Martedì della XXIX settimana del Tempo Ordinario




SINTESI


Come tante ragazze povere, ingannate e fatte schiave da aguzzini travestiti da benefattori, anche noi, sedotti da una menzogna, abbiamo vissuto obbligati a “servire” un “padrone” crudele. Ma il Signore è “giunto nel mezzo” della nostra “notte” di schiavitù, e ne ha fatto una Pasqua. Nel seno materno della Chiesa il “Padrone” autentico della nostra vita ci è venuto incontro in fretta con i “fianchi cinti”, e ci ha comprati al caro prezzo del suo sangue, chinandosi a lavare ogni nostro peccato. Il suo “passaggio” in mezzo a noi ci ha liberati dal giogo del faraone e ci ha trasferiti nella Terra Promessa del suo Regno, dove il Primo si fa ultimo, e il Maestro fa “mettere a tavola” i suoi servi per  “servirli”, donando gratuitamente quello che con cupidigia avevano creduto di poter rubare. Ci siamo nutriti del suo amore e non ne possiamo più fare a meno. Al solo pensiero che Egli ha dato la vita per tutti ci sentiamo spinti dal suo amore a non vivere più per noi stessi ma per Lui. Per aver sperimentato questo tante volte lo "attendiamo" con gioia, vivendo ogni istante come una notte di Pasqua. “Beati” noi se il nostro cuore “veglia” nelle tenebre della storia attendendo il Signore che “torna dalle nozze” della Croce dove ha riscattato ogni uomo. Aspettate un momento... "Beati noi se saremo ancora svegli" quando verrà... Ma questo significa innanzitutto che se hai qualche angoscia che ti impedisce di prendere sonno e ti stringe allo stomaco, sei "beato"! Allora cambia tutto... Questa situazione difficile è l'Egitto, il luogo dove scende lo Sposo a cercare la sposa. Proprio l'irreparabile è invece la porta da aprire al Signore. “Beati” noi se saremo “svegli” per “aprirgli subito”, quando “arriva e bussa”; "beati" cioè se non vediamo l'ora che il Signore venga a salvarci. "Beato" te se non ce la fai più e gridi, e forse mormori, piangi, ti agiti... "Beato" te perché la storia ti tiene desto per aspettare il Signore, sbriciolando il tuo orgoglio, fiaccandoti le forze e seccando i pensieri. "Beato" te se sei "pronto" ad arrenderti senza condizioni e "aprire" il tuo cuore. Non fare come Israele che si è chiuso nell'orgoglio e non ha accolto chi, anche se nemico, lo avrebbe salvato, ed è finito travolto e decimato. Non temere se chi oggi "bussa" alla tua porta vuole trascinarti in esilio, nelle umiliazioni, nel rifiuto, nell'irrilevanza. Vacci, lasciati purificare, obbedisci alla volontà di Dio, anche se incomprensibile: passa lì la tua salvezza, e quella di tuo figlio, del tuo matrimonio. Proprio nell'evento che si affaccia temibile alla tua vita è celato il volto dello Sposo che "viene per servirti". Così Gesù ha accolto Giuda che gli si avvicinava per baciarlo: "amico!". In quel tradimento, ha saputo scorgervi il volto del Padre pieno di misericordia per ogni uomo. E così ha aperto anche a ciascuno di noi, quando abbiamo bussato con i peccati per crocifiggerlo ancora nei fratelli, e ci ha salvati! Questo è il mistero del cristianesimo. "Apriamogli subito" allora, perché si impara ad innamorarsi di Lui e a desiderarlo dalle strette della fame, dal dolore dei peccati. Gesù lo "aspetta" con ansia chi scopre di non amarlo, e per questo sta morendo... Solo chi, illuminato nella Chiesa, lo ha sperimentato, saprà aprirgli per accogliere il perdono che trasforma ed entrare con Lui nella storia. Chi si apre a Cristo, infatti, si apre alla volontà del Padre. "Beati" noi allora, perché stiamo imparando ad essere “pronti” attraverso le sofferenze; ci umiliano per vivere nell'attesa di Cristo e della sua misericordia. Solo nell'umiltà, infatti, potremo essere vigilanti "servendo" chi ci è accanto, annunciando loro il Vangelo: con “le vesti" della verità "strette ai fianchi”, pieni dello zelo che ci fa casti per donarci e lasciar libero ogni uomo; con “le lampade accese” dalla Parola che illumina ogni passo. Arriva Gesù, nella tua notte, per tingerla con i colori dell'alba che non conosce tramonto. Arriva per "servirti" a mensa la sua stessa vita, e fare della tua una primizia del banchetto celeste.





