Martedì della III settimana del Tempo di Pasqua. Commento audio



Martedì della III settimana del Tempo di Pasqua


Andiamo a Cristo, unico Pane della Vita




αποφθεγμα Apoftegma

Rabban Shimon ben Gamliel diceva: 
Vieni e guarda come sono cari i figli di Israele al Santo Benedetto Egli Sia, 
tanto che ha cambiato per loro l’Opera della Creazione: 
ha fatto diventare per loro 
i superiori inferiori e 
gli inferiori superiori’. 
In passato il pane saliva dalla terra e la rugiada scendeva dal cielo, 
ed ora è sceso il pane dal cielo e la rugiada è salita dalla terra!’ 

Midrash Tanchumà 





Dio ci ama, ci dona ogni giorno il suo Figlio come “pane” da mangiare. Ce lo dona “dal Cielo”, e fin qui tutto a posto, rientra nei nostri schemi, anzi sembra rispondere alle nostre aspettative, tali come si sono andate formando in noi durante gli anni. Esattamente come quelle degli interlocutori di Gesù, che avevano maturato un’esperienza inossidabile ancorata nella Pasqua. Sappiamo che quando dicono “i nostri padri” intendono includere anche se stessi, perché per Israele il memoriale è un’autentica attualizzazione dell’esperienza fatta dai padri.

Allora, quando dicono “i nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo” è come se affermassero che, nel memoriale celebrato, lo hanno ricevuto anche loro. Più o meno, le parole che rivolgono a Gesù potrebbero essere lette così: “anche noi eravamo nel deserto con i nostri padri, e sappiamo che Mosè ha compiuto il segno della manna dal Cielo. Per questo ci aspettiamo che il Messia faccia di nuovo quel “segno” per certificare che, come è stato con Mosè, così Dio è anche con lui, che cioè è proprio l’inviato di Dio. Non può essere diversamente, la nostra esperienza, la tradizione e la liturgia ci hanno insegnato questo”. E infatti, secondo la tradizione rabbinica il dono della manna era atteso dal Messia: “Come il primo redentore (Mosè) fece scendere la manna… così anche l’ultimo redentore far ascendere la manna” (Midrash a Qoelet, 1,9). 
 
Questo per capire la richiesta che fanno a Gesù e che sembra paradossale: per credergli chiedono un segno proprio dopo che ne aveva fatto uno che richiamava inequivocabilmente quello fatto da Mosè. Andiamo avanti, e cerchiamo di capire: “E’ vero, ci troviamo davanti a un segno evidente, la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ma non ci basta, perché hai moltiplicato qualcosa che già c’era. Mosè, invece, ha fatto scendere dal Cielo “un pane” che non conoscevamo, al punto che l’abbiamo chiamato proprio “manna”, che significa “che cos’è questo”?  Puoi tu ripetere lo stesso “segno” di Mosè perché possiamo crederti? Puoi darci un pane dal Cielo anche tu?”.
 
Allo stesso modo anche noi, per “poter credere in Gesù”, per appoggiarci completamente a Lui, esigiamo un “segno” che risponda a quello che ci aspettiamo dal Messia. E siccome la nostra esperienza è proprio quella della moltiplicazione dei pani e dei pesci, cioè di essere stati saziati, esauditi in qualche cosa che avevamo chiesto, chiediamo a Gesù di continuare a ripetere quel “segno”. Uno, due o tre, non ci bastano, perché ogni giorno abbiamo fame. Non c’è niente da fare, stentiamo a credere, perché non abbiamo ancora gustato il “cibo incorruttibile” che Gesù vuole donarci. E’ di questo, infatti, che Egli parla rispondendo ai suoi interlocutori.
 
