Giovedì della XXI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio






Giovedì della XXI settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Poiché questa notte luminosa 
in cui lo splendore delle fiaccole si confonde coi raggi del sol levante, 
diventa un giorno continuo, 
non più frammezzato dalle tenebre, 
comprendiamo fratelli come si avveri in essa la profezia che dice: 
È questo il giorno fatto dal Signore”. 

Gregorio di Nissa









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 24,42-51

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. 
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».



DESTATI DALL'AMORE PER NASCERE OGNI GIORNO NELLA VITA NUOVA CHE CI CONSEGNA AL FRATELLO


"Vegliare, stare pronti": con la parabola di oggi il Signore ci svela quale sia l"agire" dei cristiani, il loro atteggiamento fondamentale nella vita. Che significa? Non dormire? Non proprio, visto che nella parabola delle dieci vergini si addormentano tutte. E' qualcosa di più profondo, e dobbiamo andare al Cantico dei Cantici: "Quando dormivo ma il mio cuore vegliava". Ecco, la Chiesa è l'amata che attende l'Amato. "Vegliare" è attendere il Signore, istante dopo istante. Il "cuore" che "veglia", infatti, è un cuore innamorato. E' l'intimo di chi ha conosciuto l'amore di Cristo che guarda sempre la sua amata come "la sua perfetta", anche se è un cumulo di difetti e peccati. E lì, nel cuore, decide il bene, desidera compiere la volontà di Dio, per questo "veglia" in attesa dell'occasione per unirsi a Lui; è sempre "pronto" a salire sulla Croce che la storia gli presenta, perché vi riconosce il letto d'amore dove consumare le nozze con lo Sposo. Chi "agisce così" nel cuore è un "servo prudente e fidato" perché non ha altro pensiero che Cristo, il "suo Signore". Ma Gesù è davvero il mio Signore? E' il Signore "nostro", della nostra comunità, della nostra parrocchia? Oppure è un "ladro" che viene a prendere ciò che è mio? "Cerchiamo di capire questo": se qualcuno ti chiede un briciolo del tuo tempo così prezioso? Non diciamo se ti chiede un prestito di denaro, o la macchina... E se ti trovi investito da un'ingiustizia, se scopri di essere malato, se tuo figlio è aggredito dalla leucemia? Non è proprio questo che attendi oggi, vero? Non per questo "vegli" e ti "tieni pronto"... Chiedi a tua figlia che cosa o chi stia aspettando. Ammesso che riesca ad alzare lo sguardo dal cellulare, ti guarderà stralunata, come uscendo da un sogno, e i suoi occhi ti pianteranno in faccia un bel: "ma che stai a dì"? Non ci ha mai pensato, non è un problema suo. Lei vive questo attimo totalizzante, fatto di presenze, parole, immagini virtuali, fuori dal tempo e dallo spazio. Per questo non può soffrire, non può sacrificarsi; per questo non studia, non aiuta in casa, non si accorge e non si preoccupa di ciò che le accade a cinque centimetri. E' un'egoista totale, strangolata dall'io e dai suoi capricci, perché il demonio, attraverso il mondo che frequenta, le ha stretto le mani al collo, senza che se ne accorgesse, facendola precipitare in una "notte" senza luce. E' diventata una "figlia delle tenebre", cioè come un "padrone di casa" che "non sa a quale ora della notte viene il ladro" e per questo scivola superficialmente sui giorni. Il demonio, infatti, l'ha convinta che non c'è nessun "ladro" di cui aver paura, perché, essendo dio, ha la sua vita nelle mani e nessuno potrà strappargliela. Proprio come il Libro della Sapienza (cap. 17; leggilo qui) descrive gli egiziani nella notte della Pasqua. Tua figlia, come te e me, come questa generazione, siamo tutti idolatri e adulteri, "tutti legati dalla stessa catena di tenebre", e per questo "intorpiditi da un medesimo sonno"; "credendo di restar nascosti con i nostri peccati segreti, sotto il velo opaco dell'oblio, siamo stati "colpiti da spavento terribile e agitati da fantasmi mostruosi, paralizzati per l'abbattimento dell'anima". Così, "sorpresi" dagli eventi della storia, "cadiamo sotto la necessità ineluttabile". Sì, quando arriva il "ladro" non possiamo far nulla, solo imprecare e maledire, deprimerci e cercare di sfuggire spaventati, oppressi dall'ineluttabilità che ci perseguita ovunque. Per questo arriviamo anche a "percuotere i nostri compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi". La paura genera sempre l'impazienza. Attento con tuo figlio, attento; senza accorgertene stai covando un mostro di egoismo: non lasciarlo in preda della "notte" con la sola luce del display del suo smartphone. Infilato nella rete virtuale alla fine crederà che tutto nella vita è a portata di touch... E quando scoprirà che non è così non farà altro che bastonare gli amici, esigere da loro che nutrano il suo orgoglio, e di drogherà, berrà, passerà da un letto all'altro, senza saziarsi mai. Come anche noi, che, frustrate le nostre concupiscenze mascherate da belle speranze, "pensiamo nel cuore che Egli stia ritardando", che non gli importa di noi, e per questo abbiamo smesso di "vegliare". 

