Giovedì della XVII settimana del Tempo Ordinario





αποφθεγμα Apoftegma

Noi uomini viviamo alienati, 
nelle acque salate della sofferenza e della morte; 
in un mare di oscurità senza luce. 
La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte 
e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita.
Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, 
sorpresi dal Vangelo, da Cristo.
 Non vi è niente di più bello che conoscere Lui 
e comunicare agli altri l’amicizia con lui

Benedetto XVI, Omelia di inizio Pontificato





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L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 13,47-53

In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete capito tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”.
Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.







PESCATI DAL MARE DELLA MORTE NUOTIAMO NEL MONDO ANNUNCIANDO IL VANGELO CON CUI STRAPPARE IL PROSSIMO ALLA CATTIVITA' DEL DEMONIO
Pazienza e misericordia, timore e pietà scandiscono il tempo del nostro pellegrinaggio. Siamo pellegrini in terra straniera, le cose a cui incolliamo i nostri cuori e i nostri sensi non ci soddisfano. Siamo nel mondo, ma non siamo del mondo.Viviamo nella carne, ma non viviamo per la carne. E' il mistero della nostra vita. Come pesci tratti dal mare cerchiamo un'acqua che, in apparenza, assomiglia alla vita vera per la quale siamo stati creati. Ma non è così. Siamo una specie unica e del tutto particolare. Siamo nati e salvati per un'altra Patria, per il Cielo. Gli inganni, le menzogne, le tentazioni ci sospingono con irruenza verso l'abisso da cui siamo stati tratti. Mentre nel nostro intimo lo Spirito Santo ci sussurra "Vieni al Padre". Benedetto XVI, inaugurando il suo pontificato, ricordava un'immagine cara ai Padri: "Per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. E’ proprio così – nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. E’ proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio.Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui" (Benedetto XVI, Omelia di inizio Pontificato)Per questo ogni istante che ci è dato è l'attesa d'un compimento. La chiave della nostra vita è tutta qui: un'attesa che geme come nei travagli del parto. Siamo stati pescati dalla rete di Cristo. La sua Croce ci ha salvati dall'abisso della morte. Ma non è finita. Siamo pesci buoni, come il grano buono, e belloPesci puri, "commestibili" secondo la Legge, lavati, salvati, santificati dal sangue di Cristo. Ma conviviamo con quelli cattivi, impuri secondo la traduzione dell'originale, segni di morte che nessun ebreo poteva mangiare. Sono accanto a noi. Pesci cattivi che rendono impuri, che tagliano fuori dal popolo della promessa, che sottraggono l'eredità promessa. I pensieri, i desideri, gli sguardi, le concupiscenze. La carne senza lo Spirito. Accanto a noi, dentro di noi. E' il combattimento d'ogni giorno, nel quale però, come scriveva Péguy, “il Padre ha messo nelle nostre mani, nelle nostre deboli mani, la sua
speranza eterna”. La speranza donata a Pietro dalle mani di Cristo che lo tiravano fuori dall'abisso nel quale era caduto per la sua incredulità. Anche Pietro, come ciascuno di noi, prima d'essere pescatore, ha sperimentato cosa significhi essere pescato dal fondo della debolezza, della carne e dell'incredulità.

Anche oggi vi saranno angeli inviati dal Padre a separare il buono dal cattivo, il puro dall'impuro. Anche oggi messaggeri della Buona Notizia ci incontreranno per salvarci. Che il Signore ci conceda di non indurire il nostro cuore, di lasciarci amare e riconciliare, di essere strappati alle menzogne e ai veleni del nemico. Che oggi, anticipo della fine dei tempi, il Signore ci faccia ancora suoi, che getti nella fornace tutto quello che in noi ci separa da Lui, tutto quello che ci impedisce di amarlo e lodarlo, le nostre impurità. E ci doni la misericordia e la pazienza di fronte alla storia, nella quale è Lui che agisce. La pazienza della speranza, la perseveranza dell'amore: "Quando Cristo ha guardato la Maddalena con uno sguardo furtivo per la strada, era una cosa semplice: era un richiamarla con una semplicità ad una semplicità in cui la purità dominava, ridominava; contraria alla sua storia, ma non contraria alla sua possibilità presente" (Mons. Luigi Giussani). La pazienza di sapersi ogni giorno bisognosi di essere ri-pescati, ogni giorno strappati alla carne e alla memoria di una storia impura per sperimentare la nuova, pura e feconda possibilità presente. Appoggiati alla sua fedeltà, che è il sigillo profetico che ci svela l'autenticità e la credibilità dell'eterna. Capire tutte queste cose è vivere la promessa -le cose antiche - illuminata dall'amore di Cristo - la cosa nuova - che non delude. In pace, pieni di una gioiosa speranza, entriamo anche oggi in questo nuovo giorno dove ci attende il nostro destino, il nostro dolcissimo Signore. "Per incontrare la speranza, bisogna essere andati al di là della disperazione. Quando si arriva fino al colmo della notte, si incontra un’altra aurora […] Non sperano se non coloro che hanno avuto il coraggio di disperare delle illusioni e delle menzogne nelle quali trovavano una sicurezza che essi prendevano falsamente per speranza” (George Bernanos). E Lui è alle porte, e bussa anche ora. E' questa la novità più bella. La nostra felicità. 