“Attenzione” gli dice, “con autorità vi annuncio la Verità: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero”. Anche la manna era un segno che si corrompeva, ve lo siete dimenticato? Ebbene, per credere al Messia vi accontentate di un cibo che perisce, capace di saziarvi un giorno solo? Per credere e compiere le opere di Dio, cioè opere di vita eterna, volete che un uomo come voi, come lo era stato Mosè, vi mostri lo stesso segno? Ma scusate, quel segno vi ha salvato? No, infatti dirà poi Gesù, quelli che l’hanno mangiato sono comunque morti. Perché anche se l’aveva dato Dio e non un uomo la manna non era il cibo “vero”, “rivelato”, “non più celato” come suggerisce l’originale greco.
 
Come “segno”, la manna nascondeva il significato che Gesù sta rivelando, e cioè che c’è un “pane vero”, come le “vere ricchezze” preparate per gli amministratori saggi, come la “vera luce” che illumina gli uomini. Vi sono infatti delle ricchezze che sono solo segno di quelle vere, alle quali non bisogna attaccarsi ma che si devono usare con sapienza per ottenere quelle vere; così come San Giovanni Battista era sì una luce, ma offerta come un “segno” di quella che sarebbe giunta e per la quale molti si sono rallegrati solo per un breve spazio di tempo, mentre bisognava seguirla per giungere a conoscere la Luce “vera”, ovvero Gesù Cristo il Messia.
 
Gesù dunque afferma di nuovo che il miracolo che aveva appena compiuto, come la manna, non è il pane “vero” e “incorruttibile”, perché solo su di esso Dio ha messo la sua “sphragis”, il suo sigillo. Anticamente con questo termine “si indicava sia lo strumento con cui si imprimeva un segno, sia l’impronta stessa impressa con questo. Il termine designava i sigilli che servivano ad imprimere un marchio nella cera. Ma più in particolare era il marchio con cui un proprietario segnava gli oggetti di sua appartenenza... La “sphragis” era anche segno di protezione” (J Danielou, Bibbia e Liturgia). Ciò significa che c’è un pane che presenta l’autenticazione di Dio e l’appartenenza a Lui. Un pane che reca l’impronta del Padre, proprio come leggiamo di Gesù nella lettera agli Ebrei: “Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”. Ecco, questo pane “vero”, ormai svelato, è proprio quel Gesù che parlava con quei giudei, e oggi parla a noi: “il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”.
 
Per questo Gesù dice che anche la manna non era stata data da un uomo, ma da Dio: un uomo non avrebbe potuto dare la vita per “non avere più fame”, per quanto Mosè fosse stato l’uomo più mite della terra; per donare questo “pane vero” era necessario l’autore della vita, cioè Dio stesso. Era necessario che Dio si facesse uomo conservando la natura divina, e così farsi “pane della vita” per donarsi a tutti e saziare per sempre la fame di ogni uomo. Era dunque inevitabile che Dio superasse ogni aspettativa del popolo ebreo, anche la loro immagine del Messia che attendevano con ansia infinita. Doveva, infatti, superare il bisogno della carne di saziarsi ogni giorno, guarendo alla radice il cuore dell’uomo. E per farlo c’era un solo modo: “discendere dal Cielo” e farsi pane capace di riempire il cuore dell’uomo, svuotato, a causa dall’inganno del demonio, della vita divina che Dio creandolo gli aveva donato.
 
Ora comprendiamo perché anche oggi il Signore ci inviti ad “andare a Lui” e a “credere in Lui”: per saziare la nostra fame di vita, per dissetare il nostro cuore arido perché sprovvisto dell’amore che ci fa capaci di donarci. Per donarci il “pane vero” che viene direttamente da Dio, quello che ogni “segno” che Egli ha deposto nella nostra vita ci ha annunciato. Coraggio allora, è arrivato il momento di avvicinarci con piena fiducia a Cristo attraverso la Chiesa, e ricevere da Lui il “pane della vita”, per amare finalmente, senza limiti, senza paura, gratuitamente e nella libertà.
 