Ma fratelli, quella stessa "notte" che ha atterrito gli egiziani, è la "notte in cui Dio ha liberato i figli di Israele nostri padri, dalla schiavitù dell’Egitto e li ha fatti passare illesi attraverso il Mar Rosso. E' la notte che salva su tutta la terra i credenti in Cristo dall’oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo, li consacra nell’amore del Padre e li unisce nella comunione dei santi. Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte risorge vincitore dal sepolcro" (Exultet di Pasqua). La "notte" nella quale ci siamo infilati sedotti dal principe delle tenebre è quella nella quale il nostro uomo vecchio schiavo in Egitto precipita nel mare del battesimo insieme ai cavalli e ai cavalieri del faraone. Questa "notte" è quella in cui Dio lo "punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti": coraggio, perché se davvero lo desideriamo, quel peccato che ci ha incatenato all'infedeltà e alla stoltezza sarò gettato dove "sarà pianto e stridore di denti", e, come gli egiziani affogati nel mare, "non lo rivedremo mai più". Questa "notte" che ci ha risucchiato nella paura della morte che abbiamo cercato di far tacere addormentandoci nei peccati è la "notte beata" che ha "meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi". Oggi possiamo sperimentare "il santo mistero di questa notte" che "sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti". Tutto questo significa lasciare che il Mistero Pasquale del Signore giunga di nuovo a noi attraverso la Chiesa; ascoltare questa Parola come una Buona Notizia che mi riguarda, accogliendola nel cuore perché abbia il potere di compiere ciò che annuncia; accostarci ai sacramenti che realizzano in noi il Mistero che trasforma la "notte" di morte in un'alba di luce che non muore, che fa di un "figlio delle tenebre" oppresso dal sonno del cuore, un "figlio della luce" innamorato dello Sposo che attende con perseveranza. Fratelli, la "notte" nella quale stiamo vivendo è la "notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore" sulla Croce gloriosa del suo Figlio diletto. E' la "notte" che ci desta dal sonno della morte e ci fa "beati", perché il Vangelo oggi ci dice che la "beatitudine" consiste nel "vegliare", "agendo" con "prudenza e fedeltà", cioè con sapienza e amore, adempiendo l'"incarico" che è stato affidato. Allora, accogliamo oggi Cristo, lo Sposo che per noi si è fatto "servo fedele e prudente" "spogliando se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome... e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Kyrios, il Signore, a gloria di Dio Padre".  "Servo" e "Signore" sono proprio i due termini che appaiono nel Vangelo di oggi: chi ha sperimentato l'amore sino alla fine del "Servo" che, chinandosi sin dentro la propria "notte" lo ha innalzato con Lui nella sua Signoria, seguirà nella sua vita le sue orme. Sarà cioè un "servo" che "obbedirà" ed entrerà "umilmente" nella "morte di croce" che la storia gli presenterà. Così, e solo così, anche noi parteciperemo della Signoria di Cristo, saremo cioè "kyrios", "signori" che hanno in sè il potere di consegnare la propria vita come "cibo".  Fratelli, la vita ci è data come un "incarico" d'amore con il quale dare pienezza e compimento al tempo. Ci hai mai pensato? L'amore è un incarico che si realizza distendendo le braccia sulla Croce; solo così potremo unirci al "Servo", accogliere in noi la sua vita, e così, risorti, siamo "messi a capo dei domestici del Signore per dare loro il cibo a suo tempo", esattamente come è accaduto, guarda caso sul far della notte, quando Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci. L'amore ci trasforma in "servi" che "moltiplicano" l'amore riversato in loro perché divenga "cibo" da dare ai "domestici", cioè alle persone affidate a ciascuno di noi. C'è un "tempo" favorevole per donare se stessi, un "kairos" che solo un cuore innamorato sa discernere, perché l'amore è riversato in esso per mezzo dello Spirito Santo che fiuta nelle persone e negli eventi il profumo di Cristo. Per questo Gesù dice che tornerà "quando meno ce lo aspettiamo": è tipico dello Sposo che vuole accendere, far crescere e tenere vivo in noi l'amore. Il "cuore" della sposa, infatti, "veglia" anche "mentre dorme". Per divenire "servi prudenti e fedeli" dobbiamo camminare dietro a Cristo come la Sposa del Cantico dei Cantici: imparare a udire il "Diletto che bussa", che "mette la mano nel chiavistello della porta" del nostro cuore; sentire "palpitare le viscere", la sede dell'angoscia e della compassione, e "alzarsi per aprire all'Amato" e sentire le "mani impregnarsi di mirra", quella di prima qualità con la quale fu unto il corpo di Gesù; sì, dobbiamo sperimentare il suo amore crocifisso per noi sino a che esso fluisca sulle nostre mani schiudendole ai chiodi che la storia ci prepara. Dobbiamo crescere nella fede fratelli, e si cresce solo camminando sulle orme dell'Amato, sino ad "incontrarlo e a non lasciarlo mai" più nelle nozze eterne con Lui. E' il destino che ci attende in Cielo e che cominciamo a pregustare sulla terra, ovvero la "beatitudine" celeste dell'"amministratore di tutti i suoi beni", partecipando cioè della sua vita immortale. 


DI SEGUITO UN ALTRO COMMENTO

24 Agosto. San Bartolomeo Apostolo. Commento audio







24 Agosto. San Bartolomeo Apostolo




αποφθεγμα Apoftegma

Nel nostro rapporto con Gesù non dobbiamo accontentarci delle sole parole. 
Filippo fa a Natanaele un invito significativo: "Vieni e vedi!". 
La nostra conoscenza di Gesù ha bisogno soprattutto di un’esperienza viva: 
la testimonianza altrui è certamente importante, 
poiché di norma tutta la nostra vita cristiana comincia 
con l’annuncio che giunge fino a noi ad opera di uno o più testimoni. 
Ma poi dobbiamo essere noi stessi 
a venir coinvolti personalmente in una relazione 
intima e profonda con Gesù.

Benedetto XVI










L'ANNUNCIO

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,45-51. 

Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret».
Natanaèle esclamò: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità».
Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».
Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!».
Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo». 









