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3 Luglio. San Tommaso Apostolo








αποφθεγμα Apoftegma

I credenti, attesta sant’Agostino, “si fortificano credendo”...
Solo credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza; 
non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita 
se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, 
nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande 
perché ha la sua origine in Dio.

Benedetto XVI, Porta fidei



Il cammino al vero non parte da un'astrazione, da un'idea o da un'ideologia. Ha, invece, sempre inizio da un dato che i sensi possono percepire. Un pochino come quando, al chiuso in una stanza buia dove non siamo stati, ad un certo punto ci scontriamo con qualcosa. Potevamo immaginare che lì dentro ci fosse un sofà, un tavolo, delle sedie. Ma l'immaginazione non ha nulla a che vedere con la realtà e la verità. Ma se le gambe urtano qualcosa la cui forma non ci è ignota, allora possiamo passare dall'immaginazione alla certezza: quella cosa contro cui ho sbattuto è certamente una sedia, l'ho già presa in mano mille volte, anzi, mi è capitato anche di sbatterci e farmi male. Nonostante sia buio e non sappia di che colore sia, che forma abbia, so, per certo, che si tratta di una sedia. Ecco, per Tommaso è stato così: di Gesù aveva un'esperienza più viva e familiare delle altre, un ricordo più fresco, tanto intenso e struggente da fargli sanguinare il cuore dal dolore. Aveva l'esperienza delle sue ferite: lo aveva visto mentre lo inchiodavano alla croce; lo aveva contemplato, forse impaurito e da lontano, mentre pendeva agonizzante da quel legno. Probabilmente le aveva anche toccate, accarezzate, baciate; forse aveva intinto il lembo del suo mantello nel loro sangue. Insomma, per Tommaso Gesù era il suo Maestro crocifisso; per credere, per uscire dall'immaginazione, aveva bisogno di quel segno concreto, l'unico che poteva riconoscere. Di più: Tommaso era chiamato "Didimo", che significa "gemello". Dunque, Tommaso stava cercando, come tutti i gemelli quando si separano dal fratello, la parte di sé che gli era venuta meno! Cercava un segno nelle piaghe di Gesù, perché cercava un senso alle sue ferite, al dolore della sua vita: infatti, "colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo: Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all'assemblea canterò le tue lodi... Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch'egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che dalla morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (cfr. Eb. 2, 11-14). Tommaso, mosso dalla relazione nella carne con Gesù, il primo impulso, istintivo, era andato a cercare il suo gemello, l'unica parte di sé che poteva dare compimento e completezza alla sua vita; ma lo era andato a cercare lontano dalla verità, paradossalmente, proprio lontano dalla carne di Gesù, dal corpo di Cristo che è vivo nella comunione della Chiesa, la comunità dei suoi fratelli. Forse era andato a cercarlo alla tomba, come la Maddalena, laddove i suoi occhi lo avevano visto deporre; forse non si rassegnava a vedere la carne della propria carne scendere e marcire in un sepolcro; forse Tommaso, come noi, stava rovistando tra le speranze deluse, i progetti restati in sospeso, le zone oscure del passato dove si è sbagliato qualcosa; forse Tommaso cercava la pace tra i sensi di colpa mai sopiti, tra le angosce di quella relazione così importante ma scivolata via senza poterci fare nulla. O forse voleva un rapporto diverso ed esclusivo, forse desiderava seguire il suo istinto, gli schemi che seguono gli affetti carnali; forse voleva, semplicemente, restare solo a piangere il suo dolore. 