L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».
(Dal Vangelo secondo Luca, 12, 35-38)




Come tante ragazze povere, ingannate e fatte schiave da aguzzini travestiti da benefattori, anche noi, sedotti da una menzogna, abbiamo vissuto obbligati a “servire” un “padrone” crudele. L'esperienza che ci definisce con più evidenza è proprio quella di Adamo ed Eva scacciati dal Paradiso, stranieri e schiavi. Per quanto pensiamo, progettiamo e facciamo, non siamo a casa, non ci sentiamo mai liberi, ed è insopportabile. Ma, proprio la lontananza dalla nostra patria e dalla nostra casa, proprio la dura schiavitù che regola da dietro le quinte la nostra vita, proprio questa ferita è il seno benedetto dell'amore. 

Il Vangelo di oggi ci svela che, dall'istante in cui Adamo ed Eva, e dopo di loro ciascun uomo di ogni generazione, quando tu ed io ci siamo destati al di qua del Paradiso, come tutti, abbiamo cominciato ad amare, a desiderare di poter amare. Sembra assurdo, eppure l'amore autentico nasce sempre da un'attesa, dalla nostalgia di casa, come appare evidente nel figliol prodigo. Come mai Matteo e Zaccheo, come mai gli apostoli sulle rive del Mare di Galilea, hanno "aperto subito" al Signore, rispondendo senza indugio alla sua chiamata? Apparentemente non aspettavano nulla, come anche Abramo per esempio. Ma se scaviamo un po' ci renderemo conto che non è così. Matteo e Zaccheo erano pubblicani, stranieri in patria, odiati e rifiutati; gli apostoli non avevano pescato nulla, pur faticando tutta la notte; Abramo era senza figlio e senza terra. Tutti lontani, tutti insoddisfatti, tutti perduti "nel mezzo della notte", tutti con un'attesa incipiente nel cuore. Forse neanche loro sapevano di aspettare qualcosa, eppure un dolore premeva sul petto, una sensazione strana affiorava a volte nel loro stomaco, come un'insoddisfazione, ma, probabilmente, non ci avevano dato peso. Sino al giorno in cui Dio ha "bussato" alla loro porta e, nell'aprire frettolosamente il loro cuore, hanno compreso di aspettare da sempre quel volto e quella misericordia. Nella nostalgia che cuciva le loro ore, era deposto l'amore della sposa del Cantico dei Cantici, pronta ad alzarsi per aprire al suo Sposo quando avrebbe bussato. 

Dormivano, come tutti noi, storditi tra impegni e disillusioni, ma il loro cuore di sposa vegliava. La storia, infatti, la nostra, quella vissuta sino ad oggi, e quella che si compirà in questo giorno, ogni persona, ogni evento, tutto cesella in noi l'attesa. Come uno scultore che, seguendo i segni nascosti della figura che ha in mente di realizzare, scolpisce il marmo grezzo, così il Padre, attraverso i dolori, i fallimenti, le difficoltà, la precarietà, le malattie, plasma a poco a poco in noi l'attesa perché ne diventiamo consapevoli e sappiamo obbedirle; e così, quando appaia Gesù, essa si vesta di speranza, l'abito bello dell'amore che di cui sono capaci i peccatori scacciati lontani dal Paradiso. Non sappiamo che cosa significhi amare. Per questo balbettiamo erotismo e ci sporchiamo con la pornografia; cadiamo nell'egoismo e nella gelosia, perché non siamo a casa, e fuori dal paradiso l'amore è sfregiato dal peccato, non può nulla di diverso che quello che detta la concupiscenza. 


La vedova insistente
Il Vangelo raccoglie questa incompiutezza ad esempio nella figura della vedova, così ricorrente. E' sposata, ma ha perduto il marito. Non è completa, attende un ritorno, improbabile per la carne, ma certo per quel germe di vita divina che il peccato non ha potuto cancellare. Una vedova assediata da un avversario, il demonio, che l'ha derubata; le ha tolto quanto di più caro avesse, lo sposo che era carne della sua carne. Come ciascuno di noi, che cerchiamo nei gironi e nelle persone il volto amato, la parola amica, la mano capace di proteggerci. Nella vedova e in noi si svela dunque l'immagine del "servo che attende il ritorno del suo padrone". Come tutti noi, egli serve costretto e male altri padroni, usurpatori che lo hanno rapito. Come noi che non riusciamo a servire gratuitamente il coniuge, i figli, gli amici, i colleghi, la fidanzata, i fratelli. Vorremmo, come scrive San Paolo, ma non possiamo e facciamo il male che aborriamo. Eppure proprio tu ed io, servi incompiuti e incapaci di servire, siamo oggi "beati". Sì, beato te se, nella fatica e nella sofferenza, attendi l'unico e autentico Padrone. Se hai nostalgia dei suoi "ordini", della Parola che dà luce agli occhi e pace all'anima. Se il tuo cuore veglia perché sei servo suo, appartieni a Lui e a nessun altro. Se ci troverà oggi "ancora svegli", preda dell'insonnia d'amore di chi desidera il "ritorno" dell'Amato.