GESU' CI CONOSCE NELL'INTIMO AMANDO IN NOI LA SUA IMMAGINE PER RIDESTARLA E FARLA SPLENDERE DINANZI AL MONDO

"Come mi conosci?". Che non è solo chiedere a Gesù come faccia a conoscerci, ma è molto di più: in che modo mi conosci? "Come il Padre ha amato me anche io ho amato voi". C'è un "come" unico e irripetibile, la forma concreta con la quale il Signore ci ama. Ciascuno di noi è diverso, non vi è una persona identica all'altra; così, come seguendo il sentiero intricato delle nostre impronte digitali, Gesù ci ama. Si inerpica nelle asperità del carattere, scende nei precipizi dei cambi di umore, si ferma laddove cadiamo. Gesù ha amato Natanaele "vedendolo prima" di ogni altro. Così anche ciascuno di noi è amato da Lui in una forma originale, perché ci ha visto quando e dove nessuno poteva vederci. Ci ha visto ancor "prima di essere chiamati". Come accadde per Isaia, per Geremia e per San Paolo, Dio ci ha "conosciuti" perché i suoi occhi ci hanno "visto ancor prima" di essere formati nel grembo materno, quando eravamo ancora informi. Il suo amore precede ogni nostra scelta, ogni pensiero e ogni attitudine, ogni gesto buono o malvagio. Il suo amore non dipende da noi! Lui ci ha amati da sempre perché, come Natanaele, ci ha "visti senza falsità". Ma come, siamo falsi e ipocriti, sempre dissimulando la parte meno nobile di noi stessi... Siamo peccatori, e ogni peccato sorge dal demonio, il padre della menzogna, e il Signore ci "vede senza malizia"? Si, perché ci ha "visto prima", laddove siamo stati pensati e creati dal Padre. Ci ha "visti sotto il fico": è il luogo dove i rabbini studiavano la Torah; ma il fico, in Osea 9,10, era anche il simbolo di Israele. Israele, che significa forte con Dio, nasce sotto il fico, nell'ascolto e nell'accoglienza docile della Parola di Dio. Israele diviene esso stesso Parola, il segno della presenza di Dio nella storia. Tutti noi, dice San Giovanni, siamo stati creati per mezzo del Verbo - della Parola - e in Lui sussistiamo e ci muoviamo. Ecco, Gesù ha visto Natanaele mentre veniva creato, pensato e intessuto nel seno di sua madre, attraverso la forza della Parola. Natanaele è apparso ed è venuto al mondo ascoltando la Parola. Non può esserci malizia e falsità in chi è stato creato nella Parola della Verità. Poi è venuta la menzogna, certo, e il peccato originale. Ma ancor più in origine, per così dire, vi è la Torah che ha tratto Natanaele e ciascuno di noi alla vita. In questo istante Gesù lo ha visto e ci ha visto, "prima" di peccare, e "prima" anche di essere chiamato nella Chiesa, ad essere padre, madre, prete o suora; "prima" di qualsiasi chiamata vi è la Parola che ci ha creato: in quell'istante Gesù ha posato il suo sguardo su di noi e ci ha "giudicato" puri, senza il veleno della menzogna. E quello sguardo Gesù ha conservato sino ad oggi, nonostante i nostri peccati. Lui ci vede come nessuno può vederci, neanche nostra madre, nostro marito, nessuno. Per questo va alla ricerca della pecora perduta: perché per Gesù non esistono persone malvagie, da scartare, senza speranza. Ai suoi occhi e vi sono solo persone che hanno perduto la memoria della loro identità, della casa paterna, della Parola d'amore che le ha create. Esistono solo persone che" erano sotto il fico".


E' questa l'origine di ciascuno di noi, dove siamo stati guardati con amore da Dio. Ogni esperienza successiva ha graffiato questa primitiva, e il dolore forse ha contribuito all'oblio. Ma l'esperienza di come e da chi siamo stati amati e generati esiste, non è stata cancellata. Dentro di noi vi è come un'eco che risuona senza interruzione, ora più flebile, ora più veemente. Ma è proprio questa memoria che innerva le nostre giornate, e ci getta alla ricerca della nostra origine, in tutto quello che facciamo. Cerchiamo ovunque e in tutti l'amore che ci ha generato... Per questo Natanaele, anche se in un primo momento, all'udire di Gesù, oppone i criteri della carne, il frutto della propria esperienza, non rimane in essi. Si muove invece, accogliendo l'invito di Filippo. Qualcosa l'ha fatto oltrepassare la barriera della natura e lo ha sospinto ad "andare e vedere". Lo stesso può accadere per noi. Il desiderio di essere amati per quello che siamo ci sospinge sempre, ad "andare e vedere". Siamo un po' come giocatori di poker, e, per questo, molte volte siamo caduti nel bluff de demonio. Ma ancora una volta, oggi, il Signore viene alla nostra vita, attraverso un fratello, un catechista, un sacerdote, e ci annuncia il suo amore. Non dobbiamo far altro che obbedire e "andare e vedere". E' fondamentale l'andare: senza il movimento che ci fa uscire da noi stessi è impossibile poi vedere. E' necessario aprire il cuore, fosse anche di un millimetro, e muoversi per uscire dalle certezze, dal pensiero che "da Nazaret non può venire nulla di buono". Forse sino ad oggi non abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto; forse il matrimonio continua a far acqua; forse il figlio è andato solo peggiorando seguendo amicizie cattive; forse davvero oggi tutto ci dice che "da Nazaret non è mai venuto nulla di buono", perché Gesù o è sordo o è impotente dinanzi alle nostre sofferenze. Ma oggi il Signore viene di nuovo a sfiorare il profondo del nostro cuore, e il suo sguardo torna nella parte limpida e incontaminata della nostra anima. E  ci attira a Lui, a consegnare noi stessi al suo amore. Scopriremo che nessuno ci ha mai amato come Lui; "andando" verso di Lui, "vedremo" noi stessi come da Lui siamo guardati, e nulla potrà mai più essere come prima. Come è accaduto per Natanaele, sperimenteremo che, amati da sempre, è del tutto irrilevante stare a guardarci dentro cercando perché abbiamo peccato, da dove viene la nostra sofferenze o qual'è l'origine del nostro fallimento. Prima di tutto c'era il suo amore. Tornando ad esso, anche i peccati, i macelli, i fallimenti che gli sono successivi, acquistano una fisionomia diversa. Non sono altro che l'esperienza della vanità di tutto quello che non è figlio del suo amore. Vedremo, come Natanaele, "i cieli aperti" e "li angeli scendere e salire su Gesù". Ciò significa che i "cieli si aprono" per noi laddove incontriamo il Signore e sperimentiamo il suo amore infinito e "prima" di tutto; la terra dove abitiamo diviene allora, come fu per Giacobbe, un luogo santo e tutto - matrimonio, lavoro, malattie - acquista una luce nuova. In tutto possiamo vedere scendere  il Cielo e tutto salire nel Regno eterno. Tutta la nostra vita è una chiamata ad andare a vedere. Ci chiama la moglie quando è stanca e nervosa; ci chiama il marito depresso; ci chiama il figlio che va male a scuola; tutto ci chiama per farci uscire da noi stessi e andare per vedere l'amore di Dio che ci ha dato la vita. Questa è l'unica forma di vita senza malizia e falsità: rischiare ogni giorno il proprio "io" per vedere un Tu capace di colmare la propria vita, perché "Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama" (san Bernardo).