QUI DI SEGUITO IL COMMENTO COMPLETO

Mercoledì della XVII settimana del Tempo Ordinario


Rembrandt, La parabola del tesoro nascosto

αποφθεγμα Apoftegma

Non si può rimanere nell’amore a se stessi 
senza che Cristo sia una presenza 
come è una presenza una madre per il bambino. 
Senza che Cristo sia presenza ora – ora! -, 
io non posso amarmi ora e non posso amare te ora.

Mons. Luigi Giussani










L'ANNUNCIO




Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 13,44-46. 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». 
















SIAMO LE PERLE PREZIOSE DEL TESORO NASCOSTO NELLA TOMBA TROVATO E RISUSCITATO DAL SIGNORE



Sia come sia, oggi è un giorno fantastico. Qualcuno si è innamorato follemente di ciascuno di noi. Qualcuno ci ha "cercato", ci ha ardentemente desiderato, ci ha trovato laddove eravamo, nascosti e impauriti. Ci ha amato di un amore sconosciuto. Qualcuno "ha gioito" al vederci. E, pieno di quella gioia, "ha venduto tutto per acquistare noi". Per te e per me, per ogni uomo della terra, ha dato tutto se stesso: la propria vita, il proprio sangue, sino all'ultima goccia. Questo Qualcuno è Gesù, che ha visto in te e in me il suo tesoro, la sua perla preziosissima. Ai suoi occhi, infatti, siamo la sua amata perfetta, la sua colomba, e desidera poter saziarsi del nostro sguardo, ascoltare la nostra voce, e farci felici. Eccolo anche oggi cercarci appassionato e venirci incontro come lo Sposo del Cantico dei Cantici, sporcarsi per noi, scendere sino al giardino nel quale ci siamo nascosti, nelle nostre ore che ci appaiono sempre uguali, nel grigio di relazioni trascinate, nell'insignificanza di un lavoro che non ci soddisfa, di un'estate forse obbligata in città, al capezzale di un'amicizia evaporata. Ecco l'Amato scendere nel "suo giardino" di delizie, il "campo" che ha acquistato al prezzo della sua vita, laddove è stato crocifisso, sepolto ed è risorto. Il suo giardino che è oggi questa nostra vita, questa nostra storia per la quale forse mormoriamo, che non accettiamo, che vorremmo correggere, limare, imbellire. Ecco l'Amato "scavare" nella fossa dove siamo precipitati, la stessa nella quale è stato sepolto come un seme piccolissimo. Lui, esperto rabdomante dell'anima, ci scova negli angoli più bui, nelle solitudini più tristi, laddove ci siamo rintanati per piangere, per accarezzarci le disillusioni e i sogni infranti, per coccolarci il cuore ferito. E' l'amore dell'Amato che sente il profumo dell'amata a distanza siderale. Per Lui il nostro odore è comunque un profumo soave e inconfondibile, anche se confuso tra mille altri odori e sapori, anche in mezzo al fetore acre di spazzatura e cibo andato a male, tra la corruzione e la perversione di una vita ricevuta come un fiore pronto a sbocciare e sprecata nelle spirali dell'egoismo. Incontrarci è la sua gioia, salvarci e amarci è il suo unico desiderio, l'essenza della sua natura. Eccolo allora entrare anche oggi nelle nostre angosce, attraverso il mistero di fatti che forse non comprendiamo, le parole sarcastiche di chi ci è accanto; la Chiesa ci annuncia oggi che in ogni evento e persona è Lui che ci ama di amore gelosissimo, e per questo "scava" intorno a noi una fossa che ci illumini sulla vanità di ogni affetto che non abbia in Lui l'inizio e il compimento. Il suo amore ci strappa dall'effimero al quale restiamo abbracciati, come un bimbo al suo orsacchiotto. Ma gli idoli hanno bocca e non parlano hanno orecchi e non sentono, hanno mani e non palpano. Gli idoli ci trasformano in ciò che essi sono, burattini nelle mani di un altro, il nemico della nostra felicità. Ma Gesù viene sempre con misericordia, perché non ci giudica e ha deciso, anche oggi, di tirarci fuori dai pasticci che sono le conseguenze dei nostri peccati; viene a fare di noi, Pinocchi capricciosi e senza spina dorsale, delle persone vive. Viene a trarci dalle fauci della balena, proprio come accadde a Pinocchio: ci strappa dalla morte per insegnarci a vivere, ad entrare nella realtà e curare l'orto e guadagnarci da vivere e accudire Geppetto, ovvero amare chi ci è accanto, spendendo noi stessi per loro. Sì, il Signore viene a "scavare" nella nostra tomba, ci "trova" e ci prende tra le mani, mette il suo sigillo sulla nostra vita, ci "nasconde di nuovo" laddove eravamo, ma non è più la stessa cosa. 