E il Padrone “giunge nel mezzo” della nostra “notte” di schiavitù, e ne fa anche oggi una Pasqua. Dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. DoveDove sei oggi, nel fango nel quale sei caduto. Dove scorre la nostra vita Gesù scende come nelle acque del Giordano, e, proprio in questo istante, il cielo si "apre" e il Padre ci guarda uniti al suo Figlio e si compiace di noi. Basta essere oggi dove Lui verrà, nella storia concreta che ci è data, sulla Croce dove si aprono il Cielo e la terra, il cuore di Dio e il cuore nostro, l'uno in attesa dell'altro. Gesù ha "aperto" il Cielo e si è fatto carne per "bussare" ad ogni nostra carne. Riusciamo a capirlo? Si è fatto peccato per "bussare" ai nostri peccati e liberarci. Il suo battesimo e la sua Croce sono il nostro battesimo e la nostra croce; sono il luogo dove il nostro bussare alla libertà ha incontrato il suo bussare alla nostra schiavitù. 


Bussa al nostro cuore perché ha udito il nostro bussare intriso di lacrime. Il suo amore ha trovato il nostro amore. Sì, è amore, un embrione di amore, ma è amore a Cristo quello che vagisce dentro di te, e magari fa i capricci, e cade e si sbuccia le ginocchia. E' amore quello di tuo figlio che scappa e disobbedisce, di tua moglie o tuo marito, del tuo vescovo e del tuo superiore, dei tuoi fratelli. Perché cresca e diventi amore adulto e capace di donarsi ha bisogno di ascoltare Gesù che bussa al suo cuore. Abbiamo tutti bisogno dell'annuncio del Vangelo, della predicazione della Chiesa. Di ascoltare e di annunciare, che sono i battiti di un cuore che attende, il cuore della Chiesa. Nel suo seno materno il “Padrone” autentico della nostra vita, ci è venuto incontro in fretta con i “fianchi cinti”, e ci ha comprati al caro prezzo del suo sangue, chinandosi a lavare ogni nostro peccato. Il suo “passaggio” in mezzo a noi ci ha liberati dal giogo del faraone e ci ha trasferiti nella Terra Promessa del suo Regno, dove il Primo si fa ultimo, e il Maestro fa “mettere a tavola” i suoi servi per “servirli”, donando gratuitamente quello che con cupidigia avevano creduto di poter rubare. Ci siamo nutriti del suo amore e non ne possiamo più fare a meno


Al solo pensiero che Egli ha dato la vita per tutti ci sentiamo spinti dal suo amore a non vivere più per noi stessi ma per Lui. Per questo, dopo averne sperimentato il "ritorno dalle nozze" nelle quali ha sposato l'umanità sul letto della Croce, dopo aver gustato il perdono di un Padrone dolcissimo, lo "attendiamo" con gioia, vivendo ogni istante come una notte di Pasqua. “Beati” noi se saremo “svegli” per “aprirgli subito”, quando “arriva e bussa” per farci entrare con Lui nei momenti difficili del matrimonio, nel rapporto con i figli, con i colleghi, gli amici, il fidanzato. In loro, con le loro mani, con le loro parole busserà anche oggi... "Beati" noi se saremo “pronti” ad annunciare loro il Vangelo rinunciando ai criteri mondani; con “le vesti strette ai fianchi” dalla castità della carne e dello spirito, che lascia liberi e non si appropria di nessuno nell’“attesa” che sia Dio, con i suoi tempi, a parlare ai cuori; con “le lampade accese” di Carità nella Verità, senza compromessi. "Beati" noi se il Signore ci troverà così, celebrerà con noi e con tutti la sua Pasqua di vita e libertà. 



APPROFONDIMENTI




αποφθεγμα Apoftegma






La notte, in ultima analisi, è simbolo della morte,
della perdita definitiva di comunione e di vita.
Gesù entra nella notte per superarla
e per inaugurare il nuovo giorno di Dio nella storia dell’umanità.