Martedì della XXI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio





Martedì della XXI settimana del Tempo Ordinario





αποφθεγμα Apoftegma

Finché l'anima non è interamente sua, 
sgombrata di tutto, egli non agisce in essa. 
Del resto, non so come potrebbe farlo, 
colui che ama tanto l'ordine perfetto. 
Se riempiamo il palazzo con gente volgare e ogni sorta di ninnoli, 
come il sovrano, con la sua corte, potrebbe trovarvi posto? 
È già molto che si degni di fermarsi qualche momento 
in mezzo a tanto ingombro.


Santa Teresa d'Avila






L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 23,23-26

In quel tempo, Gesù parlò dicendo: 
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».



Il "guai" che ci salva



“Guai” a noi! Come inizio di giornata non c’è male… L’espressione greca “ouai” deriva dal termine ebraico “hôi” con cui si esprime il lamento funebre. Gesù dunque, con amore e compassione, ci guarda nella nostra realtà. Non ci minaccia per intimorirci, ma, proprio all’inizio di un nuovo giorno, ci parla per destarci dalla morte causata dall’aver dimenticato il suo amore nella nostra vita.  “Guai a voi” perché avete dimenticato che “il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re di Egitto" (Dt 7,7ss). “Guai a voi” che, non "riconoscendo” più “che il Signore vostro Dio è Dio, il Dio fedele”, avete dimenticato “quello che il Signore tuo Dio fece al faraone e a tutti gli Egiziani”. “Guai a te” perché è tanto tempo che hai smesso di fare memoria “delle grandi prove che hai viste con gli occhi, dei segni, dei prodigi, della mano potente e del braccio teso, con cui il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire”. Infatti, proprio per vivere nella Grazia della libertà, il Signore ci ha comandato di fare dei segni concreti con cui destare la memoria dell’elezione e dell’amore di Dio in ogni circostanza della nostra vita. Allo stesso modo, gli ebrei erano tenuti a pagare la “decima” dei principali frutti della terra. Quella terra concreta nella quel vivevano e che li produceva era il segno della loro appartenenza a Dio. Era il la prova della gratuità del suo amore: bastava guardarla e sfiorarla per ricordare quella d’Egitto, impregnata di sangue e sudore, amara di schiavitù e infelicità. Viverci senza memoria significava violentarla e profanarla, come degli usurpatori. Perché questo non accadesse e far ritornare i figli di Israele alla gratuità si pagava la decima, che era come un sigillo d’amore posto su ogni frutto, impedendo così che esso diventasse il segno della propria forza. "Pagare la decima" era dunque un memoriale che annunciava la liturgia cristiana, soprattutto l’eucarestia: il corpo e sangue di Cristo sono la vera “decima”, il “rendimento di grazie” che offre la comunità dei riscattati dal peccato e dalla morte. Per liberarli, infatti, Gesù Cristo ha “pagato” sino all’ultimo spicciolo. Un cristiano sa che non avrebbe potuto “pagare” il prezzo del suo riscatto; vive nella terra promessa della vita nuova ricevuta gratuitamente come una veste immacolata. L'eucarestia a cui partecipa esprime il memoriale del Mistero Pasquale che lo ha salvato, lo rende attuale e per questo fa scaturire in ogni parola e gesto il rendimento di grazie. L’amore abbraccia ogni aspetto della sua vita, anche i dettagli più insignificanti, non "omettendo" nessuna occasione per lodare e amare.

