionare prima Cristo risuscitandolo, e poi ciascuno di noi nel processo con cui il demonio voleva farci condannare all’inferno.

Non senti il “rombo” che scuote le fondamenta effimere della sapienza mondana? Guardati attorno, sta crollando ogni certezza, nella società e nella tua vita. Ma, se davvero sei rimasto nello “stesso luogo” dove “si trovano gli Apostoli”, non aver paura! Come sempre nella storia,  il “rombo” prelude al “vento gagliardo” che si sta per “abbattere” sul demonio che sembra vincere incontrastato. E’ accaduto al Signore, accade alla sua Chiesa, che ne è il sacramento visibile di salvezza sulla terra.

Proprio ora fratelli che vivete situazioni difficili al limite della sopportazione sta scendendo lo Spirito Santo per “riempire tutta la casa dove sei stato chiamato”, ovvero la tua comunità cristiana. Coraggio allora, perché le “lingue di fuoco” stanno già bruciando nell’amore le menzogne che ti hanno rinchiuso nella solitudine dei peccati a parlare sempre e solo la lingua del tuo egoismo che nessuno ha potuto comprendere.

Lasciati “riempire dallo Spirito Santo” che, come accadde sul Sinai, scende a scrivere sulla tavola del tuo cuore la Legge dell’amore per “darti il potere” di Cristo sulla morte, e così “parlare in altre lingue”, quelle di coloro che, fino ad oggi, erano per te “stranieri” con i quali non potevi entrare in comunione.

Quanto tempo è che non ti fai capire da tuo figlio? Ebbene oggi ti “sentirà parlare la sua lingua” per “annunciargli le grandi opere di Dio” nella tua vita, perché possa aprirsi anche lui al potere e all’amore di Dio perché le compia anche in lui. E non solo in lui, ma anche in ciascun abitante di “ogni nazione che è sotto il cielo”.

Lo Spirito Santo, infatti, “prenderà da tutto quello che è del Padre e del Figlio” e lo “annuncerà” a ciascuno di noi: “prenderà” cioè la loro natura e, attraverso la predicazione della Chiesa, la sigillerà nei nostri cuori, per farla “fruttificare” come “amore, nella gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. Perché “lo Spirito del Figlio dona a noi la grazia di avere gli stessi sentimenti di Cristo e di amare come egli ha amato, fino ad offrire la vita per i fratelli” (San Giovanni Paolo II).

Per questo oggi puoi sapere le “cose future” che ti aspettano. Lo Spirito Santo, infatti, ti rivela la volontà di Dio che “ha udito da Lui” per spingerti, nella carità di Cristo, a compierla non vivendo più per te stesso ma per Colui che ha dato la vita per te. Così, con la forza dello Spirito Santo, “crocifiggerai la tua carne e i suoi desideri” per annunciare il Vangelo e “rendere testimonianza” a Cristo sino ai confini della terra.



QUI GLI APPROFONDIMENTI
    

Sabato della VII settimana del Tempo di Pasqua




αποφθεγμα Apoftegma

Dio non guida tutte le anime per la medesima strada. 
Chi crede di camminare sulla via più umile, 
è forse il più elevato agli occhi di Dio.