Ma la sua relazione con il Maestro era stata anche qualcosa di più; lo aveva sentito vibrare nell'anima il suo amore soprannaturale, ne aveva percepito la tenerezza, e questa memoria mai sopita, come quella del figlio prodigo, lo ha spinto a tornare nel luogo dove ancora non lo aveva cercato. Qualcosa lo aveva attirato nella stanza dove aveva ricevuto dalle sue mani il suo corpo e il suo sangue; in quell'intimità che solo si sperimenta nella comunione con i fratelli. E Gesù, che non lo ha mai considerato perduto, lo viene a cercare; torna dopo un settimana, come torna in ogni giorno nel quale la Chiesa fa memoria della sua resurrezione. Torna per lui, assecondando con tenerezza infinita quel bisogno affettivo che, sempre, muove gli uomini verso di Lui. Il vuoto di una vita fallimentare, un matrimonio che sta andando a rotoli, una malattia, l'incompiutezza della vita sono i pertugi che Dio scava nella roccia dura dell'orgoglio. Da essi parte il cammino di ritorno, la conversione. Anche noi, spesso, dimentichiamo che l'unico luogo dove ricevere la virtù soprannaturale della fede, dove toccare e vedere Cristo risorto, dove sperimentare il suo amore più forte della morte, è la Chiesa, la comunità. Perché un cristiano è un gemello nel cui cuore risuona sempre l'eco della presenza del proprio fratello, anch'egli a sua volta gemello di Cristo, come ciascuno di noi. Per questo le sue ferite sono le nostre, e la fede non si ferma ad un evento registrato dai sensi, ma va al di là, alla presenza misteriosa eppure concreta e reale, della sua vittoria, della sua vita dentro la nostra vita. "Credente", ovvero in cammino con la Chiesa. Gesù, infatti, non dice che la fede è un salto nel buio. Altrimenti, perché avrebbe fondato la Chiesa? Essa è, nel mondo, proprio il suo corpo risorto offerto come segno perché il mondo possa credere. Dall'amore tra i fratelli potrà riconoscere che Dio esiste, che ha mandato il suo Figlio non per condannarlo, ma per salvarlo. L'amore che perdona, la croce portata ogni giorno, la pace nella malattia, l'abbandono confidente nella precarietà, sono le piaghe di Cristo che ogni uomo può vedere e toccare nei suoi discepoli. Il Signore ama Tommaso, e ama noi. E ci attende con pazienza, e viene a cercarci ancora. Anche i momenti in cui ci siamo allontanati e abbiamo preferito la solitudine dell'orgoglio o del dolore, anche quelli infilati nel buio più oscuro, sono fecondi e preparano all'incontro decisivo che muove alla professione di fede più bella. Anche noi, anche tuo figlio e il tuo amico, anche l'uomo più lontano sta cercando il Signore! E può tornare come Tommaso attirato dall'annuncio dei suoi fratelli. Egli, anche se balbettando e ponendo condizioni, ha prestato un po' di fede alle parole dei suoi fratelli, e ora è lì, nella sua comunità. E tanto basta, e questo è tutto. Perché Gesù torna sempre dai suoi, e cerca Tommaso, e accetta ogni sua condizione! Gesù accoglie anche le nostre, anche quelle di ogni uomo, dei più piccoli e deboli, dei più grandi peccatori, e si fa carne, storia, vita dentro le nostre ore, e schiude le sue ferite, la sua misericordia, perché tutti le possiamo toccare. Gesù ha pazienza e, come un fratello maggiore, ci prende per mano e, nella Chiesa Madre e Maestra, ci insegna a camminare con la Parola e i Sacramenti, per "diventare", passo dopo passo nel catecumenato di conversione, "un credente", uno che, in ogni circostanza, vive appoggiato al suo amore incorruttibile. Nella Chiesa, infatti, possiamo fare l'esperienza della misericordia, del perdono che nulla esige e sa ricreare un uomo nuovo nella carne debole e vacillante. E' necessaria la scintilla che solo l'amore di Dio rivelato in Cristo e sigillato dallo Spirito Santo - quello che mancava a Tommaso perché assente la sera di Pasqua - può far scoccare nell'anima: allora, come San Paolo, la "conoscenza" di Cristo non sarà più secondo la carne, necessaria all'inizio, come fu necessaria la notte di Betlemme per dare inizio, con l'incarnazione, al Mistero di Pasqua di Gesù. Ma, come la mangiatoia profetizzava la tomba, così in ogni esperienza sensibile e consolatoria del Signore è profetizzata la notte oscura della fede, dove la carne non basta più: per resistere al pericolo che anche la fede divenga uno struggente ricordo, occorre lasciarsi crocifiggere con Cristo, per restare ben piantati con Lui nella storia, e vivere, pur non "sentendo" nulla, anche senza consolazioni, appoggiati al mistero del suo amore, spesso invisibile ma sempre all'opera. Quando l'altro ci offre la morte, quando la storia si apre come un abisso di delusione e solitudine, ci salva la comunità, il cenacolo dove toccare Cristo e imparare la fede. In essa possiamo allineare i memoriali su cui costruire, come sulla roccia, la nostra casa, capace di resistere alle tempeste e ai terremoti. Così potremo giungere alla fede adulta, la fede di Tommaso cresciuta nella sua comunità, alla presenza di Cristo risorto. E, come Lui, potremo riconoscere "il nostro Signore e il nostro Dio" nelle nostre stesse piaghe, nelle ferite della nostra vita: nella Croce la gloria, nella storia l'onnipotenza di Dio, nella nostra vita la signoria di Cristo.



QUI GLI APPROFONDIMENTI


Giovedì della XIII settimana del Tempo Ordinario



Risuscitati dal lettuccio dell'egoismo 





αποφθεγμα Apoftegma


Chi vuole veramente guarire l’uomo, 
deve vederlo nella sua interezza 
e deve sapere che la sua definitiva guarigione 
può essere solo l’amore di Dio.

Benedetto XVI

    

"Perché pensiamo cose malvagie nel cuore"? Perché pensiamo che Gesù "bestemmi"? Perché portiamo dentro lo scandalo della sofferenza e non crediamo che Gesù abbia il potere di giungere alla radice del male ed estirparlo. Non crediamo al perdono, non immaginiamo neanche che esista. Sappiamo che Dio è buono, onnipotente, e nel Credo professiamo la fede nel perdono dei peccati. Ma che un Uomo, carne della nostra carne, con una semplice Parola, abbia il potere di sciogliere un altro uomo dalle catene del male e dei peccati, beh questo è impensabile, non lo abbiamo visto e non possiamo crederlo. E giudichiamo Gesù, pensando male di Lui. Tutto questo accade molto concretamente quando, di fronte alla "paralisi", uomini come noi, gli apostoli della Chiesa corpo di Cristo, ci invitano a dare credito al Signore e a non intestardirci cercando soluzioni impossibili. Quando la Chiesa ci chiama alla fede, ad abbandonarci all'amore di Dio e a portare ai piedi di Gesù e aspettare che Lui operi la guarigione delle situazioni difficili, delle relazioni paralizzate, quello che in noi vi è di infermo. "Pensiamo male di Gesù" soprattutto quando, di fronte alle persone e agli eventi "paralizzati", induriamo il cuore e non vogliamo pensare che alla radice di qualsiasi problema vi siano i peccati. Come nel Vangelo, la mormorazione e il giudizio scattano quando Gesù, invece di operare il miracolo che guarisca le situazioni, punta diritto i peccati. Quando la Chiesa ci depone ai piedi di Gesù perché ci perdoni e liberi il cuore perché possa amare e donarsi. No, ci ribelliamo a chi ci annuncia che vi è il peccato dietro la paralisi del dialogo e della comunione con il coniuge o le esplosioni continue dei figli che non siamo capaci di far ragionare e ci trascinano in altrettante esplosioni di ira.