Ecco il punto: “guai a te” che non vivi oggi nella gratitudine e nella benedizione, “conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti” (Ap. 3, 1-3). Ripensa ai sepolcri nei quali eri precipitato, e rispondi: saresti potuto uscire dal carcere "pagando la decima della menta, dell'anèto e del cumìno"? Impossibile vero? Eri rinchiuso lì proprio per scontare la giusta condanna per aver "trasgredito le prescrizioni più gravi della legge"... Eppure oggi, stoltamente, pensi che puoi rimettere ordine nella tua vita, in famiglia, al lavoro “pulendo l’esterno” con i tuoi sforzi e i tuoi criteri. Fratelli, il demonio ci inganna tutti erodendo la memoria dell’amore di Dio, che è il fondamento del cristianesimo, perché, abbassando la guardia, disperdiamo la Grazia. Per questo siamo “intemperanti”, incapaci cioè di entrare nell’umiliazione e nella sofferenza che suppone l’amore autentico. Continuiamo ad “ingoiare cammelli” mentre “filtriamo i moscerini”. Per gli ebrei il “cammello” era un animale immondo vietato da mangiare; per questo Gesù dice, metaforicamente, che quegli “scribi e i farisei ipocriti” si fissano sulle prescrizioni minori lasciando che il cuore si nutra di pensieri immondi e carnali, cioè provenienti dal demonio. Come accade a noi, che ci fissiamo nevroticamente e fobicamente sui difetti degli altri senza curarci del nostro cuore malato e perverso che sporca il nostro sguardo. I nostri, infatti, sono gli occhi di chi si crede un dio e, come quel fariseo salito al tempio a pregare, idolatra le proprie presunte opere buone frutto di sforzi e sacrifici, e per questo giudica, disprezza e si separa dal fratello, “trascurando” così “la giustizia, la misericordia e la fedeltà”. E questa è l'ipocrisia... Fratelli, se non vediamo più l’amore di Dio nella nostra vita, sbaglieremo le nostre scelte, dando importanza assoluta a ciò che, slegato dall'insieme, non ne ha. Faremo delle relazioni una coltivazione di nevrosi, e soffocheremo gli altri nella gelosia. Per questo esigiamo e non siamo mai soddisfatto. Decime da riscuotere ovunque e con chiunque, tasse a cui chiedere vita, prestigio, senso e identità. Allora, ha ragione Gesù a dirci: “guai a voi”? Sì, vero? E’ così, ci siamo svegliati pensando già a quale precetto inchiodare il marito, la moglie, i figli, i fratelli, i colleghi… Ma coraggio, accetta di essere un “fariseo cieco”, e lascia che Dio, attraverso la cura materna della Chiesa, “pulisca l’interno del bicchiere”. Non temere, il Signore non ti giudica, ti corregge perché ti ama! Con il suo “guai” pieno di compassione Gesù vuol scendere nelle profondità del tuo cuore malato di amnesia, per perdonare ogni peccato estirpandolo insieme alla malizia velenosa deposta dal demonio, e seminarvi la sua vita. Coraggio, ci è data una comunità dove gustare di nuovo, ogni giorno, le primizie della Terra Promessa, il latte e il miele dell’amore e della comunione. In essa possiamo “mangiare a sazietà e benedire il Signore Dio a causa del paese fertile che ci ha donato”. E imparare a non dimenticare i “portenti” dell’amore di Dio, camminando alla luce della parola di Dio e sotto la guida di pastori e catechisti, perché “il cuore non si inorgoglisca, pensando che la forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze” (cfr. Dt 8). 






QUI IL COMMENTO COMPLETO





Lunedì della XXI settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; 
affermare, credere, non però semplicemente a parole, 
che Lui solo guida veramente la nostra vita; 
vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, 
il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia.
Questo ha una conseguenza nella nostra vita: 
spogliarci dei tanti idoli piccoli o grandi che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, 
nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. 
Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; 
possono essere l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, 
il mettere al centro se stessi, 
la tendenza a prevalere sugli altri, 
la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, 
qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri. 

Papa Francesco





QUI IL FILE MP3 AUDIO DA SCARICARE 






L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 19,16-22.
Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». 
Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 
Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». 
Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». 
Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». 
Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze. 