Lui ormai ci ha "trovato", siamo il suo tesoro! Siamo ancora laddove Egli ci ha "trovato", ma il tempo che si è inaugurato dall'incontro con Lui, dall'ascolto della predicazione nella Chiesa, è impregnato del suo amore; è "contemporaneo" all'offerta di se stesso per noi, è come assorbito nel suo Mistero Pasquale, è già un tempo redento, il primo passo per essere immersi nell'acqua che ci farà rinascere a vita nuova. Per questo, misteriosamente, il nostro restare nella terra in attesa di Lui, diviene il tempo fecondo della conversione: mentre Gesù va a dare la sua vita per noi, sperimentiamo il prezzo del suo amore nella nostra vita. E' un'immagine del catecumenato, dell'iniziazione cristiana, del tempo nel quale sperimentare il potere del suo amore nella nostra debolezza. Nella terra in cui siamo "nascosti di nuovo" cresce "il tesoro" della fede che dà valore a tutto il "campo" che è la nostra vita, e non solo, ma anche quella di coloro che ci sono affidati. E' molto importante questo "nascondere"; Gesù ci ha "nascosto" nelle viscere della Chiesa per proteggere la sua opera in noi. Per questo anche noi dobbiamo imparare a saperci "nascondere", a proteggere le Grazie che il Signore ci dona. A non vantarci di nulla, a non dimenticare che tutto il bene che nasce in noi è frutto della gratuità del suo amore, come fece San Francesco che "Cercava con ogni cura di nascondere nel segreto del suo cuore i doni del Signore, perché non voleva che, se gli erano occasione di gloria umana, gli fossero pure causa di rovina”. Anche noi, che siamo chiamati come lui a ricevere le stigmate dell'amore di Cristo, a essere trasformati in Lui e in Lui a vivere crocifissi, dobbiamo imparare da ciò che fece Francesco dopo l'episodio de La Verna: "E diceva spesso: «Il mio segreto è per me, il mio segreto è di Dio! Beato quel servo che custodisce nel suo cuore i segreti del Gran Re!». Aveva sperimentato quanto è nocivo all'anima comunicare tutto a tutti. E sapeva che "non può essere uomo spirituale colui che non possiede nel suo spirito segreti più numerosi e più profondi di quelli che potevano essere letti sul viso e conosciuti e giudicati dagli altri". E ciò è possibile solo se resteremo uniti alla Chiesa, dove pregare e ascoltare assiduamente la Parola e nutrirci dei sacramenti. Difendere il "tesoro" è difendere Cristo in noi, il bene più grande, l'unico, nel quale possiamo partecipare della sua stessa gioia. Gioire in essa è gioire per quello che siamo, per l'amore con il quale siamo amati; e ci fa entrare in una verità che distrugge perfezionismo, moralismo e orgoglio. Gioia vera, umiltà autentica. Siamo nulla, deboli, fragili, peccatori ma un tesoro è nascosto in noi. Solo il suo sguardo pieno di compassione è capace di trarlo alla luce, perché tra le sue mani creatrici, risplenda del suo valore, l'infinito valore della sua immagine impressa in ciascuno di noi, lavata e restaurata dal suo sangue, e riportata alla luce dalla sua resurrezione.  Per questo il Signore ha comprato "tutto il campo", non solo quell'appezzamento dove ha individuato il tesoro. Tutta la nostra storia, tutto di noi è oggetto delle sue attenzioni, del suo amore. Nulla in noi è da buttare, nulla nella nostra storia è stato, è e sarà senza senso.Ci ha amati per trasformarci in Lui, e continuare ad amare, in noi, ogni peccatore. Siamo un "tesoro" destinato a tutti i poveri della terra. Capito? Per questo la gioia di Cristo è così grande: perché ci amati come se fossimo gli unici al mondo, ma contemporaneamente ha visto in noi il suo tesoro