Benedetto XVI, Omelia nel Giovedì Santo, 5 aprile 2012

Lunedì della XXIX settimana del Tempo Ordinario




SINTESI


"O uomo!" Così Gesù risponde al "tale" e a ciascuno di noi, insoddisfatti e sempre in cerca di giustizia. "O uomo!" perché in lui e in noi il Signore intercetta Adamo. Ricco "presso Dio" nel Paradiso, di fronte al "raccolto abbondante" ricevuto in "eredità", si è fermato a "dialogare con sé stesso" ed è rimasto intrappolato nella menzogna del demonio. Come accade a noi quando, di fronte alla storia, ci rintaniamo nella nostra ragione facendo spazio alle adulazioni del nemico che ci convincono che è tutta un'ingiustizia perché nessuno si è accorto che il vero dio siamo noi. Bene, "so io che fare" per rimediare e farmi giustizia: accumulare! Ecco perché viviamo a testa bassa ad "accumulare tesori per noi stessi": moglie, marito, amici, denaro, tutto fagocitato nella concupiscenza. Per questo "non sappiamo che fare" dei doni di Dio, non "abbiamo dove metterli" tanto il cuore è indurito; e così, nella paura di perderli, li serriamo nei "granai" del nostro egoismo, sempre "più grandi" per saziare il vuoto di un dio senza paradiso; i giorni spesi a progettare e mettere in agenda "per molti anni" riposo e godimento, e nessun giorno riservato alla morte. Sino a quello in cui un "fratello", un altro Adamo ingannato come noi, non ci ruba "l'eredità", il nostro tempo, l'onore, la carriera, i diritti; sino a che la "notte" degli eventi oscuri e dolorosi non viene a "chiederci la vita" rivelando la "stoltezza" di chi fa "dipendere la vita dai beni" destinati a corrompersi. Allora ci facciamo maestri del Maestroinsegnandogli come e cosa giudicare per giustificare la nostra cupidigia. E Gesù, che è Dio, "giudica" anche oggi, ma con la croceI progetti fondati sull'egoismo si rivelano spine conficcate nella testa, preoccupazioni, angosce e notti insonni. Le ricchezze accumulate con avidità sono chiodi che ci impedisco la libertà di donarci ed essere felici. Ma desideriamo davvero vivere cosi? No vero? Allora ascolta, ora che sei in tempo: il Signore ha preso su di sé questa nostra croce, si è lasciato uccidere dalla nostra cupidigia ed è risorto per donarci l'autentica "eredità", la "parte buona e migliore" che nessuno potrà rubarci. Ecco "che fare": rimanere "presso" il Signore come Maria per arricchirci con Lui. Nel matrimonio, aprendoci alla vita che Dio vuole donarci "tenendoci lontani" da settimane bianche e schermi ultrapiatti che le famiglie numerose non possono permettersi. Nello studio, spendendo le ore nel sacrificio che ci fa adulti e "ricchi" di maturità e responsabilità. Donare ovunque e a tutti "il raccolto abbondante" dell'amore che colma la "campagna" della nostra vita per arricchire il Cielo di "fratelli" che cercano in noi l'Eredità perduta.  





L'ANNUNCIO
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». 
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

 (Dal Vangelo secondo Luca,12,13-21)





Eredità e cupidigia, ogni conflitto tra fratelli sorge dalla contraddizione di questi due termini. Dove vi è eredità non può esservi cupidigia. L'eredità è un dono che scaturisce dall'essere legati a colui che fa testamento. E' frutto della sua liberalità, del suo amore. Noi tutti siamo eredi di Dio e coeredi di Cristo. Per pura Grazia, senza aver desiderato nè sperato nulla. Di nostro abbiamo messo solo ribellioni e peccati. Come il figlio prodigo abbiamo dilapidato tutto. Eppure il Padre ci ha amati, ha inviato il suo Figlio sulle nostre tracce, quelle di un'eredità amaramente perduta. Ci siamo appropriati della primogenitura stravolgendola e pervertendola. Ci siamo fatti dio in ogni aspetto della nostra vita e ci siamo ritrovati mille volte gettati in terra, in mezzo al fango di tanti fallimenti. Abbiamo perso ogni diritto, come i carcerati. Eppure Dio ci ha amati e, nella Croce del suo Figlio, ci ha riscattati e ci ha ridonato la dignità e l'eredità perduta. Di più. ci ha ricreati quale sua eredità più bella, figli nel Figlio. Per questo Gesù è giudice in quanto mediatore. Ha giudicato il peccato e ha posto la sua vita come mediazione per il riscatto. Lui al posto nostro. Lui nella tomba, nudo, senza diritti, come l'ultimo dei peccatori perché noi potessimo essere riaccolti quali figli degni dell'eredità paterna. 