Vi è una sola paralisi: il peccato. Vorremmo capire i perché di tante atrocità, di tante ingiustizie, ma rifiutiamo di accettare che esista una radice del male, il pensiero unico che domina la nostra cultura non la prevede, mentre il peccato è accovacciato alla nostra porta, insinuato nel nostro cuore. Da esso sgorgano tutti gli abomini. Adagiati nel peccato pensiamo cose malvagie. Non riconoscerlo, guardarlo con supponenza, sorvolarne la serietà e la drammaticità è dare del bestemmiatore a Gesù. Significa essere nemici della sua Croce. Ignorare il peccato è ignorare Dio, il suo potere, il suo amore. Restare appiattiti sulle sue conseguenze, cercando come eluderle o sbianchettarle, dimenticando la Rivelazione che indica nel peccato la radice di ogni male, anche quelli che chiamiamo malattie o disastri naturali, conduce a pensare male di Dio, o a escluderlo dalla vita; non possiamo accettare un Dio che sembra non agire contro le ingiustizie, e preferiamo dimenticarlo, o cercare comunque e ad ogni costo un capro espiatorio su cui riversare il dolore e il risentimento. Il giustizialismo e l’indignazione di questi tempi nascondono negli armadi gli scheletri di una società che ha legittimato l’omicidio più efferato, quello perpetrato sulle creature più indifese. Il cortocircuito demoniaco stringe come un cappio mortale le nostre vite, cadute nell’illusione che si possa vincere il male con un male più grande travestito da bene. Insieme con la cultura mondana, non crediamo che la paralisi indichi il disordine del peccato, ma è piuttosto un incidente cui ribellarsi: agli occhi degli "scribi" quel paralitico non è uno schiavo di cui avere misericordia, ma un’occasione di scandalo di fronte alla quale reagire con la malvagità che colma i loro cuori. E così, per loro, chiudersi alla misericordia diviene la bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato. La Scrittura ci rivela che la morte è entrata nel mondo per invidia del demonio e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne siamo schiavi, paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti peccati. Vi è un solo cammino per guarire: guardare in faccia la Verità, lasciarci giudicare dalle Parole d’amore di Gesù. In Lui i peccati sono rimessi e sperimentiamo la vera liberazione, perché il mistero del male si svela nel perdono. A Boezio che si chiedeva “Si Deus est, unde malum? et si non est, unde bonum ?”, San Tommaso d’Aquino poteva rispondere capovolgendo i termini: “Si malum est, Deus est”, perché l’esistenza di Dio è affermata e argomentata proprio a partire dalla realtà del male (Contra Gentiles, 1. III, c.71). Il perdono ci fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le conseguenze dei peccati di ogni uomo. Da questa attitudine nasce l’umiltà e spariscono i pensieri malvagi, i giudizi, la malizia. Sulla roccia della Verità si infrangono le onde del male, e sorge un pensiero nuovo, di pazienza e misericordia. Nella Verità si dischiude la porta della vita davanti ad ogni peccatore, a ciascuno di noi: lasciarsi amare, riconciliare, perdonare. Accettare d’essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi piedi, piangendo e implorando. Aiutati e accompagnati dalla Chiesa. Nella liturgia eucaristica, prima di accostarci alla comunione, ripetiamo con il Celebrante: “Oh Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa”. Come Gesù che è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere il miracolo del perdono riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate. Per questo abbiamo bisogno della comunità, dei pastori e dei fratelli, del Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di scoperchiare i tetti e deporre i malati ai piedi di Gesù. Abbiamo bisogno della fede della Chiesa che apre per noi un cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di andare a Cristo, per essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l’amore e il perdono. Solo così potremo vivere risanati, abbandonati alla sua fedeltà senza nulla presumere di noi stessi, liberi nella "città di Gesù", dove unica legge è l'amore.




Mercoledì della XIII settimana del Tempo Ordinario



Liberati dalla furia della menzogna




αποφθεγμα Apoftegma

L'uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. 
Dio ha introdotto la guarigione. 
È entrato in persona nella storia. 
Alla permanente fonte del male 
ha opposto una fonte di puro bene. 
Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, 
oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. 
E questo fiume è presente nelle storia: 
vediamo i santi, i grandi santi 
ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. 
Vediamo che il fiume di luce 
che viene da Cristo è presente, è forte.