Chi si nutre di Cristo, chi lo ascolta nella predicazione, chi lo riceve nelle specie eucaristiche, chi si accosta al suo perdono nel sacramento della confessione, chi cammina con il suo Corpo che è la comunità cristiana, può amare senza esigere che Dio si manifesti secondo le proprie aspettative, ma lasciandosi sorprendere da un “pane” sconosciuto. Chi si unisce intimamente a Cristo, infatti, ama entrando nelle sorprese e nell’ignoto che la storia e le persone presentano, senza la pretesa di voler capire e gestire le situazioni obbligandole a essere quello che la propria carne vorrebbe.
 
E’ fantastico quello che Dio vuole donarci in Cristo: amare in pienezza, scoprendo il suo “sigillo” in ogni istante e in ogni fratello. Amare facendoci interpellare e mettere in gioco da chi e da che cosa ci è dinanzi; l'amore, infatti, è l'unico che ci può far uscire da noi stessi, disposti a perdere qualcosa, o molto, o tutto di noi, perché sia affermato l'altro. Egli, infatti, è come la manna che Dio ha donato al suo popolo e che il Popolo non sapeva che cosa fosse. I rimproveri che oggi tua moglie ti farà, l'atteggiamento urticante di tuo figlio, i gesti e le parole che ti attendono sono come uno strato di rugiada che ogni giorno Dio depone dinanzi a te. Quando essa evapora appare qualcosa che in essa era celato, come la brina sulla terra, e non sai che cosa sia. 

Chi ama sa porsi le domande, e cerca di "vedere" oltre le apparenze. Chi ama non si muove mai in automatico, si chiede sempre "Cos'è quello?": perché mi parlano così? Perché si comportano in questo modo? Che è come chiedere a Dio di svelare ancora il pane della vita nascosto nella storia. Per questo occorre l'umiltà di chi, nel deserto, ha fame ma non ha nulla da mangiare, e ha imparato che proprio lì si vive solo della Parola che esce dalla bocca di Dio.

La manna, quindi, era la pedagogia di Dio che spingeva il popolo a uscire fuori dall'accampamento per imparare a chiedersi che cosa fosse quel cibo; era l'alimento dell'uomo libero, da se stesso e dal faraone, il demonio che obbliga tutti a ripetere gli stessi peccati figli della superbia. La manna guariva la mormorazione come una rugiada di misericordia, l'unica capace di attirare l'uomo nella libertà dell'amore. 
 
Per questo il Signore viene anche oggi per destarci alle domande che abbiamo smesso di porci. Il "segno" che cerchiamo con la nostra ragione macchiata dall'inganno del demonio è già dinanzi a noi! E' Cristo risuscitato che "discende dal Cielo" come la rugiada del mattino di Pasqua; è Lui la manna che non conosciamo, il Pane della Vita. Ma non solo, Gesù, il pane "vero" si cela nei fatti e nelle persone della nostra storia, che divengono così il dono che Dio depone sulla soglia del nostro cuore per offrirci la stessa occasione di accogliere la misericordia che fu offerta al popolo.

In ogni parola e gesto degli altri vi sono il profumo e il sapore di Cristo, adeguati al gusto di ciascuno, come dice il Libro della Sapienza a proposito della manna. Ogni giorno l'alimento giusto e adatto che ci nutre e ci fa crescere a immagine e somiglianza di Dio. Per questo, insieme ai giudei, siamo chiamati a pregare implorando che il Signore “ci dia sempre questo pane", l'unico che ci sazia perché realizza in noi la volontà d'amore nella quale siamo stati creati.
 
Solo la fede che cresce e si rinnova in un continuo “andare a Cristo” ci fa capaci di accogliere quello che realmente il nostro cuore desidera. "Sempre", perché ogni giorno è diverso, ogni istante la persona che ci è vicino cambia, e occorre uscire da se stessi per amarla ed entrare nella storia; uscire da se stessi per andare a Cristo, "il pane della vita", perché solo "chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete"; chi lo accoglie si nutrirà del suo amore e in Lui amerà, e non avrà più fame dell'affetto dell'altro e sete di prestigio, denaro e potere.