Si comprendono allora le parole del Signore: chi mi ha costituito giudice secondo i criteri del mondo e della carne? Chi ha posto la mia vita a mediare tra una cupidigia e l'altra? Questo è l'inganno con il quale spesso ci accostiamo a Lui, cercando giustizia e mediazione, e vedere così affermate le nostre ragioni, sempre tristemente mosse dalla cupidigia, che nel greco originale significa anche arroganza e avidità. Cerchiamo Cristo perché decreti giusti i nostri ragionamenti, i dialoghi con se stesso di cui è schiavo l'uomo ricco della parabola. Dirò a me stesso: la pazzia di chi si crede nello stesso tempo autore e fruitore della vita, dio e creatura. 

La stoltezza demoniaca che si fa cupidigia, desiderio rapace, perché sempre inappagato. O si è Dio o si è creatura. La sapienza del cuore è saper contare i propri giorni, ciascuno come un dono di Dio, eredità gratuita che ci raggiunge senza alcun merito e diritto. Siamo tutti uomini ricchi la cui vita dà sempre un raccolto abbondante: Cristo Gesù vivo in noi! E con Lui ogni altro bene! Pensare che questo possa essere utile per installarsi e mangiare, bere e divertirsi, è fare della vita una folle corsa verso il nulla. Stoltezza di chi non sa che ogni giorno ci viene chiesto conto del dono ricevuto, se il frutto abbondante recato da Cristo si è compiuto in amore oppure se è stato fagocitato dalla cupidigia. La morte è sempre in agguato, e non solo quella fisica: il tradimento, una malattia, una crisi economica, e molto altro che fa verità e mostra la qualità della nostra vita: oro o paglia!

La vita non dipende dall'abbondanza, ma dall'uso che se ne fa. A chi molto è stato dato,  molto molto sarà richiesto. E vi è un solo uso della vita che la rende autentica e innestata nell'eternità: arricchire presso Dio. Già, ma come è possibile? Arricchire presso Dio significa vivere con sapienza, mentre stoltezza è accumulare per sé. Il sapiente vive fissando lo sguardo sul Cielo, è figlio del Padre, conosce se stesso e conosce il dono che costituisce la sua vita: sa che può essere vissuta solamente donandola, esattamente come è stata ricevuta. Il sapiente vive abbandonato all'amore provvidente di Dio; conosce per esperienza il valore di ogni istante quale scrigno di Grazie infinite, tra le quali può celarsi quella della Pasqua eterna, l'incontro con il suo Signore. 

Lo stolto teme di morire, vive tutto con cupidigia perché è ancora nudo del peccato di Adamo e tutto, persone e cose, accaparra tentando maldestramente di coprirsi e sfuggire alla corruzione. Il sapiente ha conosciuto il perdono, lo stolto vive nel rimorso. Come il ricco epulone, incapace di accorgersi di Lazzaro che bussava alla sua porta, soffocato com'era dal proprio io da ingrassare. Perché l'io senza Dio è un tiranno implacabile. Per il sapiente, invece, che ha conosciuto la misericordia di Dio, seno benedetto dove gli stolti sono rigenerati a vita nuova, la vita, con i suoi beni e i suoi affetti, è segno del perdono e così diventa dono. Lo stolto progetta e si tormenta, e non trova mai pace, difendendo senza requie quei brandelli di vita che ancora gli restano tra le mani. Accogliamo oggi la Sapienza fatta carne, Cristo Gesù vittorioso sul peccato e sulla morte. Lasciamo che ci liberi e ci perdoni, e ci faccia figli della Sapienza, quella eterna della Croce, porta del Cielo sul quale fissare il nostro sguardo e il nostro cuore.






αποφθεγμα Apoftegma




Considera, uomo, colui che ti ha colmato dei suoi doni. 
Rifletti un po' su te stesso: 
Chi sei? Cosa ti è stato affidato? 
Da chi hai ricevuto questo incarico? Perché sei stato scelto
Sei il servo del Dio buono
hai la responsabilità dei tuoi compagni di servizio... 
«Che farò?» La risposta è semplice: 
«Sazierò gli affamati, inviterò i poveri... Voi tutti che mancate di pane, 
venite ad attingere i doni accordati da Dio che sgorgano come da una fontana».

San Basilio Magno

XXIX Domenica del Tempo Ordinario. Anno A








L'ANNUNCIO
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 
Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 
Dicci dunque il tuo parere: E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?». 
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? 
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». 
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
(Dal Vangelo secondo Matteo 22, 15-21)




Su quali “certezze” fondiamo la nostra vita? San Paolo ricorda ai Tessalonicesi e a ciascuno di noi di essere stati “eletti da Dio”, grazie al Vangelo che si è “diffuso”, letteralmente si potrebbe tradurre anche “ci ha generato”, attraverso la “parola, la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione”.