Santa Teresa d'Avila


Nel brano evangelico di oggi, quello che chiude e sintetizza tutto il messaggio del IV Vangelo, appare l'immagine della Chiesa, così come l'ha pensata e voluta il Signore. Essa vive nella perenne tensione del compimento che si manifesta già nella storia attraverso il martirio che è la fedele testimonianza della fede, ma che ancora non si è realizzato in pienezza. Pietro è chiamato a seguire il Signore sulla via della Croce, la sua cattedra come è stata quella di Gesù. Inchiodato su di essa conferma nella fede la Chiesa intera e la guida nella fedeltà alla sua vocazione, perché la sua essenza è la testimonianza, il martirio dei cristiani che fa presente nel mondo la verità e certifica la veridicità della salvezza. Giovanni è immagine della comunità che vive protesa nell'attesa del ritorno del Signore, il grido inesausto della Chiesa, il Maranathà (vieni Signore Gesù) che risuona in tutte le eucarestie celebrate in ogni angolo della terra. Pietro e Giovanni sono anche dentro ciascuno di noi, perché sono i due aspetti complementari che definiscono la vita e la vocazione di ogni cristiano, che offre la sua vita per il mondo nell'attesa che Cristo torni per portarlo con sé. Ma a volte i due aspetti confliggono, e ne soffriamo: anche noi, mentre seguiamo il Signore sulla via della Croce, ci voltiamo e guardiamo Giovanni come Pietro, perché vorremmo che anche Giovanni fosse con noi, che cioè l'attesa di cui egli è segno fosse già compiuta. Quante volte ciò accade mentre le difficoltà aumentano e le sofferenze non ci danno tregua: non vorremmo che questa relazione problematica sia risolta già? Che la precarietà economica ci lasciasse almeno per un po'? Che la malattia si fermasse per qualche anno, giusto per vedere crescere i miei figli? E confondiamo i tempi, come se Giovanni fosse Pietro. E invece no, i tempi sono di Dio, perché Lui sa quando e per quanto siamo chiamati ad offrirci. Non possiamo trascinare Giovanni con noi, accelerare cioè la storia, anche se ci sembra di non farcela più. Perché è proprio l'attesa di Giovanni unita al martirio di Pietro che fa presente nel mondo il Mistero Pasquale del Signore. In te le persone devono poter vedere il Cielo! In te che, come Pietro sali sulla Croce entrando nella morte che tutti sfuggono, e come Giovanni "rimani in attesa della venuta del Signore" come un segno di pace e speranza mentre il mondo dispera e si indigna. Pietro, infatti, è la Chiesa Crocifissa che offre il suo sangue, Giovanni è la Chiesa che non muore e attraversa i secoli stretta alla speranza. Pietro è la testa che guida, Giovanni è il popolo che, nell'amore, vive ogni giorno la fede che spera il Cielo. Per questo il Signore oggi ci chiama a conversione invitandoci a non fuggire dalla tensione nella quale siamo posti, il crogiuolo che purifica la fede della sua Chiesa, perché ogni uomo possa accertarsi della fondatezza e della veridicità dei fatti e delle parole che fondano la nostra speranza. Comprendiamo allora l'urgenza quotidiana dello Spirito Santo che testimonia al nostro spirito che siamo figli di Dio e coeredi di Cristo e sigilla in noi la fedeltà di Dio. Lo Spirito che ci conduce nelle vie del martirio attraverso la pazienza che ci apre gli occhi della fede e ci mostra come un meraviglioso piano d'amore di Dio quello che alla carne sembra solo confusione, paura, incompiutezza. Lo Spirito Santo che riunisce in noi la sequela di Pietro e la paziente speranza di Giovanni: "Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini". Fratelli, anche oggi, come ogni giorno, il compimento terreno della nostra missione è la pazienza nel martirio del Pastore che è si è fatto Agnello. Accostiamoci allora alla Pentecoste con il desiderio ardente dello Spirito Santo che ci faccia agnelli in Lui, pazienti nelle persecuzioni perché chi ci è accanto possa sbirciare attraverso la nostra vita un angolo del Paradiso.



QUI GLI APPROFONDIMENTI
  

Venerdì della VII settimana del Tempo di Pasqua. Commento audio



Venerdì della VII settimana del Tempo di Pasqua


Fondati sulla Roccia del perdono per dire a Cristo "sì, ti amo"





αποφθεγμα Apoftegma


«Simone, mi ami tu?». 
Non hai detto: «Non peccare, non tradire, non essere incoerente». 
Non hai toccato nulla di questo. 
Hai detto: «Simone, mi ami tu?». 
Questa è la voce che echeggia dalla capanna di Betlemme: 
«Mi ami tu?». 
Ognuno di noi non riesce a sfuggire completamente 
al fatto che Cristo è amabile da noi esattamente così come siamo, 
più di qualsiasi altro essere di cui ci si innamori. 
Anzi, splendore diventa la preferenza 
solo se investita dallo sguardo che uno porta a Cristo: 
Cristo coincide con la preferenza più grande che possiamo avere nella vita. 
«O quam amabilis, dulcis Jesu». 

Don Giussani
Con il brano che chiude il Vangelo di Giovanni la Chiesa ci accompagna alle soglie del Cenacolo, dove scenderà di nuovo su di noi lo Spirito Santo. Anche sulle rive del lago di Tiberiade, infatti, Gesù aveva preparato un banchetto per gli apostoli. In quell’alba che sapeva di risurrezione, dopo una notte in cui “non presero nulla”, avevano pescato di nuovo una grande quantità di pesci, come quel giorno in cui, non a caso, proprio in quel luogo aveva moltiplicato i pani e i pesci. La Parola di Gesù aveva di nuovo reso feconda la loro incapacità. Scendendo dalla barca avevano visto “un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane”, e Gesù che, dopo averli invitati di nuovo “a mangiare” alla sua mensa, si “avvicinava” e “prendeva il pane per darglielo, e così pure il pesce”. Ora tutto appariva chiaro, e “nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore”. Tra la notte del Cenacolo e quell’alba in Galilea tutto si era infatti compiuto. Davvero il pane ricevuto nel Cenacolo era il corpo di Gesù consegnato alla morte per loro; realmente il vino che avevano bevuto era il suo sangue versato per loro e per tutti in remissione dei peccati, il sigillo delle nuova ed eterna Alleanza. Quel cibo donato da Gesù sulla riva del lago dove un giorno li aveva chiamati, era la sua stessa vita tratta dal mare della morte; ma ora gli Apostoli sapevano che non era solo la sua ma anche la loro morte, quella che avevano appena sperimentato inoltrandosi nella notte senza pescare nulla. Per questo quel pesce ardeva sul fuoco della misericordia che cancellava i loro tradimenti e i loro peccati. Non a caso Giovanni registra che “questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti”. La “terza volta”, come le “tre volte” che Pietro ha tradito Gesù, come i “tre giorni” passati da Gesù nel sepolcro. Come “tre volte” Gesù chiede a Pietro se lo “ama più” degli altri. Pietro lo aveva riconosciuto come “il Signore” vittorioso sulla morte, il Kyrios della vita. Aveva “mangiato”, cioè sperimentato, l’amore “sino alla fine” del suo Maestro. Ora poteva inoltrarsi con Lui nella verità. E’ sempre così: mentre nel mondo si cercano i traditori per fucilarli, Gesù prende per mano Pietro che lo aveva tradito, per accompagnarlo sino al fondo dei propri peccati per consegnargli, invece della condanna, il perdono.