Benedetto XVI, Udienza generale del 3 dicembre 2008 



Quanta "furia" c'è nel mondo, e quanta nella nostra esistenza! Ovunque si reclama giustizia, tra sposi, tra fratelli, tra condomini, anche nella Chiesa, tra vescovi e sacerdoti, tra fedeli e pastori: e che nessuno si avventuri a passare per la strada dove abitiamo... E' il nostro territorio, vigono le nostre regole, e che nulla si azzardi a contestarle... La nostra vita è come quelle strade private serrate dalle sbarre, sigillate perché nessuno venga a disturbare. Poco importa se quelle sbarre obbligano i vicini e gli abitanti della città ad allungare il percorso per tornare a casa, quel pezzo di terra è un prolungamento di noi stessi, è gravido di violenza e furia, difenderlo significa proteggere le nostre idee, i nostri criteri, la nostra giustizia; quelle sbarre sono i giudizi, le calunnie, la maldicenza, la concupiscenza che fa di ogni nostro prossimo un oggetto da usare ben lontano dal cuore. Proviamo a pensare quante strade abbiamo chiuso in faccia ai fratelli: la strada della comprensione e della pazienza dinanzi alla moglie o al marito; la strada della vita dinanzi ai bambini che Dio ha pensato far nascere attraverso di noi; la strada del perdono a chi ci vive accanto e ha sbagliato; la strada della generosità di fronte a chi ha bisogno. Strade, autostrade lunghe migliaia di chilometri, dove nessuno può passare, come catene che, giorno dopo giorno, ci stringono in un abbraccio di morte e solitudine. Strade progettate e costruite dal demonio, astuto ingegnere dell'egoismo e della superbia, il nemico di Cristo e di ogni uomo. Il Signore passa all'altra riva per scendere negli abissi della morte e riscattare l'uomo schiavo del demonio. All'arrivo di Gesù, come attirati da Lui, i due indemoniati del Vangelo, gli si fanno incontro, ed è subito una reazione di sfida, di mormorazione, di rifiuto. Come accade a noi quando ci raggiunge la predicazione, l'annuncio della Verità che smaschera le barriere che abbiamo eretto tra noi e gli altri. "Che hai a che fare con noi...". Che vuoi Signore, sei venuto a rovinare i nostri piani, la vita pagana nella quale abbiamo immerso la nostra anima? Ma Gesù è Dio e sa riconoscere, nella caricatura che siamo diventati, nell'involucro sporco, immondo e degenerato, il suo stesso volto, il grido disperato che il seme di vita eterna seminato in noi cerca di farsi strada. Gesù riconosce nelle parole blasfeme e terribili del demonio, l'angoscia e la paura di chi ne è posseduto. Anche dentro i nostri rifiuti, nelle cadute, nelle chiusure più ostinate, Gesù sa intercettare l'inganno e il camuffamento del demonio: è lui che rigetta Cristo, noi siamo solo degli schiavi caduti nelle sue trappole, nelle pompe illusorie che ci hanno sedotti. Certo lo abbiamo fatto liberamente, vi è stato almeno un momento in cui, nel fondo del nostro cuore, abbiamo scelto di dare ascolto alla voce del demonio. Ma Gesù sa che portiamo una natura ferita: per questo, nonostante secoli di ostinazione, è sceso dal Cielo a cercare la pecora perduta, in territorio pagano, nel paese dei Gadareni, nell'accampamento nemico. 


E ascolta la voce del demonio ormai sconfitto dalla sua sola presenza, lì, su quella strada che nessuno, sino ad allora, aveva osato percorrere. Gesù è passato all'altra riva, si è avventurato laddove nessuno ha mai potuto nulla; Gesù è l'unico che viene a cercarci laddove siamo, dove gli altri ci hanno rifiutato e non hanno più forza e desiderio di venirci a prendere. Gesù scende nei quartieri malfamati delle metropoli, quelli dove governa la mafia e la malavita, dove neanche la polizia vi entra più, i bassifondi della nostra anima piagata. Gesù entra nell'anarchia mortale che governa la vita dell'uomo. E spazza via la menzogna annidata nel cuore, il motore malefico che ci ha resi egoisti e soli. Gesù arriva e fa giustizia del nostro avversario che, ormai sconfitto, grida «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Il demonio torna ad essere quello che realmente è, una mandria di porci, che si rotolano nel loro vomito, che hanno perduto il senso del peccato e la gioia dell'amore. E' l'assassino che alla fine, per l'opera di Cristo, rivolge contro di se il suo stesso proposito malvagio. Così il demonio precipita nel mare, come l'esercito del faraone, come ogni inganno illuminato dall'amore di Dio. Gesù passa il mare della morte, supera con il sonno della sua morte la furia della tempesta, ci raggiunge laddove l'inganno ci ha precipitato, e ci riporta in vita, come accade nel battesimo. Qualunque sia oggi la schiavitù che ci opprime, qualunque disordine e chiusura ci attanagli l'esistenza Lui è qui, ora, a distruggere l'autore di tanto sfacelo, e a sollevare la sbarra che impedisce al nostro prossimo di avvicinarci, e a spalancare le strade che ci conducono a donarci ad ogni uomo. Lui è la Via al Padre, il cammino di misericordia che ci fa fratelli liberi e misericordiosi, dove tutti possono, attraverso la nostra vita salvata, ritornare a Dio: "Come vedi, già nella traversata degli Ebrei, in cui l'Egiziano è perito e l'Ebreo s'è salvato, è presente la figura del santo  Battesimo. Che altro ci insegna infatti questo sacramento, se non che la colpa è annegata, l'errore abolito, mentre la pietà e l'innocenza vengono salvate? (S. Ambrogio, de Myst. 12). 