Quest’ultimo termine è fondamentale: esso deriva dalla radice greca che indica “pienezza”. Da essa nascono termini affini che possono significare anche “riempire un recipiente”, “compiere un dovere”, “completare o restituire un tributo o un salario”.

La “profonda convinzione”, dunque, è legata a un’esperienza: l’annuncio ricevuto con la predicazione si è rivelato autentico per la potenza dello Spirito Santo, che ha dato compimento e pienezza al Vangelo. Fatti reali, miracoli concreti nella propria vita “riempita” da Cristo, è questa la certezza dei cristiani.

Come gli altri pagani entrati nelle diverse comunità, anche i Tessalonicesi avevano l’esperienza della morte a causa dei loro  peccati, “nei quali hanno vissuto alla maniera di questo mondo” ; ma anche che “Dio, ricco di misericordia, per grazia, li ha fatti resuscitare e sedere nei cieli in Cristo Gesù”.

Il fondamento della loro fede era proprio la vita nuova che conducevano: non tradivano più la moglie, non abortivano e non abbandonavano i propri figli; non erano più schiavi delle concupiscenze, non servivano mammona, amavano i nemici. Era una vita celeste, propria di chi è stato “restituito” al Padre che è nei Cieli. 


E così era stato: sepolti con Cristo nel battesimo, vi avevano lasciato l’immagine dell’uomo di terra, quella del primo Adamo caduto nel peccato; e riemersi dalle acque era rinati con Lui, il secondo Adamo, rivestiti dell’immagine dell’uomo celeste.

E tu, ed io? Guardiamoci allo specchio, e vediamo quale sia la nostra immagine. E’ la parte nascosta della risposta di Gesù ai “discepoli dei farisei e agli erodiani”: “mostratemi la moneta del tributo”.  E a noi dice: “mostratemi la vostra vita: di chi è l’immagine e l’iscrizione?”. Di chi siete “icona”, e che cosa annuncia la vostra condotta?

Sulla moneta del “tributo”, l’ imposta “per testa” imposta da Roma, vi era l’immagine dell’imperatore Tiberio e l’iscrizione “Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, pontefice massimo”.  E in noi, quale volto risplende? E di chi siamo figli?

Per rispondere occorre risalire all’origine del brano evangelico. E, nascosta, vi troviamo la grande questione posta dal figlio di Giuseppe il carpentiere: chi sono io per la gente? E per te? Per i farisei era un eretico, un impostore, addirittura un demonio. Ed era una certezza granitica, ma non era la “profonda convinzione” dei Tessalonicesi…

Per questo non potevano tollerare che Gesù si spacciasse per Figlio di Dio. Non poteva essere Lui il Messia. Si erano, infatti, già messi d’accordo tra loro e con gli erodiani, un gruppo legato a Erode e che,  probabilmente, riconosceva in lui il Messia. Due fazioni opposte riunite dal rifiuto di Gesù e dall’obiettivo di toglierlo di mezzo.

Per questo inviano i loro “apostoli”: altri se stessi incaricati di mettere in trappola Gesù.  Sì, anche la “malizia” ha i suoi missionari; ma sono “ipocriti”, attori che recitano una parte che non corrisponde alla loro realtà. Allungano le frange, pregano ostentatamente, espongono l’immagine di Dio ma dentro sono pieni di rapina e malizia.


E Gesù si trova ad affrontare queste monete false. Ha davanti l’ipocrisia che tutti ci avvolge,  come quando preghiamo o andiamo a messa e ci rivolgiamo a Lui, mentre il nostro cuore è lontanissimo, parcheggiato fuori della Chiesa, schiavo del mondo e della sua mentalità.

Ma l’ipocrisia si fa evidente nel modo in cui essi iniziano a rivolgersi al Signore: “sappiamo che insegni la via di Dio senza nascondere la verità, e non guardi in faccia a nessuno perché non guardi le apparenze”. Ed è vero, guarda oltre l'immagine ipocrita che appare, e lo sperimenteranno nella sua risposta. Ma nelle loro parole vi è un doppio senso terribile: tu non ti curi di nessun uomo.