Questo è l'Eucaristia, il "cibo dei forti", ovvero dei sapienti che ruminano e studiano la Torah scritta e orale, di coloro che "credono" perché ascoltano la Parola proclamata e predicata, e "vanno" verso di essa che si fa "carne" nella storia e nel prossimo: "Il nostro atto di santità più grande è proprio nella carne del fratello e nella carne di Gesù Cristo. L’atto di santità di oggi, nostro, qui, nell’altare, è non vergognarci della carne di Cristo che viene oggi qui! È il mistero del Corpo e del Sangue di Cristo. È andare a dividere il pane con quelli che non possono darci niente in contraccambio: quello è non vergognarsi della carne!" (Papa Francesco).
 

Siamo chiamati a uscire dall'accampamento, sorgendo dalla tenda dove a Shabbat - il giorno del riposo - ci siamo nutriti della sovrabbondanza. Ecco “il segno” che Gesù aveva mostrato: la moltiplicazione dei pani era quello della manna che il popolo raccoglieva in razione doppia il giorno di venerdì e che introduce nello shabbat, il giorno dove si sta "seduti" e non si fa nulla, nel quale l'unica opera consentita è la "fede", ovvero accogliere l'amore nel giorno che unisce il Cielo alla terra, nella Pasqua che ci sazia della vita che non muore. E dopo esserci nutriti del pane della vita nella comunità, potremo "uscire" anche noi dalla tenda per andare "a Cristo", cioè verso i fratelli, sino al giorno in cui entreremo nella Terra Promessa, nel Cielo, dove cesserà anche la manna, e Gesù sarà tutto in tutti. 





Lunedì della III settimana del Tempo di Pasqua. Commento audio



Lunedì della III settimana del Tempo di Pasqua



Cristo, l'unico cibo che non perisce


αποφθεγμα Apoftegma
O Divino Maestro,
che io non cerchi tanto di essere consolato quanto di consolare.
Non di essere compreso quanto di comprendere.
Non di essere amato, quanto di amare.
Infatti: donando si riceve.
Dimenticandosi si trova comprensione.
Perdonando si è perdonati.
Morendo si risuscita alla vera Vita.
San Francesco d’Assisi


Ecco un altro lunedì e ci accade come alla "folla" che aveva appena goduto della moltiplicazione dei pani e di Gesù: "abbiamo mangiato, ci siamo saziati" e ci è sembrato il Paradiso! E sì che lo era, lì, seduti finalmente, riposando da tanti inutili sforzi. Qualcuno ci aveva sfamato, di più, "saziato", ma ora sentiamo che anche quella sovrabbondanza non ci basta, tremiamo al pensiero della settimana che ci attende, le relazioni, gli impegni, la famiglia, il lavoro, la salute. Ma come è possibile digerire così in fretta i miracoli di Gesù? Sembra che non siano neanche passati al nostro cuore e alla nostra mente nutrendoli almeno per qualche giorno di autonomia... 

E' possibile eccome, perché nel profondo siamo avidi e avari insaziabili, che, per San Paolo, è sinonimo di idolatria. Abbiamo fatto immediatamente un idolo di "quei pani" e di Colui che ce li aveva dati. E' successo che "non abbiamo seguito il Signore perché abbiamo visto i segni" ma per riempire la pancia, e siamo rimasti schiacciati nella folla anonima, confusi nei pensieri e nei desideri mondani, perdendo la nostra identità. 

Sì, anche i doni di Dio possono corrompersi e corromperci; è Gesù che lo dice, riferendosi ai "pani" che Lui stesso aveva moltiplicato e distribuito. I segni non sono il senso della nostra vita, indicano il cammino per scoprirlo e accoglierlo. Fare del matrimonio, dei figli, dell'essere prete, della missione, degli amici, del fidanzato, dello studio, del lavoro, il fine e il centro della nostra vita, significa strumentalizzare e pervertire le opere di Dio. Significa idolatrare un segno a scapito del significato