  

Martedì della XIII settimana del Tempo Ordinario






αποφθεγμα Apoftegma


E in questa vita, la tempesta è quasi continua, 
e la vostra barca sempre sul punto di affondare. 
Tuttavia, non dimenticatevi, io sono qui; 
con me, questa barca è insommergibile! 
Diffidate di tutto, e soprattutto di voi stessi, 
però abbiate in me una fiducia totale che scacci ogni inquietudine.

Charles de Foucauld


La vita è una traversata per "passare all'altra riva", immagine del Cielo, solcando il mare che, spesso, nella Scrittura, è immagine della morte. La vita è, dunque, una Pasqua! Solo nella sua luce acquista senso e pienezza. E  proprio le "tempeste" definiscono la vita della Chiesa, della quale la "barca" è immagine. "tempesta" traduce l'originale greco che, letteralmente, significa “grande sisma”, usato anche nei racconti della crocifissione per il "terremoto" scoppiato alla morte di Gesù. Quella "barca" in mezzo ai marosi è dunque profezia della Croce di Cristo piantata sul Golgota e scossa dal terremoto. Sulla "barca" e sulla Croce le onde e le scosse sismiche sono il segno dello sconvolgimento innescato dal "sonno" di Gesù. Il suo "dormire", infatti, "sveglia" colui che, sino ad allora, aveva riposato tranquillo, sazio di anime. Al sopraggiungere del Signore il demonio si sente scoperto e vulnerabile. Per questo, quella "barca" non doveva arrivare in quel porto; Gadara, infatti, era in piena Decapoli, terra pagana, territorio del nemico. Gli abitanti vi si dedicavano al commercio dei maiali e all'usura. Impuri tra i più impuri, schiavi di satana che Gesù andava ad attaccare. Egli sapeva che Gesù "era venuto prima del tempo a tormentarlo", prima cioè che potesse preparare una controffensiva. Doveva difendersi e impedire a Gesù di compiere la sua missione. Quella "tempesta", dunque, non era come le altre; quel "vento" e quelle "onde" erano i rantoli di gelosia e ira del demonio e di chi ne è ingannato, che vorrebbe far annegare Gesù nella morte. Così è di ogni tempesta che infuria sulla "barca" di Gesù e Pietro, repentina come quelle che scoppiano sul mare di Galilea, e tanto "violenta che la barca si ricopre di onde". All'inizio è una brezza soave, ma poi rapidamente si fa vento gagliardo e le onde si alzano come bastioni insormontabili; infine, ecco le secchiate d'acqua, che una mano invisibile sembra rovesciare dentro la "barca". Così si insinua il demonio. E non basta averne l'esperienza; come Pietro, pur esperto del lago di Tiberiade, non poteva nulla contro l'infuriare della tempesta, neanche noi, pur essendo caduti tante volte nelle lusinghe e trappole del demonio da saperle riconoscere, abbiamo la capacità per resistere quando ci attacca con furia improvvisa. D'altronde, nessuna "tempesta" nella vita di un cristiano è davvero improvvisa: quella "barca" le attira, e proprio per questo Gesù continua a "dormire". La tempesta non lo sorprende; non si sveglia neanche quando la "barca" si riempie d'acqua. Lui aspettava quella tempesta, si era imbarcato per entrarci dentro; era un segno della sua incarnazione e una profezia del suo Mistero Pasquale. Soprattutto, sapeva che l'unico modo per passarci indenni era dormire; sapeva che il demonio vi si nascondeva, come in tutti gli avvenimenti della sua vita, e l'unico modo per compiere la sua missione sarebbe stato "reclinare il capo" sulla Croce per addormentarsi nella morte.