E’ qui che nasce l’ipocrisia, da questa immagine falsa di Gesù che essi avevano. Non potevano specchiarsi nel suo volto come figli nel Figlio; non potevano aprirsi umilmente al suo amore, perché pensavano male di Lui. Come noi, che non vogliamo essere come Gesù, che la sua immagine sia impressa in noi. Ne siamo scandalizzati, perché oppressi dalla superbia. No, non crediamo che Gesù crocifisso sia l'autentico "ecce homo", immagine perfetta di Dio. E' amore? Sì, è l'immagine originale dell'amore al peccatore, l'unica. Ma non volendo accettare di essere peccatori, rifiutiamo Cristo crocifisso, voltiamo la testa da un'altra parte, come profetizzò Isaia: "Non vi è in Lui bellezza, né splendore, né aspetto in cui dilettarsi. Disprezzato e rifiuto degli uomini, tanto da non sembrare neanche un uomo. Come un agnello muto condotto al macello". Ecco, questa è l'immagine di Dio. E' rivolta verso di noi, ma noi la stiamo rifiutando...

Dubitiamo di Cristo, come Adamo ed Eva furono indotti dal demonio a dubitare di Dio. Dietro la libertà di Gesù, dietro la sua parresia, non si nasconde forse l’indifferenza cinica verso i miei problemi?, la Chiesa mi dice che dietro a questa storia difficile, di sofferenze e solitudine, a questo matrimonio che fa acqua, c’è la mano di Dio che resta spesso invisibile e misteriosa. Ma non sarà invece che Dio si disinteressa di me, mi lascia soffrire, perchée non ha davvero a cuore le mie cose?

Risuona la stessa insinuazione del serpente: “tu che pensi, che opinione hai?” Non c’entra la fede, c’entrano i pensieri umani: pensa con la tua testa, non vedi che il frutto che Dio ti proibisce è bello, buono e può esaudire il tuo desiderio di essere come Lui? Si, non solo immagine e somiglianza di Dio, puoi diventare tu stesso dio… Come Augusto, come Tiberio, come Erode…

Mossi da questa "malizia", che si radica, anche etimologicamente, nella fame da saziare, quella dell'io che vuole essere dio, chiedono a Gesù se “è lecito pagare il tributo”, che in greco può anche significare "c'è il potere, l'autorità?". Ah, allora la questione è davvero seria! E’ in gioco l’identità e l’autorità di Gesù, che è la stessa di Dio. E’ in gioco lo Shemà, il cuore della fede di Israele. E’ come se chiedessero a Gesù: chi ha autorità assoluta sulla nostra vita? Chi amare con tutto il cuore, la mente e le forze? Ma non per essere illuminati davvero, solo per trovare un pretesto contro di Lui. Avevano già scelto il loro Re, e non era Dio..

La stessa domanda risuona oggi nelle nostre chiese per provare l’intenzione dei nostri cuori e  la certezza della nostra fede: chi conduce la nostra storia? Chi può dirci che cosa “è lecito” e cosa non lo è? Perché per comprendere quale immagine portiamo, occorre sapere a chi apparteniamo: a Dio che ci ha scelti da sempre, o a Cesare, cioè al demonio, che invece scegliamo noi?




Scriveva Sant’Ilario che chi sceglie l’immagine di Cesare sarà poi obbligato a versargli i tributi, mentre chi sceglie l’immagine di Dio è libero, non deve nulla al mondo. Il demonio, infatti, esige da noi la tassa su ogni pensiero, parola, gesto. I peccati, con cui lo dobbiamo servire. Non sono essi l’immagine che riflettiamo in famiglia, al lavoro, ovunque?

Ma Dio è geloso di noi. E viene ancora con la sua Chiesa a cercarci per strapparci di dosso l’immagine ipocrita che non si addice ai figli di Dio. Davvero vuoi la certezza dei Tessalonicesi? Davvero vuoi accogliere Dio come l’unico tuo Signore, e lasciarlo condurre la tua storia come ha fatto con Israele? Vedrai “Ciro” - un re pagano immagine degli eventi e delle persone della tua storia, soprattutto quelli impensabili e incomprensibili - "chiamato da Dio per nome" perché tutto concorra al tuo bene. Tutto nella nostra vita è mosso da Dio "per amore a noi", perché "non c'è nulla all'infuori di Lui", solo immagini vuote e false, caricature del bene, della verità e dell'amore. Sperimentare questo è la pienezza della fede, l’unica che ci fa “restituire a Dio quello che è suo”, cioè tutto noi stessi. E "a Cesare restituire quello che è di Cesare", cioè nulla, perché dice San Paolo che ogni Re riceve il potere da Dio. Non è suo. Ciò significa che i cristiani lavorano, pagano le tasse, vivono da cittadini, servendo in tutto la volontà di Dio nascosta nella storia, come lo fu con Ciro, e anche con i grandi dittatori. Scriveva San Giovanni Paolo II: "ormai a guerra finita pensavo tra me: il Signore ha concesso al nazismo dodici anni di esistenza e dopo quel sistema bestiale è crollato. Quello era il limite imposto dalla Divina Provvidenza a una simile follia... Se il comunismo è sopravvissuto più a lungo e se ha ancora una prospettiva di sviluppo, deve esserci un senso a tutto questo... Il male si può soltanto perdonarlo. E che significa perdonare se non appellarsi al bene che è più grande di qualunque male? Tale bene ha il suo fondamento solo in Dio. Solo Dio è questo bene. Questo limite imposto al male dal Bene divino è entrato a far parte della storia per opera di Cristo. Non è possibile separare Cristo dalla storia dell'uomo. Solo in Lui, di fatto, tutte le nazioni e tutta l'umanità possono varcare la soglia della speranza". 