CONSEGNATI ALL'UNICO BUONO CHE CI FA PERFETTI PER SEGUIRLO VERSO LA GERUSALEMME DEL COMPIMENTO

La vita ci è data per diventare "perfetti", e la "tristezza" incombe quando non riusciamo ad esserlo. Tutto ciò che è meno della perfezione non ci appaga, non ci realizza, non dà compimento ai nostri giorni; ci frustra e ci getta nel cinismo e nell'accidia, madri sempre incinta della tristezza. Non a caso il "tale" che si avvicina a Gesù è un "giovane". Se è lì davanti a Gesù, innanzitutto è perché, come ogni giovane, non sa cosa fare: se studiare o lavorare; che facoltà scegliere o dove presentare domanda di lavoro; se fidanzarsi o no con quel ragazzo; se sposarsi o aspettare; se dare ascolto a quella voce che sembra ti stia chiamando ad essere prete o suora, oppure non farci caso e metterla a tacere. In fondo, mentre tira su e arrotola la persiana dei pochi anni vissuti, il giovane chiede a Gesù se esiste qualcosa di buono per cui valga davvero la pena spendere la vita; una buona causa, un buon ideale, un buon motivo per fare e raggiungere l'eternità. Il professor Keating, protagonista del film L'attimo fuggente e modello per intere generazioni, avrebbe risposto al giovane: "Cogli l'attimo, cogli la rosa quand'è il momento". Perché il poeta usa questi versi? [...] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare: diventerà freddo e morirà. Adesso avvicinatevi tutti, e guardate questi visi del passato: li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati. Non sono molto diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli... pieni di ormoni come voi... e invincibili, come vi sentite voi... Il mondo è la loro ostrica, pensano di esser destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza: proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché vedete, questi ragazzi ora sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi! Ascoltate! Sentite? "Carpe", "Carpe diem", "Cogliete l'attimo, ragazzi", "Rendete straordinaria la vostra vita"!" (guarda il video e leggi alcuni commenti negli approfondimenti). Proprio quello che il giovane non è stato capace di fare. Come la maggior parte di noi, nonostante tanti anni passati in Chiesa... E sapete perché? "Perché aveva molte ricchezze". Attenzione, che qui stiamo scoprendo il filone di un giacimento d'oro, un tesoro capace di rivoltarti la vita come un calzino. E farla bella, così bella e straordinaria da lottare strenuamente per viverla istante dopo istante, cogliendone ogni attimo. Il giovane era già pieno; non aveva posto per quello che gli stava offrendo Gesù. Avrebbe dovuto disfarsene, ma non ce l'ha fatta. Esattamente come i giovani del professor Keating, da lui gonfiati di sogni per soddisfare se stessi; per saziarsi offrendo a se stessi ogni attimo, e quindi ogni pensiero, attività, persona, sino a suicidarsi; incapaci di reggere l'urto della Croce che è sempre l'altra faccia del peccato, che esiste, che lo si sogni o no... come esistono i limiti, i difetti, le difficoltà, e poi le regole per cercare di vivere un minimo decentemente. Chi è ingannato dalla menzogna demoniaca e si è lasciato sedurre dal sibilo del serpente così simile al ghigno ammiccante del professor Keating, non gusterà neanche un briciolo di vita, ma solo la morte, acida e terribile: "Quell'insegnante non ha dato una sola ragione, tutti erano commossi e tutti erano furibondi contro i genitori che avevano provocato indirettamente il suicidio del giovane mentre l'assassino era stato l'insegnante" (Don Giussani). Quel professore non ha dato ragione di quanto insegnava... Era vanità delle vanità, e un inseguire il vento... Era la felicità che si nutre dei progetti, dei sogni, e lascia sempre più vuoti, dissociati, paralizzati, incapaci di vivere pienamente la realtà. Come ciascuno di noi, che anche nel rapporto con Gesù, cerchiamo quel qualcosa in più che ci faccia raggiungere ciò che desideriamo: una formula, una regola da seguire, un talismano che ci sleghi dall'indecisione, ci liberi dalla precarietà e ci dia quello che pensiamo sia pace e felicità. Alcuni esegeti affermano che la parola "giovane" è un termine tecnico usato da Matteo per indicare i catecumeni. E che cos'è un giovane se non uno che ha bisogno di ascoltare la Parola di Dio per crescere e imparare? Egli è immagine degli ebrei che bussavano alle porte della Chiesa perché avevano creduto all'annuncio del Vangelo. Come la mattina di Pentecoste quando, dopo aver ascoltato il kerygma da San Pietro, la folla si "sentì trafiggere il cuore" e dissero: "che cosa dobbiamo fare, fratelli?". Il "giovane" ha creduto che Cristo è risorto, che non muore più, e desidera questa vita che ha visto crescere e cambiare l'esistenza ai cristiani. E' come se chiedesse: "che cosa devo fare perché la tua resurrezione sia anche la mia; perché io possa entrare nella tua vita, come i cristiani?". Però, da bravo giudeo, ha pensato che per diventare cristiano sarebbe stato necessario fare qualcosa di diverso e più "buono", forse compiere qualche comandamento in più dei suoi fratelli ebrei. Per un giudeo, infatti, il destino di un uomo dipende dalla sua obbedienza alla Legge. E Gesù non fa assolutamente nulla per smentire il cuore della spiritualità di Israele. Ma annuncia che Lui stesso è la Torah fatta carne e compiuta, chiamando il giovane a "seguirlo", cioè a obbedirgli. Ma per diventare "discepolo" di Gesù aveva un lungo cammino da fare; doveva prima "convertirsi", cambiare mentalità e vita, prendere tutti i suoi beni, darli ai poveri, farsi un tesoro lassù, nella vita che voleva ottenere, e poi avrebbe potuto seguire il Signore. Ma Gesù non inizia subito parlandogli dei beni. Si sarebbe scandalizzato. Comincia con il fare ordine e pulizia nel cuore del giovane. E chiarisce che solo Dio è "buono", la fonte della vita e l'autore del cammino per ereditarla. E' un punto importante, perché dicendo questo Gesù sta gettando un amo nel cuore del giovane, perché nel cuore resti impressa la questione fondamentale: vive eternamente solo chi compie lo Shemà; solo chi ama Dio, l'unico "buono"" con tutto il cuore, con tutta la mente e tutte le forze, e il prossimo come se stesso. E il giovane dovrà aprire gli occhi e scoprire che non lo aveva mai compiuto; che era lontanissimo dalla perfezione e mancava di tutto per essere felice. Ma ci doveva arrivare piano piano... Era religioso, per questo non era facile demolire l'idea perfettina che ha di se stesso. L'ipocrisia, generalmente, profuma d'incenso... Allora, per iniziare Gesù va all'ABC dell'ebraismo. Il giovane dovrebbe sapere che cosa è chiamato a fare un ebreo per avere la vita che verrà: obbedire ai comandamenti del decalogo. Va bene, però dimmi quali, quelli che proprio non posso omettere... Dai, dimmi il comandamento "buono" per vincere la Vita eterna... E Gesù risponde, come per rivelargli che non c'è un comandamento così "buono" e speciale, ma che tutti sono importanti, perché esplicitano, nella vita quotidiana, il cammino dell'amore all'altro come a se stesso: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Ma qui il giovane comincia a stupirsi: aspetta, aspetta, queste sono cose che ho sempre fatto, che c'è di diverso tra me e te allora, tra noi giudei e i cristiani? "Che mi manca" per essere come voi? Il giovane non si era accorto che Gesù aveva nascosto la prima parte del Decalogo, la fonte dalla quale scaturiscono tutti i comandamenti: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me" (Es 20). Perché? Per smascherare l'inganno nel quale era preso il suo cuore. Per convertirsi e diventare cristiano doveva scoprire e accettare di essere peccatore; doveva cioè spogliarsi di ogni presunzione religiosa e clericale. Doveva scoprire di non aver mai compiuto nessun comandamento, perché non amava Dio con tutto se stesso, cioè con "tutti i suoi averi". Non era ancora uscito dall'Egitto, era tuttavia schiavo di molti dei, di "molte ricchezze" di fronte a Dio. Per questo Gesù lo incalza dicendogli diritto al cuore: "se"... Ora il giovane si trovava piantato dinanzi al suo "se", come ogni catecumeno che cammina verso la fede adulta, come anche noi, ogni giorno... 