da regalare a chi nulla ha, le infinite grazie con le quali ci colma perché giunga il suo amore a chi non lo ha conosciuto o ha perduto la sua amicizia. Quante volte ci disprezziamo, ci buttiamo via e pensiamo male di noi stessi, del nostro fisico, del nostro carattere, delle nostre storie. Disprezziamo ciò che per Gesù ha un valore immenso, anche i difetti, che tra le sue mani brillano come perle preziosissime, anche i peccati che Lui ha perdonato, destinati ad essere un segno di speranza per il mondo, per chi ci è accanto. Mentre noi vorremmo cancellare quanto di più prezioso il Signore ha voluto riscattare e fare suo. Ecco la radice di tante nostre sofferenze: guardarci con occhi diversi da quelli con i quali ci guarda Gesù. Se avessimo oggi il suo sguardo su di noi, la sua pazienza, la sua misericordia, il suo amore.... Abbiamo "cercato" tanto, come il "cercatore di perle", il senso della nostra vita. Tutta la vita è un "andare in cerca" di perle preziose: l'amicizia, gli affetti, il lavoro, lo studio, il matrimonio, i figli, la musica, le montagne e il mare, anche una partita di calcio. Ma, trovatele, non ci saziano. Continuiamo il viaggio, perché noi abbiamo bisogno della "perla di grande valore", come il Padre, dopo aver creato l'universo ha avuto bisogno di creare l'uomo per riversarvi il suo amore e donargli tutto il creato; come Cristo ha avuto bisogno di noi per compiere la sua vita e amarci sino alla fine S', alla fine del suo viaggio ha "trovato" noi, e pieno di gioia ha lasciato che lo spogliassero di tutto. Aveva "trovato" te e me, capito? a nulla gli serviva tutto il resto, perfino la sua dignità di Figlio di Dio ha abbandonato, pur di salvare te e me e farci suoi per sempre. E per questo ha ritrovato, insieme a noi, la sua dignità, e il Cielo, e la vita che non muore! Per questo "trovare la perla di grande valore" che è Cristo è la pienezza della gioia! Nulla le si può paragonare. Tutto di noi tendeva ad essa. Tutto di noi anelava a Cristo. E la cosa sorprendente è che "trovare" la perla significa proprio farsi trovare da Lui. La possiamo "trovare" perché Lui ha trovato noi. Lasciamoci amare allora, oggi. Lasciamoci riscattare, riconciliare, rigenerare. L'incontro con questo amore ci farà liberi, schiavi di tutti perché liberi da tutti. Colmi di un tale amore venderemo tutto a nostra volta, e non sarà sacrificio, e non sarà un semplice commercio di cose sante, religiosità del dare e avere destinata alla delusione. Sarà amore, quello autentico che sa e può camminare nella notte oscura dove tutto, dinanzi al Signore, perde il falso valore per acquistarne il giusto. Per questo sarà naturale non anteporre nulla all'amore di Cristo, e dare tutto perché Lui ci ha dato tutto se stesso. Come non annunciarlo a tutti, uscire per le strade, le piazze, ovunque, e gridare la gioia di un incontro, l'unico, capace di salvare, colmare, ridare vita, valore, senso e pienezza a ogni centimetro della vita di ogni uomo? Chi ha incontrato l'Amato non può più essere indifferente, è trasformato in un cercatore di tesori tra i campi del mondo, in famiglia innanzitutto, nel campo del marito e della moglie, dei figli e dei suoceri, e poi al lavoro, a scuola; ovunque c'è un pezzo di terra da "scavare" con l'annuncio del Vangelo, e dare per esso la nostra stessa vita, per riconsegnare alla luce della Vita i forzieri nascosti dalla malvagità del nemico. E' questo il mistero gioioso del Regno al quale siamo chiamati, la missione della Chiesa che ci ha accolto come il tesoro più prezioso del suo Amato. 