Con questa stessa "certezza", con questo sguardo profetico e di fede siamo mandati nel mondo dominato da Cesare, seguendo le sue orme di misericordia che tracciano un piano di salvezza per tutti i popoli; ma senza dare se stessi al lavoro, al denaro, alla carriera. Senza sperare nulla dalla politica e dal potere, perché non sono dio, come non lo sono le banche, come non lo è nessuna creatura. Al mondo il nostro amore, sino a versare il sangue, ma mai la nostra immagine, la nostra anima. Solo così potremo compiere la missione che ci è affidata nella Chiesa.




Allora lasciati ammaestrare dalla Madre nel cui seno benedetto Dio può ricrearti a sua immagine. La Chiesa è, infatti la madre dell'immagine di Dio in noi, come lo fu la Vergine Maria per il Signore Gesù. La comunità gesta con l'iniziazione cristiana l'immagine divina in noi. Essa è in ogni uomo, ma solo nella Chiesa essa può essere restituita a Dio nel compimento di una vita santa come Lui è santo. Porgi l’orecchio alla predicazione della Chiesa, accostati alla confessione e lascia a Cristo i tuoi peccati; mangia il suo Corpo e bevi il suo Sangue per risorgere con Lui ed essere trasformato nella sua stessa immagine, figlio nel Figlio, luce per il mondo.

Oggi Gesù ci sceglie ancora per essere il suo volto, il suo corpo, i suoi occhi, la sua voce in questa generazione. Ecco come si diventa Dio, per Grazia, riflettendo come in uno specchio la sua immagine, in ogni istante: che dignità hanno i nostri corpi, integralmente. Non possiamo gettarli in pasto alla concupiscenza vestendoli di sensualità, ma occorre difenderli come Santa Maria Goretti, sino ad essere martiri, testimoni fedeli della sua immagine. Così anche le nostre parole, i pensieri, ogni gesto: sono "monete" che Dio ci ha prestato creandoci, per "restituirli" come i talenti della parabola, moltiplicati e compiuti nell'amore. Esso, infatti, fa risplendere in noi l'immagine di Gesù, crocifisso e risorto, il più bello tra i figli dell'uomo. 





Modestia, umiltà, semplicità, sincerità, mitezza, sono i frutti dello Spirito Santo che scolpisce in noi l'impronta della sostanza di Dio! Capite? Che mistero immenso, che gioia, che pace, e che missione... Basta essere uniti a Lui, entrare ogni giorno nelle viscere di misericordia di Dio per uscirne vittoriosi sulla morte e il peccato, perché la colomba dello Spirito scenda e prenda dimora in noi: "ecco il mio figlio prediletto". Ecco la mia immagine e somiglianza, ecco il mio amato! Queste parole possono risuonare anche oggi nella Chiesa, dove siamo trasformati in Cristo: solo uscendo dalle acque del battesimo, infatti, come i pagani che diventavano cristiani, possiamo restituire a Dio noi stessi, perché da sempre abbiamo portato la sua immagine

La vita ci è data per essere come un'icona orientale, che emana una luce e una bellezza così potenti da attirare in sé chi la guarda. L'immagine di Dio rivelata sul volto di Cristo appare nei cristiani come una chiamata per chiunque essi incontrano, una luce celeste, sconosciuta, che seduce e infonde speranza. Questa è la nostra "elezione", fondata sulla certezza che l'amore di Dio colma ogni istante e trabocca sino a renderne partecipe il mondo. 





αποφθεγμα Apoftegma



L’immagine di Dio non è impressa sull’oro, ma sul genere umano. 
La moneta di Cesare è oro, quella di Dio è l’umanità … 
Pertanto da’ la tua ricchezza materiale a Cesare, 
ma serba per Dio l’innocenza unica della tua coscienza, dove Dio è contemplato … 
Cesare, infatti, ha richiesto la sua immagine su ogni moneta, 
ma Dio ha scelto l’uomo, che egli ha creato, per riflettere la sua gloria. 

Anonimo, Opera incompleta su Matteo