Infatti, come la "folla", anche noi chiediamo sempre "quando" e mai "perché?". Non ci interessa capire ma sapere, perché viviamo come in un immenso gossip, fermandoci sulla foto, la chiacchiera bisbigliata, il post sul "social". Approfondire, mai. Invece di chiedere "quando" per curiosità, avrebbero dovuto chiedere: "Signore perché te ne sei andato? Sapevi che avremmo avuto di nuovo fame, per caso ci stai dicendo qualcosa?". Gesù, infatti, non si ferma mai dopo un miracolo, ma parte, si nasconde perché non lo ""facciano re, sfugge all'idolatria, va in un altra città, perché tutta la sua vita è una profezia del cammino di ogni cristiano. I suoi gesti annunciano il più in là dove ci chiama a seguirlo. Anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci, pur saziando la fame di quel momento, era un tiro di fionda puntato sul Cielo. 

I "segni" che Dio depone nella nostra vita sono il suo profumo sparso per indicarci la via da seguire, un assaggio del banchetto che ci ha preparato. Ma, insipienti e stolti come siamo, vorremmo fermarci agli aperitivi e agli antipasti; ingordi ci abbuffiamo di tartine e non abbiamo più spazio per i primi, i secondi, i dessert. Ci fermiamo sulla soglia del Cielo confondendolo con qualche millimetro di terraI miracoli con cui il Signore moltiplica la nostra vita sono solo la porta a qualcosa di infinitamente più grande che è l'incontro decisivo con Cristo. E' Lui il cibo che non perisce, è Lui il nostro desiderio più profondo. E' Lui la "via" alla "verità" che genera in noi la "vita".

Per questo oggi ci invita a "procurarci il cibo che non si corrompe". Ma se non è il miracolo che fa presente il suo potere soprannaturale, qual'è questo cibo incorruttibile? E' Lui, il pane che sazia la vita di ogni uomo. E come posso "procurarmelo"? Cercando Gesù con un cuore purificato. Accettando che Lui non è dove io credo debba stare, e quindi accettando di camminare dietro a Lui, uscendo ogni istante da me stesso, per trovarlo nella Pasqua, nel passaggio che strappa la nostra vita alla corruzione; in un cammino di ogni giorno sulle strade della conversione verso una fede adulta. 

Per questo, come ha fatto con i discepoli lasciandoli entrare da soli nella notte e delle difficoltà, non si lascia afferrare dal nostro cuore idolatrico, e, lasciandoci sempre di nuovo affamati del cibo che sazia il ventre, ci obbliga a scoprire che la nostra fame autentica è quella di essere in Lui come Lui, l'ardente bisogno di donarsi e non di offrire a noi stessi la vita, le persone e le cose. 

Lui va oltre per introdurci nell'al di là che ci attende nella storia e nelle persone, nel compimento vero della nostra vita, che è trascenderci, donarci a chi ci è accanto uscendo da noi stessi. Di questo sono stati "segno" i pani che ci ha donato moltiplicati. Noi trasformati in pane che sazia, nello stesso alimento incorruttibile di cui ci nutriamo, Cristo, e del suo amore più forte della morte e della paura. Amare come siamo amati è l'unico cibo capace di sfamarci e realizzarci. Come Lui e con Lui sempre più in là, a Cafarnao, e poi ovunque e per chiunque abbia fame di Lui. 

Il "cibo che non perisce", dunque, è quello che reca il sigillo del Padre, la denominazione di origine controllata e garantita di un'opera destinata all'eternità. Il suo amore, che offre se stesso in tutto e nulla offre a se stesso. Il "cibo che non perisce" è lo stesso alimento di Cristo, fare la volontà di Colui che lo ha inviato e compiere la sua opera: offrire la propria vita, passare attraverso la grande tribolazione della Croce, perché anche al nemico siano spalancate le porte del Cielo. Sulla volontà di Dio, infatti, non c'è data di scadenza, punta diritta alla vita eterna.