Carissimi, anche noi in questo Tempo Pasquale abbiamo “mangiato” con Gesù sperimentando la forza della sua risurrezione. Come i “neofiti” (“nuove piante”) della Chiesa primitiva, abbiamo ci siamo nutriti al “banchetto degli insegnamenti più perfetti” (Cirillo di Gerusalemme), alla “mistagogia”, per cogliere “sempre meglio la profondità del mistero pasquale e traducendolo sempre più nella pratica della vita” (“Rica”, Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti). Per questo, prima di entrare nel Cenacolo della Pentecoste, Gesù ci chiede: "Mi ami tu? Mi ami più di costoro?". Lasciati trafiggere da questa domanda, oggi, ora. Dopo che nella Chiesa si è manifestato “tre volte” anche a te per annunciarti che è risuscitato con te dal sepolcro dove è stato “tre giorni” per te, Gesù ti chiede oggi per “tre volte” se lo ami.  Con questa domanda, infatti, il Signore ti chiede innanzitutto: “hai “mangiato” il mio amore fatto pane per te? Hai sperimentato nella tua famiglia, nella tua comunità, nella tua vita “quanto è buono il Signore”? Ricordando i tanti memoriali dell’amore con il quale Gesù ti ha chiamato e plasmato risponderai certamente di “sì”. Allora potrai scendere sino al fondo di te stesso e così, passando attraverso gli “strati” corrotti del tuo cuore, giungerai allo spazio più intimo e non compromesso dal peccato, quello della tua libertà dove anche il figlio prodigo è potuto “rientrare”. Scendi con Pietro, e con lui toccherai la Roccia, quella cosiddetta "del Primato" che ancora possiamo contemplare sulle rive del Lago di Galilea. Toccherai Cristo come lui, che in quel luogo ha potuto rinascere e fondare su quella Roccia la propria vita e il proprio ministero di pastore. Allora, non temere di scoprire chi sei; non restare chiuso nell’orgoglio ferito dai tuoi tradimenti. Rispondi “sì” al Signore. “Sì, tu sai che ti voglio bene, perché tu sai tutto di me” e non ho nulla più da nascondere. Coraggio allora, nonostante i tuoi tanti “no” oggi puoi dire a Gesù che “lo ami più di coloro” che non hanno avuto ancora la tua esperienza. Libero puoi dire un “sì” che desidera e spera di amare totalmente Colui che ha già detto il suo “sì” a te, quando eri un malvagio e un peccatore. Come Pietro ora lo puoi fare, perché il “sì” di Gesù, certificato dalla sua resurrezione che garantisce il tuo perdono, giunge a te come un dono da accogliere umilmente per crescere sino alla fede adulta. Quando “eravamo giovani” nel cammino di fede, infatti, “ci cingevamo la veste sa soli e andavamo dove volevamo”. Ci illudevamo cioè di essere liberi, e seguivamo le nostre concupiscenze, che magari scambiavamo per amore o per ispirazioni divine, come Pietro che non si conosceva. Ma quando “saremo vecchi”, quando cioè risuonerà nel nostro cuore umiliato e contrito il canto del gallo come in lui e le lacrime di pentimento ci apriranno per accogliere il suo perdono; quando avremo radicata in noi l’esperienza dell’amore di Dio e la vita di Cristo, "tenderemo" come agnellini “le nostre mani” allo Spirito Santo che, discendendo su di noi, ci “cingerà la veste” immagine dei pensieri e dei nostri gesti dei quali appunto ci “vestiamo”, per farci discernere in ogni “altro” il “tu” di Cristo al quale donarci.  Tuo marito o tua moglie per cominciare, e i tuoi figli, i fratelli della comunità, i colleghi e chiunque, ogni giorno, ci attende per farci "andare dove tu ed io non vogliamo". Lo Spirito Santo, infatti, vince le resistenze di quella parte di noi che ancora appartiene alla terra, spingendoci a mortificarla sulla Croce dove il Signore ci chiama a “seguirlo” perché, “pascendo i suoi agnellini e le sue pecorelle” sui pascoli del perdono che il mondo non conosce,  anche in questa generazione sia “glorificato Dio”. 



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