   





Martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario. Commento audio



Martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

"Ecclesia... Sancta simul et semper purificanda, 
poenitentiam et renovationem continuo prosequitur", 
è nello stesso tempo santa e ha bisogno, per essere santa, 
di purificazione e cammina sulla strada continua della penitenza, 
che è sempre la sua strada, 
e così trova sempre il rinnovo, sempre necessario.
La Chiesa del Signore, 
che è venuto a cercare i peccatori 
e ha mangiato alla tavola dei peccatori volutamente, 
non può essere una Chiesa fuori della realtà del peccato, 
ma è la Chiesa nella quale vi sono zizzania e grano.

Card. Joseph Ratzinger 










L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 13,36-43 

In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».







CON LA PAZIENZA DI CRISTO ACCANTO ALLA ZIZZANIA PER SALVARLA 

La Parabola della zizzania illumina la natura della Chiesa e l'identità dei cristiani: sono figli di un Regno che non è di questo mondo, dove si trovano gomito a gomito con la "zizzania", con i "figli del maligno". E qui Gesù precipita inesorabilmente nel politicamente e religiosamente scorrettissimi: esistono i figli del demonio. Cioè, coloro che ne compiono i desideri, che obbediscono a un padre che è nemico acerrimo di Dio. Sono assassini, e cercano di uccidere Cristo. Intorno a noi c'è il male perché esiste il demonio che, come annuncia l'Apocalisse, cerca il bambino per divorarlo, per farci cioè rinunciare alla primogenitura, all'immagine di Cristo in ciascuno di noi, figli del Regno. E gli attacchi non sono solo quelli del sesso, del denaro, del potere. Esistono i fendenti più subdoli, quelli con cui il demonio cerca di ancorare la menzogna nella mente attraverso l'evidente ragionevolezza della lotta all'ingiustizia. La parabola è come il bozzetto del quadro che Gesù stesso dipingerà con il colore del suo sangue. Con i tratteggi del grano e della zizzania il Signore stava profetizzando l'episodio che sarebbe andato in scena davanti a Pilato, anticipando indirettamente ai discepoli la domanda che il Procuratore avrebbe rivolto al Popolo: "chi volete che vi liberi, Gesù o Barabba?". Il grano o la zizzania? La Chiesa sarà sempre posta al fianco di Barabba, come ciascuno di noi, ogni giorno. E sempre seguirà le orme del suo Signore; di fronte al dilagare delle persecuzioni e del male, ascolterà di nuovo le parole che Gesù rivolse a Pietro nel Getsemani: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada; Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?" (Mt. 26, 52-54). Gesù sapeva infatti che quella "spada" era preparata per Lui, e non per quelli che lo volevano morto. Per Lui, l'unico "seme buono" che il Padre aveva seminato nel seno della Vergine Maria, l'unica "terra buona". Gesù sapeva che "proprio per quello era giunto a quell'ora", perché "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv. 12, 24). Doveva portare frutto e moltiplicare il "seme buono": con la sua morte e la sua resurrezione, infatti, avrebbe seminato nel mondo i "figli del Regno", perché "completassero in loro quello che sarebbe mancato alla sua Passione" in ogni generazione, ovvero carne e sangue da versare per salvare il mondo, la Chiesa martire del suo amore. Sul Golgota era scesa, violenta la "spada" che doveva colpire e purificare il mondo giunto al "colmo delle sue malvagità". 






Ma il Golgota è preparato anche per noi, "figli del Regno" rinati dall'acqua e dal sangue zampillati dal costato di Cristo trafitto dalla "spada". Sappiamo bene che, giudei o greci non importa, tutti eravamo peccatori, "ma siamo stati lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!" (1 Cor 6,4). Per questo, anche per noi è pronto il flagello: proprio come la zizzania che cresce e si distende quasi a soffocare il grano, ci percuoteranno le ingiustizie, ci feriranno le calunnie con cui ci toglieranno l'onore, con l'inganno ci ruberanno quello che ci appartiene; perfino quelli di casa saranno i nostri nemici, e poi gli amici, i colleghi, i professori che vorranno imporre le loro vuote ideologie, e il governo che vorrà impedirci di annunciare la verità, e la cultura, e i media; esattamente come fu già contro Gesù, e, nei secoli, contro la sua Chiesa. Il mondo sceglierà ancora Barabba, e lo lascerà libero, illudendosi di avere ragione delle ingiustizie con la violenza. Gli aborti si moltiplicheranno, con i divorzi, le guerre e gli abomini. La "spada" giungerà ancora sulla terra, e colpirà i cristiani, come accadde a Nagasaki, dove la bomba atomica fu gettata attraverso l'unico spazio che s'era aperto tra le nuvole, e cadde proprio sul quartiere cristiano, distruggendo la cattedrale e mietendo migliaia di vittime. E' il Mistero Pasquale di Cristo nel quale siamo stati salvati e che si compirà in noi, perché la pazienza di Dio si estenda anche a tuo figlio, a quel collega che ha appena divorziato, a quella cugina che ha abortito, ai signori della guerra e ai mafiosi. La misericordia di Dio, infatti, ci ha "seminati nel campo" per "fiorire e fruttificare": è un immagine profetica del battesimo, "per mezzo del quale siamo stati sepolti con Cristo nella morte, e siamo risuscitati con Lui per camminare in una vita nuova" (Rm 6,4). La morte è vinta, esiste il Regno dei Cieli, ed esiste un giudizio! Il male non trionferà, non si scherza. Lo sappiamo per esperienza... Ma proprio perché scampati alla "spada" solo per la misericordia di Dio, siamo ora inviati ad annunciare e a testimoniare a tutti la stessa misericordia, prendendo su di noi i colpi della "spada", nella consapevolezza che "la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il nemico" che ha seminato con la menzogna i suoi figli nel mondo. Fratelli, con questa parabola il Signore ci invita a tornare al nostro battesimo, per vivere intimamente uniti a Cristo. Mentre il mondo sradica ciò che secondo il suo pensiero avvelenato è zizzania, la Chiesa ama, sino alla fine. Anche oggi siamo inviati a non opporre resistenza "ai figli del maligno"; sì, non andrai a sradicare tuo figlio, né tuo marito, nessuno. Ma dovremo essere profondamente uniti al nostro Sposo, ascoltando la sua voce, nutrendoci della sua stessa vita, perché è l'unico modo per "crescere" nella fede e nell'amore accanto alla zizzania che "cresce" nell'idolatria e nel male, nell'attesa della "mietitura": "Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” " (Benedetto XVI). Non scandalizzatevi, ma accogliete oggi questo "paradosso divino": il grano è accanto alla zizzania per proteggerla sino alla "fine del mondo", per dare, cioè, occasione di convertirsi ai "figli del maligno seminati dal diavolo". Perché, sino all'ultimo istante della loro vita, possano alzare lo sguardo e implorare la misericordia, quell'amore impresso nei fratelli di Cristo. I figli del regno, infatti, sono come il miele per le api, come la dolcezza dell'amore di Cristo tra i pungiglioni della morte che sono i peccati di ogni generazione. L'amore infinito che sperimentiamo nella comunità cristiana è come miele che cola dall'arnia della scuola, del lavoro, del condominio, del mercato; della malattia e della precarietà, di ogni istante che ci è donato. Miele dolcissimo, capace di salvare, per sempre, anche il peggior figlio del maligno, perché non cada nella fornace ardente ed eterna. Il miele di Cristo, che ci attrae e ricrea ogni istante.




QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI



VI CONSIGLIO IL FILM "BARABBA" DEL 1961 CON ANTHONY QUINN MOLTO BELLO 
(IDEALE DA VEDERE CON I FIGLI IN ESTATE)






25 Luglio. San Giacomo Apostolo. Commento audio



25 Luglio. San Giacomo Apostolo





αποφθεγμα Apoftegma

Il modo di governare di Gesù non è quello del dominio, 
ma è l’umile ed amoroso servizio della Lavanda dei piedi, 
e la regalità di Cristo sull’universo non è un trionfo terreno, 
ma trova il suo culmine sul legno della Croce.

Benedetto XVI











L'ANNUNCIO


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 20,20-28. 

In quel tempo si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. 
Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 
Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 
Ed egli soggiunse: «Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio». 
Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; 
ma Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. 
Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».









DISSETATI AL CALICE DELLA MISERICORDIA SERVIAMO CRISTO IN OGNI UOMO OFFRENDO LA VITA

Il Signore aveva appena annunciato, per la terza volta, il suo destino: Passione, Croce e Resurrezione. Acqua fresca sui discepoli. I loro interessi, le loro aspirazioni più profonde soffocavano le parole serie e gravi del Maestro. Il cuore dei più intimi di Gesù era esattamente come il nostro. Vi albergava una perversione di fondo, la brama di potere, di prestigio, che significa l'invincibile desiderio di "essere". In tutto, anche nell'accompagnare il Signore, il nostro cuore è profondamente piagato di vanagloria e di egoismo. Un'inguaribile tendenza a fare di tutto quel che ci è dato di vivere, soprattutto delle nostre relazioni, qualcosa che ci sia propizio, che porti acqua al mulino dei nostri bisogni, affettivi e carnali, per poterci sentire vivi. Nulla in noi è gratuito, l'orizzonte dei nostri pensieri, dei nostri atti, anche quelli che paiono intessuti dell'amore più puro, è il nostro inaffondabile "io". Scambiamo Dio con "io", naturalmente, senza rendercene conto. Come Giacomo, come Giovanni. Proviamo a scandagliare il nostro cuore e ne vedremo delle belle. Nelle parole, lacci. Negli sguardi, ventose. Negli atteggiamenti, esche. Nelle opere, catene. La prova? Nelle delusioni che proviamo, nei rancori che ci prendono, nella gelosia che ci taglia il cuore. Ci diciamo pronti a qualsiasi cosa, a "bere qualunque calice", pur di "sedere alla destra e alla sinistra" del più forte di tutti. Pur di essere come Dio. E, spesso, ci buttiamo davvero nel fuoco; le passioni, quando si scatenano, fanno fare cose irragionevoli, lo sanno anche i ragazzini, purtroppo... Ma l'orizzonte è sempre lo stesso che ci ha mostrato, subdolamente, il demonio, l'illusorio destino promesso ad Adamo e ad Eva: diventare come Dio. E, feriti dalla menzogna, ci ritroviamo a vivere come pesci sbattuti sulla battigia, ci dimeniamo e ci pare di morire: ogni circostanza ci è pesante, ogni relazione un peso insopportabile; cerchiamo il mare perduto, l'ambiente per il quale siamo stati creati, mossi dal terrore di scomparire, di non essere importanti, di non valere. Avendo perduto il Paradiso e la comunione con Dio, siamo ormai senza radici e le giornate non hanno che obiettivi effimeri, i quali, una volta raggiunti, ci lasciano più vuoti di prima. Per questo, nella "madre dei figli di Zebedeo" possiamo rintracciare le sembianze di ogni nostra madre che, avendoci concepito nel peccato, ci ha trasmesso desideri e speranze limitati alla carne: "studia figlio mio, cercati una brava ragazza, e un posto fisso mi raccomando, e una casa che il mattone è per sempre; e risparmia, accumula, che non si sa mai nella vita...". L'uomo vecchio, infatti, non sa fare altro che bramare quello che desidera la carne sprovvista di un solido fondamento e dello Spirito che le dia vita autentica, brame sempre in conflitto con i desideri dello Spirito. Eppure, anche sotto la coltre di concupiscenza che ricopre il cuore, anche in ciò che la madre ci ha insegnato a "volere che il Signore ci faccia", grida il desiderio inossidabile di Dio: è nascosto nella richiesta di partecipare a qualcosa che non muoia, che non ci faccia preda degli eventi, nel desiderio di relazioni stabili e durature. Ma tutto è malato di orgoglio ed egoismo, che scambiano il Cielo con la storia e i rapporti asserviti al nostro cuore. Per questo facciamo e disfiamo, costruiamo castelli di compromessi, impietriti dinanzi alla possibilità d'essere lasciati, abbandonati, rifiutati. L'odore della morte e della solitudine ci turba e atterrisce, e così ci illudiamo di scacciare i fantasmi con il fantasma più grande, la menzogna del mentitore. 