Siamo dunque chiamati a rispettare la dignità e l'unicità di tutti, la libertà e la santità di cui sono "segno"; a saper fermarsi e lasciare che gli altri "si ritirino", sfuggano alla nostra concupiscenza, impedendoci di "farli re" della nostra vita, che poi è un modo per appropriarci degli altri, ingannati da pseudo-sentimenti che sono solo egoismo infantile con conseguenze devastanti, tra sessualità perversa e degradante, gelosie, compromessi. 

Ma attenzione, nelle parole di Gesù non vi è traccia di moralismo, non esigono alcuno sforzo, anzi. Continua a dirci di aprirgli il nostro cuore e "sederci" a mensa nella comunità cristiana, lasciando che sia Lui a servirci, giorno per giorno, istante per istante, attraverso i suoi apostoli; solo così potremo accogliere il dono della sua carne e del suo sangue perché sia Lui a vivere in noi e non più il nostro uomo vecchio che si "corrompe" dietro alle passioni ingannatrici. 

Coraggio allora, perché il Signore vuole "donarci" questo cibo, una vita libera, autentica, bella, santa, che non subisce corruzione, pur crocifissa nella precarietà e nel dolore. Donandoci Egli stesso come alimento, Gesù ci consegna, compiuta, la vita celeste, capace di consegnarsi con Lui nel Getsemani. E' questo il luogo, il "dove" è possibile incontrarlo, la soglia che si schiude ogni giorno per passare alla Croce, alla morte e alla resurrezione; il Getsemani dove "vedere i segni" della volontà di Dio incastonati negli eventi e nelle persone; solo su di essa, infatti, scende lo Spirito Santo, il "sigillo di Dio", il soffio di vita eterna che rivela il "marchio di fabbrica", sulle "opere" fatte in Cristo. 

Per questo, dopo esserci consegnati al Padre in Cristo, ogni pensiero, parola, gesto e sofferenza offerti per amore sono immediatamente trascritti in Cielo: il "cibo che non si corrompe" è dunque ogni aspetto della nostra vita crocifissa in Cristo, destinata a risplendere per l'eternità. Anche le cose ripetute, anche quelle alla carne insignificanti e dolorose divengono il "segno" dell'incorruttibile che ha assorbito il corruttibile, perché può donare se stesso solo chi non teme di esaurire le scorte, solo chi ha vita sovrabbondante dentro.

Allora stirare quella camicia è un cibo incorruttibile! In Cielo vedrai segnato con caratteri indelebili quell'istante agli occhi della carne così banale: quando prendi il ferro e hai messo la camicia sul tavolo da stiro. Ecco "quando" Cristo è passato a Cafarnao! Nell'istante in cui si è offerto per ogni uomo. Ecco questa settimana che ci attende, e quelle che verranno; ecco i milioni di "quando" che ci aspettano per andare, in segreto, a Cafarnao, attirando dietro a noi una folla disorientata e ancora schiacciata sulla carne. 

Stira le camice allora, studia quella materia insopportabile, sbriga quella pratica frustrante, accetta la solitudine e i limiti della vecchiaia, abbraccia i dolori della malattia, sono il "cibo che non perisce" perché proprio su questi fatti, sulle relazioni difficili, su questa settimana che ti aspetta sicuramente segnata dalla Croce, il Padre ha messo il "sigillo" del suo Spirito, il soffio del suo respiro eterno, la vita che non muore. Perché proprio lì, c'è Cristo che ti ha preceduto alla tua Cafarnao di oggi e di domani, sino all'ultima preparata per te in Cielo. 

Non si tratta dunque di "dover fare" qualcosa di straordinario "per compiere chissà quali opere", perché l'unica "opera di Dio" è la fede, cioè accogliere in noi "l'opera" divina che strappa alla corruzione le nostre relazioni e attività di ogni giorno; "appoggiarci" cioè a Cristo, per seguirlo a Cafarnao, dove compiere con Lui la volontà del Padre. Abbandonare la nostra vita all'amore di Dio rivelato in Cristo Gesù, consegnandoci così come siamo a Lui che si consegna a noi, perché l'unica vita che non perisce è proprio quella perduta per amore.