Vuoi davvero sapere che cosa "ti manca"? Allora rispondi innanzitutto a questo: "Vuoi essere perfetto?"; cioè, vuoi essere cristiano? O vuoi qualche cosa d'altro? Perché sei nella Chiesa? Perché cerchi il Signore? Perché vai a messa, preghi, fai volontariato? Perché stai in un cammino di fede, in un movimento o in un gruppo?E' uno scrutinio del cuore fondamentale; non si può eludere, altrimenti non si diventa "discepoli" di Cristo. Lui invita il giovane a convertirsi, ad andare per la strada opposta: mentre il mondo ti invita a comprare tutto, Gesù ci invita a vendere tutto! Ci apre il Cielo sulla terra, mentre il mondo ci spalanca l'inferno sulla stessa terra. Non si tratta di un "consiglio" evangelico per preti e suore. E' l'unica condizione per seguire Gesù. Perché Lui è Dio, e la perfezione è essere suo discepolo. Non c'è altra felicità che un rapporto intimo ed esistenziale con Lui. Non ci sono comandamenti da "fare" e "osservare"; c'è solo da accogliere Cristo nella propria vita, e mettersi a seguire le sue orme. Obbedire a Lui è l'unica via per la vita. Lo aveva compreso San Francesco, che ha colto l'attimo in cui il Signore gli offriva una vita davvero straordinaria, ha "venduto tutto e dato ai poveri", ed è rimasto nudo dinanzi al suo padre nella carne, perché aveva conosciuto il Padre celeste. Era libero, perché figlio di Dio, cioè cristianoAveva scoperto che la vita che voleva era quella di ogni giorno, con le sue difficoltà, le pene, le disillusioni, le purificazioni di sogni e desideri - e Dio sa quanto duro è stato per Francesco...  anche con le regole da rispettare, che lui non avrebbe voluto... Ma proprio per questo era la vita unica e irripetibile, da gustare in ogni secondo, perché ogni "attimo" è dato da Dio per farne risuonare in cielo la fragranza dell'amore. Ogni attimo è un'occasione da non farsi sfuggire per amare, donarsi, senza riserve. Allora l'eco di quel momento si inerpica in Cielo, e vi si aggancia per l'eternità. Cioè quella parola, quel gesto, quella partita di calcio, quell'ora di studio, quel fare l'amore con la tua sposa, quel giorno in ufficio, quelle ore date a tuo figlio per ascoltarne le difficoltà, per litigarci chissà, tutto l'amore che colma gli attimi che si susseguono nella vita diventano immortali, scritti in oro nel Cielo. Saranno per sempre parte della vita eterna per la quale siamo nati. E' questo il destino e non diventare "cibo per i vermi". Per questo siamo chiamati a vendere tutto, sì, hai capito bene, a prendere i soldi e darli ai poveri; a rimanere senza nulla a coprirti le spalle per "farti un tesoro nel Cielo"; senza questa esperienza, che cioè Cristo è risorto e ha vinto la morte, e per questo la vita eterna dipende da Lui e non dai beni è inutile, non si diventa cristiani, e si resterà con la tristezza del "se" senza risposta, nel dubbio che si vada a finire come "concime per i fiori"... E allora il matrimonio sarà un inferno, il rapporto con i figli, non ne parliamo. Senza Cielo, solo sogni da inseguire, e la realtà a spezzarli... Coraggio, Cristo è anche oggi di fronte a te e a me, come ad ogni giovane raggiunto da un cristiano, dalla predicazione della Chiesa. Lui è vivo e ci aspetta in questo attimo irripetibile, dove entrare con Lui, per renderlo un frammento eterno dell'eterno amore. Per sperimentare, nella totale debolezza, nella nuda realtà, la sua risurrezione. Capite? Non c'è nulla di incolore, di sciapo, di routinario, di noioso. Nulla, perché in tutto possiamo seminare l'amore, cioè noi stessi con Cristo. I sogni te li portano via, basta poco. La realtà, invece, non può portartela via che il demonio, inducendoti proprio ad evaderla con i sogni. Invece siamo chiamati ad essere totalmente attaccati alla realtà, a quella di questo momento, di questa persona, di questo fatto. E' qui, e aspetta solo d'essere accolto e amato; aspetta solo la nostra carne risorta con Cristo, che già non muore più nel fallimento, nella solitudine, nella frustrazione. Il punto è se davvero desideriamo la Vita eterna. Per questo Gesù risponde con un'altra domanda: "Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono". E scopriamo che, nel porre la domanda, il giovane ha sbagliato qualcosa di decisivo! Non si tratta di sapere "che cosa sia buono da fare", ma di conoscere "il solo buono"! Lui non lo aveva mai amato, ma solo perché non lo aveva conosciuto davvero. Gliene avevano parlato, ma doveva essere esperienza sua... Come ogni figlio deve passare dalla fede prestata dai suoi genitori, alla propria. Un conto è conoscere Dio attraverso gli occhi del padre e della madre, un conto è contemplarlo con i propri occhi. Ecco il perché della "tristezza" che affiorerà sul suo volto, mentre "se ne andrà" lontano da Gesù; in fondo non gli interessava davvero conoscere Dio, diventare cristiano. I beni erano troppo più importanti. Lui stesso era più importante; la sua realizzazione, fosse anche religiosa, stava usurpando il posto di Dio, della Grazia, dell'amore... Allo stesso modo tanti giovani, e molti meno giovani, sono tristi e angosciati "perché interrogano Gesù" - nella preghiera personale o consultando genitori, preti o catechisti per un parere - per sapere che "cosa fare" per dare vita ai propri ideali, ai sogni; tutti pensiamo di essere angosciati perché non abbiamo interessi speciali e così definiti da imporci una scelta; crediamo che le crisi ci vengano dall'essere incoerenti e indecisi. Niente di più sbagliato ci dice il SignoreLa "tristezza" di nostro figlio non è causata dal non sapere "che cosa fare", ma dal non conoscere "il solo buono"La felicità, infatti, nasce da un incontro, mai da un fare; la gioia scaturisce dalla gratuità e mai dallo sforzoIl Signore ci annuncia che quello che vorremmo sapere da Lui è solo un misero desiderio della carne, il meschino criterio con cui l'uomo vecchio vorrebbe tenersi a galla, magari in un contesto religiosamente corretto, così che nessuno lo possa