Aosta, chiesa di sant'Orso:
il martirio di san Giacomo, affresco del XIII sec.


Ma "Gesù esaudisce le sue promesse, non le nostre attese" (S. Fausti), perché ci ama, davvero e sino in fondo. Gesù è Dio, quello vero a cui possiamo assomigliare, del quale possiamo acquisire la natura, l'essere vero, pieno, e perfetto. E' l'ecce homo nel quale tutti siamo stati creati e ricreati. Non il feticcio che ci siamo immaginato, come Giacomo e Giovanni, ovvero un regno umano che "domini" su tutto e tutti. In Lui non vi è il "potere" mondano che esige di "essere servito", ma quello celeste e scandaloso di "servire". Gesù ci viene anche oggi a donare la Croce sulla quale sperimentare la vera gioia, che scaturisce solo da un cuore rigenerato e pronto a consegnarsi: "Non è il potere che redime, ma l'amore! Questo e' il segno di Dio: Egli stesso e' amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell'umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo e' redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini" (Benedetto XVI). Ecco l'eredità che Cristo risorto ha consegnato a Giacomo, la libertà sconfinata e la pazienza nelle sofferenze di chi possiede una vita senza fine. E la può donare, e in questo, gustare la pace, la gioia, l'essere più profondo, che davvero non passa, che riordina ogni relazione nella disciplina dell'amore. Ecco il regalo di Cristo risorto: la Grazia di dare la vita, amare, anche quando non si è amati, anche quando si è disprezzati. L'aveva compreso S. Francesco, e aveva vissuto sino in fondo la perfetta letizia del suo Signore. Così Giacomo, che ha offerto se stesso nel martirio d'amore, invece del primo che la carne desidera, ha occupato l'ultimo posto, il più bello, il più vero, il più felice. Il posto di Cristo. Il posto dell'amore infinito: "Quei discepoli che volevano sedersi uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, cercavano anch'essi la gloria; miravano alla meta, ma non vedevano la via; il Signore li richiamava alla via, onde potessero con sicurezza raggiungere la patria. Eccelsa è la patria, umile è la via. La patria è la vita di Cristo, la via è la sua morte. La patria è lassù ove Cristo dimora con il Padre, la via è la sua passione. Chi ricusa la via, non cerca la patria" (S. Agostino). "Un calice" è pronto anche per noi: ti svegli e Cristo è a fianco a te porgendotelo. In esso è vi è il suo sangue sparso per amore di ogni uomo. E' amaro, se ne bevono le incomprensioni, i rifiuti, le calunnie, le frustrazioni, il male che scorre a fiumi intorno a noi. Il Signore ha bevuto sino in fondo quello che tu ed io gli abbiamo porto con i nostri peccati; e così ci ha salvato. Oggi lo stesso calice è "preparato" per noi, se davvero siamo rinati nel suo amore. Questo "calice" è proprio l'unica chiave per accedere all'intimità con Gesù, non importa se "alla sua destra o alla sua sinistra"; importa essere una cosa sola con Lui, che significa pace e allegria del cuore, partecipando alla sua stessa missione. In essa si sperimenta il "suo Regno" già in mezzo al regno del demonio, tra le traversie del mondo. In esso si vive la vita del Cielo, amore purissimo che non conosce ostacoli, perché la morte è vinta e non vi ha più potere. Per questo Gesù ci dice che "non così dovrà essere tra voi": la Chiesa è diversa dal mondo in modo inconfondibile, è un segno escatologico che indica come vivere per essere davvero felici; per questo, è la comunità inviata a bere il calice di dolore e peccati del mondo. Non potrà compiere la sua missione se non sperimenta, ogni giorno, che il veleno che lo colma non uccide. 