Gesù "dormiva" perché sapeva che per raggiungere Gadara - il mondo pagano dove eri, e sei, tu, dove è tua figlia e il tuo collega, tua nipote e il tuo vicino di banco - per raggiungere ogni uomo e liberarlo dal potere del demonio, doveva lasciare che le onde lo ricoprissero sino a togliergli la vita! Solo allora avrebbe potuto scovare il demonio a casa sua, nel suo quartier generale, e farlo saltare una volta per tutte, e così sterminare la "legione" con i suoi ufficiali e generali, rendendo impotente con la sua morte chi della morte aveva il potere, ovvero satana. Le parole che Egli usa per placare il mare sono, infatti, le stesse usate dagli evangelisti nei racconti degli esorcismi. Le stesse che, nella versione greca della Settanta, presentano il gesto di Yahvè che con l’onnipotenza della sua parola prosciuga le acque del Mar Rosso. Questa era la missione di Gesù, la stessa di Pietro e della Chiesa: "sciogliere" sulla terra quello che Lui ha sciolto per sempre. Gesù rivolge agli apostoli una domanda che potrebbe suonare beffarda: "perché avete paura?". Ma come, stiamo per affondare e tu ci chiedi perché abbiamo paura? Essi, come noi, erano "uomini di poca fede", non avevano compreso nulla di quello che stava accadendo. Perché la "fede" è entrare con Cristo nella tempesta e mettersi a dormire! E', concretamente, addormentarsi con Lui nella morte che ci attende ogni giorno, lasciando che le "onde ci ricoprano", perché - ed è il cuore del cristianesimo che batte nel Mistero Pasquale di Gesù - per "passare all'altra riva" occorre entrare nella tempesta. Per avere la vita in abbondanza bisogna perderla; per vivere bisogna morire. Non a caso "passare" in ebraico si dice HBR, da cui deriva “ebreo”; essi sono i fratelli maggiori, sul cui “passare” dall'Egitto alla Terra Promessa siamo stati innestati: “Dietro Gesù … l’evangelista … desidera che risuoni nelle orecchie dei discepoli il nome di “ebreo”. Desidera che i suoi ascoltatori abbiano l’intelligenza dell’indispensabile coesione della loro vita. Essi debbono attraversare fisicamente, concretamente, il mareAllora l’evangelista forma in greco un verbo nuovo, “diegeiro”, per dire svegliare. Impossibile da tradurre letteralmente, questo verbo ha l’accento ebraico di “passare”. Dunque, i discepoli che sono nella barca di Gesù lo svegliano… Lo chiamano…. E quando si sarà “svegliato sarà passato di là”, e tutte le cose si saranno placate, quando ci sarà la calma, l’evento non finirà lì. La “traversata” continuerà con la domanda di Gesù, alla maniera della Torah… ”Dove sei?”. Gesù dirà: “Uomini di poca fede, perché avete paura?”, Come dire: “Ebrei, dove siete? Avete dimenticato di sentire il vostro nome? Avete dimenticato il vostro nome, la vostra vita?” (M. Vidal). La stessa domanda, oggi, prorompe nella nostra vita: “Perché avete paura?”, "non avete ancora fede"? Di fronte alle "tempeste" che si abbattono su di noi siamo terrorizzati perché siamo senza discernimento; abbiamo perduto la memoria del nostro "nome" e della nostra origine. Come gli apostoli, sopraffatti dalle onde che scuotono la carne facendole lambire la morte, abbiamo dimenticato Chi ci ha "ordinato" di "passare all'altra riva". Il primo attacco del demonio, subdolo e astuto, ci ha centrati in pieno: maestro del rimestare nei ricordi per scombinarli al punto di far perdere il filo di Grazia che li lega, ci ha sottratto il ricordo della nostra chiamata. La nostra vita ha origine, senso e compimento nelle parole con le quali Gesù ci ha chiamato a "passare" con Lui "all'altra riva". Non lo abbiamo scelto noi, probabilmente neanche lo desideravamo. Noi siamo "nel mondo" proprio perché non siamo "del" mondo! L'attitudine degli apostoli nostra emersa nella "barca" è ben descritta da Peguy, amaro e crudo come sempre: "Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio. Poiché non sono dell’uomo credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio". Non amiamo nessuno, per questo abbiamo paura. Come gli apostoli, forse non siamo ancora pronti a morire con Lui. Anche gli apostoli, pur chiamati, avevano bisogno della "fede" per compiere la loro missione! Erano, secondo il greco originale, "oligopistoi": avevano solo un po' di fede, nel senso che era ancora acerba, doveva crescere... Come noi, erano incapaci di riconoscerlo nella tempesta. Senza fede non capiamo che proprio perché "dorme" ci ama come nessuno. "Dorme" e non ferma le guerre. "Dorme" e non guarisce il cancro di mio padre. "Dorme" e non cambia il carattere di mio marito. "Dorme" e non dà un lavoro a mio figlio. "Dorme" perché non mi ama... "Uomo di poca fede", non hai capito nulla! Gesù "amava Lazzaro", eppure si è fermato ancora due giorni dove si trovava senza scendere da lui ammalato, quasi aspettando che l’amico morisse. E quando infatti Lazzaro si “addormenta” Gesù dice ai suoi discepoli di essere felice per loro di non essere stato dall’amico, “affinché possano credere”. E proprio per crescere nella fede e "poter credere" stiamo "nella barca" come nell'utero della Chiesa, e questo è l'importante. Dio è fedele, e ha misericordia di noi, ha pazienza, sa che un giorno, daremo la vita per Cristo e la salvezza degli uomini; come gli apostoli che, rimanendo le stesse identiche persone, una volta pieni di Spirito Santo, invece di impaurirsi, si sono "addormentati" nel martirio! Gesù ci vede nella "barca" con Lui pieni di pura, ma guarda oltre, alle persone alle quali saremo inviati; ci vede tra qualche anno, in quella situazione nella quale daremo testimonianza al vangelo, anche a costo della vita. Per questo oggi Gesù si "desterà" ancora una volta a "sgridare i venti e i mari" perché torni la "bonaccia" nella nostra vita. Alla paura che ci fa sentire "perduti" di fronte alla Croce ascolterà ancora e sempre la nostra preghiera, e calmerà le tempeste: nella Chiesa, durante la gestazione dell'uomo nuovo, ci darà ancora segni della sua risurrezione su cui appoggiare la nostra "fede" che deve crescere, per divenire adulta e farci discernere nella tempesta il risveglio di satana nel campo della missione. 


29 giugno. Santi Pietro e Paolo





La Chiesa non è santa da se stessa; 
consiste infatti di peccatori, 
lo sappiamo e lo vediamo tutti. 
Piuttosto, essa viene sempre di nuovo santificata 
dall’amore purificatore di Cristo. 
Dio non solo ha parlato: 
ci ha amato molto realisticamente, 
amato fino alla morte del proprio Figlio. 
E’ proprio da qui che ci si mostra tutta 
la grandezza della rivelazione 
che ha come iscritto nel cuore di Dio stesso le ferite. 

Benedetto XVI


«Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa; dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna» (S. Ambrogio). Pietro e la Chiesa. E, in essa, la vita, e la fine della morte. E' questo il desiderio d'ogni uomo, il nostro desiderio d'oggi, il più profondo, il più intenso, l'anelito che freme insopprimibile in ogni parola, pensiero, azione. 