smascherare. Non esistono manuali di felicità, perché essa è conoscere Dio come un Padre "buono". Sino ad ora abbiamo conosciuto Dio come un legislatore, a volte invadente e incomprensibile, e abbiamo spensieratamente fatto la cresta su alcuni codicilli, a nostro parere marginali e non decisivi: qualche rapporto prematrimoniale, qualche tassa ingiusta non pagata, un giudizio che, accidenti! è solo una constatazione, una mormorazione e un gossip (diffamazione, ma fa' niente...) su quella cugina che, mamma mia, quante ne ha fatte.... E poi, lo abbiamo pregato e consultato per darci delle dritte su come "fare" nelle diverse situazioni. Ma niente, pur "facendo" siamo rimasti insoddisfatti: vita si che ne abbiamo, ma di quella eterna e che ti sazia neanche a parlarne... Nel matrimonio amiamo certamente coniuge e figli, ma..... manca qualcosa che ci faccia guardare allo specchio e ci faccia dire: "ti benedico Signore, perché davvero nulla mi manca".... Ecco, ci manca Colui che non ci fa mancare nullaAi giovani che non sanno cosa fare manca l'esperienza che con Dio, che è un Padre buono, non manca nulla. Manca la "perfezione", che non si riferisce alla condotta morale, ma alla pienezza di vita dei cristiani. Nella Chiesa primitiva essi erano definiti "perfetti", perché in loro non mancava nulla della "pienezza" di Gesù Cristo, perché, battezzati, vivevano ormai la sua vita. "Perfezione" significa infatti "pienezza", "compiutezza"; l'opera "perfetta di Dio" è la vita di Gesù offerta sino alla finesino alla perfezione secondo l'originale greco: quando, spirando sulla Croce, il Signore dice: "Tutto è compiuto, tutto è perfetto". Al giovane "per essere perfetto" - per non mancare di nulla - "manca una cosa": aprirsi e svuotarsi, dare tutto quello che ostacola la presenza di Cristo in lui. Manca vendere quello che lo riempie, per diventare affamato dell'unico pane che sazia. Manca spogliarsi di tutto, per restare senza difese, un peccatore senza diritti e opere davanti a Dio, e sperimentare che davvero è un Padre buono, l'unico; il solo che perdona infinite volte, che non giudica, non disprezza, che non chiede nulla in cambio del suo amore, che, per amarci, non esige il nostro "fare". Manca conoscere il Padre "buono" che ci ha creati nella sua "bontà" come la sua creatura più "buona"Al giovane, come ai nostri figli, e spesso anche a noi, manca la conoscenza intima del Padre, al punto che la sua "bontà" si rifletta in ciascuno, creato a sua immagine e somiglianza. Ai giovani, per avere la vita eterna, per essere felici, per essere perfetti manca proprio il "tesoro nel Cielo", manca il Padre! Il giovane se va triste perché ha preferito restare orfano. Come tante volte accade anche a noi, e ai nostri figli. Il giovane è triste perché ha scelto di continuare a servire il patrigno, o meglio, l'aguzzino: "seguendo Gesù" sul cammino della conversione e della libertà, dove "vendere ogni bene per darlo ai poveri", avrebbe sperimentato di avere un tesoro in Cielo, di non essere orfano ma figlio nel Figlio dell'unico Padre buono. Seguire Gesù, infatti, non significa dover abbandonare stoicamente i propri beni, ma aver incontrato il Figlio che è immagine e somiglianza "perfetta" del Padre, l'unico "buono" che dà la Vita eterna, il "bene" assoluto. Ovvio che per seguirlo è necessario prima tagliare le catene che legano agli idoli: ma non si tratta di un moralismo o dell'eroismo di chi si illude di aver optato per Gesù. E' invece opera del potere infinito della sua Parola che chiama a seguirlo. Ecco dunque "che cosa fare": camminare nella Chiesa, ascoltare anche oggi Gesù, accogliere nel cuore la sua chiamata d'amore, e lasciare che Lui operi in noi la volontà "buona" del Padre "buono". E questo siamo chiamati a trasmettere ai "giovani": ad abbandonarsi all'amore di Dio, a mettere la propria vita completamente nelle sue mani, come un foglio in bianco sul quale Egli possa scrivere la sua volontà d'amore, attraverso la Chiesa, in un serio cammino di conversione. Spesso, nelle indecisioni, si cela l'idolatria della propria volontà e dei propri criteri. I giovani non sanno cosa fare perché difendono ciò che vorrebbero fare e che non riescono a fare. Per questo Gesù e la sua Chiesa, i pastori con i catechisti e i genitori, annunciano alle nuove generazioni che c'è un solo cammino alla vita eterna, quello dell'autentica libertà: essa si sperimenta solo "seguendo" Gesù, "vendendo" ogni giorno "quello che si possiede", le persone e le cose, i progetti e i criteri, soprattutto la propria volontà, per "darlo ai poveri"; ciò significa convertirsi, ovvero non vivere più per se stessi "possedendo", ma per gli altri "offrendosi". Faranno allora la stessa esperienza di Pietro, adulti nella fede e nella loro umanità: come lui, infatti, quando erano "giovani" andavano dove volevano, facendo quello che la carne desiderava; ma ora, anziani perché adulti nell'esperienza dell'amore di Dio, possono tendere le loro mani, a scuola, nel lavoro, nelle relazioni, e andare dove non vorrebbero, offrendo la propria vita gratuitamente. Non saranno allora più in crisi per non sapere che cosa fare, perché stretti nel dover fare solo quello che la libido e la concupiscenza desidera, senza essere mai soddisfatti; al contrario, saranno felici perché liberi di studiare quando non vorrebbero, sposarsi anche se la paura li schianta, accettare un lavoro noioso e senza soddisfazione. Cogliamo dunque ogni attimo per "vendere tutto" e avere dentro di noi la Vita eterna, perché questo è "ottenerla", ereditarla: non solo dopo la morte, ma oggi! Un cristiano ha la vita di Cristo dentro, perché ha tolto tutto quello che le impediva di farsi largo nel cuore, nella mente, nello sguardo, nei gesti, nelle parole. Chi ha la sua vita, ama in ogni "attimo" che non sfugge più, ma è per l'eternità". 





La vita e la felicità secondo Dio. San Francesco




La vita e la felicità secondo il demonio. Il Professor Keating