Già, ma come lo sperimenta? Nell'amore e nell'unità tra i figli che Dio le dona. Per questo i primi che ci presenteranno un calice di debolezze e peccati saranno proprio i fratelli chiamati alla stessa nostra comunità concreta: quelli con cui cammini sul sentiero stretto della conversione dove matura la fede, e sono spesso insopportabili, pieni di difetti e fragilità, esattamente come te e come me. Ma "tra noi" c'è qualcosa che il mondo non conosce: la misericordia che appare in Cristo inginocchiato dinanzi a noi per lavarci i piedi e perdonarci ogni peccato. Lui si è fatto "l'ultimo e il servo di tutti" per "riscattarci" dall'egoismo. Non c'era altra via e Lui l'ha percorsa, sino all'ultimo nostro peccato. Chi sperimenta il suo amore infinito ha uno sguardo nuovo sulle cose e le persone, perché ha cambiato mentalità; è incapace di "dominare" gli altri, nonostante sia tentato a farlo dai rantoli dell'uomo vecchio; sa che è stolto "esercitare il potere" sulle situazioni, perché "non così" è stato amato e liberato. "Non così" ha conosciuto la vera felicità. E' stato chiamato, infatti, gratuitamente e inaspettatamente come Giacomo sulle rive della sua grigia routine, laddove ha cercato inutilmente senso e gioia per la propria vita. Per questo lascerà quelle reti infruttuose e il padre della carne sterile, per seguire una speranza così diversa da ogni altra, come il Cielo e l'infinito fatti carne in un amore che lo ha accolto esattamente come è, senza altre condizioni se non quella di lasciarsi amare, cioè di seguire le orme di quell'unico Uomo capace di amare così. Rigenerato dalla compagnia e dall'amicizia di Gesù, ne sarà così intimamente unito da lasciarsi crocifiggere con Lui, prendendo con lo stesso amore l'ultimo posto dove "servire" marito, moglie, figli, fidanzato, collega, anche e soprattutto il nemico. Siamo rinati nel battesimo per non vivere più seguendo i desideri della nostra "madre" nella carne, ma per "servire" ogni uomo, nella nuova natura che la "madre" Chiesa ci ha donato, e che continua ad alimentare con la Parola e i sacramenti perché diventi adulta e ci faccia finalmente liberi. Come Giacomo, infatti, attraverso la cura della Chiesa, sperimenteremo la Trasfigurazione del Signore che trasforma anche noi, pavidi e incoerenti, in apostoli capaci di pazienza nelle sofferenze e nelle persecuzioni; contempleremo in noi e nei fratelli il potere della Parola di Gesù, i suoi miracoli che scacciano i demoni, guariscono ogni infermità del cuore e risuscitano i morti a causa dei peccati; saremo condotti con Cristo al Getsemani, e lì - lo abbiamo di certo già sperimentato - ci addormenteremo oppressi dal sonno dell'uomo vecchio che sfugge responsabilità e sofferenze, e lo lasceremo di nuovo solo. Ma proprio grazie all'esperienza della nostra infinita debolezza, accettando la nostra totale impotenza, potremo accogliere l'obbedienza di Cristo che è il carattere inconfondibile di chi gli appartiene e vive per Lui e in Lui; la riceveremo immergendoci nelle acque della sua misericordia per rivestircene come l'abito nuziale, segno del dono e della liberazione da noi stessi e dal nostro sonno di paura di fronte alla Croce. Così risorti con Cristo, potremo essere colmati dallo Spirito Santo, nel quale vivere come "figli del tuono" che ha vinto la nostra morte per fare della nostra vita un prodigio che illumina le tenebre e scuote la terra nello zelo di "servire" ogni peccatore, i più piccoli e disprezzati nel mondo. Per questo, la nostra vita non può essere che quella di Cristo. Tutte le altre sono solo illusioni, fantasie gravide di sofferenza. Lasciamoci attirare nella sua intimità; camminiamo stretti a Lui, sulla via che ci conduce al vero, al bello e al buono. La via stretta e dolorosa della storia pregna del suo amore, orientata e sicura verso il suo Regno dove vivremo la pienezza del suo amore, la patria eterna per la quale siamo nati e alla quale siamo chiamati a condurre il mondo. Forse non saremo inviati in Spagna come Giacomo, ma di certo sino agli estremi confini della terra e della vita di chi ci è accanto, per scendere al fondo di ogni sofferenza e caricarci di ogni peccato, nel martirio dell'amore autentico. Certo, soffriremo delusioni e fallimenti come l'apostolo ha patito l'insuccesso della sua predicazione. Ma apparirà anche a noi la Vergine Maria, sul pilastro della Croce come apparve a Giacomo in quel di Saragozza: coraggio, non siamo soli nella missione che ci è affidata! La Chiesa nostra madre è con noi, ci accompagna, ci consola, ci istruisce e ci nutre, perché il nostro pellegrinaggio terreno, tra casa, ufficio, scuola e fatica e sofferenze, sia un passaggio beneficante per ogni uomo.















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