La vita è come il cammino dei due discepoli di Emmaus, che avevano sperato in Gesù di Nazaret, profeta potente in parole ed opere, che li avrebbe liberati e invece.... Anche Lui in una tomba da tre giorni. E le lacrime di Pietro, il tradimento e un amore strozzato nella paura di morire, di fare la stessa fine atroce. Come noi, come tutti. Tutto infranto e i desideri spezzati. Ma quella sera, all'imbrunire d'un giorno di paura, i chiavistelli della vita ben serrati, nella stanza d’una pasqua appena volata via, ecco d’improvviso apparire un volto incandescente di luce, una voce, un saluto di Pace che trapassa i muri e i cuori. La sua voce, il suo volto, le sue piaghe. E' proprio Lui, lo dicono i segni del suo amore inchiodato ad un legno. E la gioia esplode incontenibile: in quel cenacolo, in mezzo a quel manipolo terrorizzato, che è scappato, che ha tradito, l'amore era esploso in una vita più forte del peccato.

E Pietro era lì; la roccia, primo tra gli apostoli, il primo ad essere perdonato, il primato del perdono. La beatitudine di Pietro è un perdono che né carne e né sangue possono rivelare perché viene dal sepolcro, ha attraversato l'inferno, e si è fatto dono gratuito e immeritato. Pietro, perdonato e per questo roccia e fondamento della Chiesa, capace di “legare” a Cristo i peccatori e “scioglierli” dal peccato, eternamente.

Con Pietro nella Chiesa si apprende l'amore perché il Buon Pastore ne guida il cammino. Un Pastore incarnato nel pastore che ci è donato. Pietro, e ogni papa, schiude le porte del Cielo offrendo gratuitamente a ogni uomo l'amore di Dio. Sulla soglia del mondo Pietro è garante e custode della fede incarnata qui ed ora; dischiude le porte della sua casa, la Chiesa dov'è vivo Cristo, le viscere di misericordia di Dio. Dialogo, tolleranza, rispetto, tutto va bene per le umane, povere forze spese ad arginare il male. La casa di Pietro invece annuncia l'amore eterno, l’ unico scoglio che può infrangere ogni male. Nella Chiesa Pietro  presiede nella carità un pugno di poveri uomini strappati all'inganno segno dell'unica speranza.

Nella storia di San Paolo possiamo leggere la nostra vita. Era deciso, sicuro, religioso, zelante. Era tutto per Dio, per Lui era disposto ad incarcerare, e a uccidere. Come noi, al lavoro, in famiglia, con amici e vicini. Abbiamo la Parola di Dio dalla nostra, ne siamo certi, dobbiamo estirpare l'errore. Discussioni senza fine, polemiche, al bar, nella pausa pranzo, tra una lezione e l'altra, a cena la sera con consorte e figli. Indossata la corazza della nostra giustizia corriamo anche noi ogni giorno verso Damasco, recando lettere che ci autorizzano a gettare in prigione chi pretende di uscire dai nostri schemi. Anche in Chiesa, nelle comunità dove camminiamo per convertirci, nelle riunioni, nelle assemblee. Preti, laici, non v'è differenza, portiamo tutti la stessa armatura di certezze che abbigliava San Paolo.

Ma accade l'imprevisto. Qualcosa a cui Saulo non era preparato. Qualcuno appare sul suo cammino e smonta le sue certezze. Un fatto, un avvenimento, un incontro. E inizia la conversione, la Teshuvà, il ritorno al vero, al bello, al buono, al santo. San Paolo incontra Cristo, più forte d'ogni sua ignoranza, d'ogni suo passato. Una scintilla d'amore e nasce una cosa nuova, una creatura nuova e comprende che tutto nella sua vita era orientato a quell'istante. Dio lo aveva preparato, misteriosamente, senza moralismi, salvaguardando ogni millimetro della sua libertà, accompagnando i suoi passi, permettendo che si impantanassero nell'ingiustizia, che combinassero guai e si lasciassero dietro una linea di sangue e di dolore. Dio ha avuto pazienza, e lo ha atteso nel momento più virile della sua esistenza, laddove era lanciato verso il compimento d'una menzogna. E lì, sul selciato del suo cammino lo ha amato e ricreato con un’elezione che era l’opposto di quello che era stato.

Nessun rimprovero, solo una luce ad illuminare il proprio nulla e subito un invio, una missione. La vita fantastica dell'apostolo delle genti sorgeva da lì, dal suo nulla. Sulla via di Damasco Paolo ha conosciuto la risurrezione di Cristo, capace di risuscitare anche la sua vita, di fare di un persecutore un perseguitato, di un determinato accusatore uno zelante annunciatore. I segni che accompagnano gli apostoli nella missione universale, per San Paolo hanno cominciato a compiersi in quel mezzogiorno che lo ha lanciato, con lo stesso ardore, con più zelo, sulle strade che aveva detestato, quelle dell'annuncio infaticabile del Vangelo.

Oggi appare anche a noi Cristo. Il “perché” che ha fermato Saulo ci viene incontro oggi, nella situazione concreta che stiamo vivendo. Perché perseguitiamo il Signore, incarnato in nostra moglie, nei nostri figli, nei colleghi, nella suocera?. Perché abbiamo dimenticato Lui e il suo amore, abbiamo sepolto la sua chiamata. Ma Lui ci viene incontro, e fa di noi i suoi apostoli, e ci lancia in tutto il mondo, lavoro, scuola, casa, supermercato, parrocchia. Ci manda oggi laddove abbiamo combinato macelli con i nostri peccati, sui sentieri che abbiamo sporcato con le maldicenze, con i giudizi, con i compromessi, con le bugie, con le concupiscenze, con l'arroganza e la superbia. Ci invia come Pietro e Paolo, segni della sua misericordia che trasforma, istante dopo istante, la nostra vita, perchè anche gli altri possano vedere, credere, e conoscere il Signore.





Sabato della XII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma


È senza parola la Parola del Padre, 
che ha fatto ogni creatura che parla; 
senza vita sono gli occhi spenti di colui 
alla cui parola e al cui cenno si muove tutto ciò che ha vita

Massimo il Confessore


Il miracolo è già tutto compiuto nella Parola. L'annuncio dice di un fatto che si compie nello stesso istante in cui è annunciato. Come fu per la notte della creazione. Come fu per Abramo, per Mosè ed il popolo in Egitto. Come fu per la Vergine Maria quando udì le parole dell'angelo. Come per i discepoli sulle rive di Cafarnao e del Giordano. “Accade un fatto imprevedibile e incredibile, eppure reale: nello spessore della vita, in cui l’impotenza e la rassegnazione sembrano inevitabili, c’è una presenza che cambia i termini della questione. Li cambia oggettivamente per una pretesa che pone” (L. Negri). La pretesa di essere vera. Reale. La pretesa di avere un’autenticità e un potere unici. Una pretesa che si può “verificare”. La fede è questa verifica, un cammino nella storia reale dove si realizza la Parola, ed in essa tutto ciò che pretende. La fede è un cammino al vero appoggiato ad una parola. Spesso assurda e in contrasto con l'evidenza. L'annuncio svela sempre un impossibile che si fa possibile, un figlio nato da una carne sterile, il concepimento in un seno vergine, la guarigione di chi è ormai senza speranza, il perdono dei peccati e la possibilità reale d’una vita nuova nella sequela del Signore. Nell'annuncio appare sempre la vita trionfante sulla morte. La Parola è la vita e il suo annuncio ne attesta il compimento. Ascoltare e credere è andare a vedere il prodigio operato dalla Parola. Verificarlo. Abramo esce dalla sua terra e spera contro ogni speranza. Mosè lancia il popolo nel mare, Maria corre da Elisabetta, i discepoli lasciano tutto e seguono il Signore, il centurione va abbrancato ad una Parola, e scende da suo figlio. Vi è dunque un cammino in discesa da percorrere, la scala che conduce alle acque del battesimo; una notte da attraversare, e trepidazione, speranza, desiderio, stanchezza, scoramento per incontrare la luce della risurrezione, la vita nuova in Cristo. 

Un tempo, l'esistenza che ci è data. Un tempo, questa giornata che si dischiude dinanzi ai nostri occhi. E le sue orme, le Parole che ci dice nella Sua Parola, proclamata, ascoltata, meditata, pregata. Un crinale di morte si spalanca ogni giorno davanti a noi, la reale situazione di preoccupazione, di precarietà, di solitudine, di angoscia. Quel letto d’ospedale, quelle analisi, quel fidanzato che se n’è andato, quel figlio che sembra perduto, quel lavoro stressante, il combattimento per difendere la castità nel fidanzamento prima e nel matrimonio poi, il timore nell'aprirsi alla vita dopo cinque parti cesarei, le angherie sul lavoro, la fatica dei pomeriggi sui libri mentre fuori sboccia la primavera. Scendere, che è obbedire, che è ascoltare, che è libertà. Nella storia buia aggrappati alla Sua Parola che scende con noi. Anche quando la Parola non si ode più: "È senza parola la Parola del Padre, che ha fatto ogni creatura che parla; senza vita sono gli occhi spenti di colui alla cui parola e al cui cenno si muove tutto ciò che ha vita" (Massimo il Confessore). Entrare nella notte oscura della vita per sperimentare il potere straordinario della Parola che si è fatta silenzio per dare una Parola di vita al silenzio delle speranze umane. "Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. Solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui... C’è un’angoscia che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama. La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell’amore, allora nella morte penetra la vita"(J. Ratzinger). Sì, l'odore di morte, la sofferenza, le delusioni, non ci sono estranee. Questa nostra vita scorre in una "valle di lacrime", ed è inutile ogni alienazione. Eppure ad ogni lacrima è data una Parola. Tutte sono raccolte nelle Sue mani, in ciascuna v'è un seme di vita. Anche laddove sembra impossibile. Scendere oggi dove Lui è già sceso, quel sepolcro che ci spaventa ci consegna la vita invece della morte. "Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, è disceso nel fondo irraggiungibile e insuperabile della nostra condizione di solitudine. Nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce" (J. Ratzinger, Meditazione...). Scendere e riconoscere che proprio nell'istante in cui ci era stata annunciata la parola, e mentre ascoltavamo l'invito a scendere nella storia di dolore e morte che ci attendeva, in quel momento la Parola aveva già operato il prodigio: dove la carne aveva visto la morte, lo Spirito aveva dischiuso la vita. Il matrimonio che credevamo fallito, il lavoro senza senso, l'amicizia tradita, la malattia gravida di morte, in tutto siamo chiamati a scendere dall'orgoglio che tutto vuol capire e gestire, e andare a verificare il potere della Parola predicata dalla Chiesa.