Mercoledì della XXIV settimana del Tempo Ordinario


Icona della Sapienza


αποφθεγμα Apoftegma

Purtroppo succede che la creatura uomo dica quasi sempre di no 
e pensi che solo il dire no, rappresenti la prova della libertà. 
Dio cerca l’uomo con tutti i registri possibili;  
cerca il cammino del rigore, della severità, nel Sinai, 
nel tempo dei profeti, nelle parole di Giovanni Battista.
E l’uomo risponde: no, io sono libero, 
non accetto il rigore di questi comandamenti, prendo la mia strada. 
Dio cerca anche con la strada dell’umiltà, della bontà, 
della sua vita, dell’amore all’uomo. 
E cosa succede? Anche qui l’uomo dice no, 
anzi, deride questo Dio debole che cerca il suo consenso 
e si rivela così non onnipotente.
L’uomo non entra in questo gioco del divino amore, si oppone. 
Questa è la tristezza e la sofferenza divina con questa sua storia.
Non hanno ascoltato, Signore. 
Così vediamo la verità che è questo lamento di Dio, 
che è nello stesso tempo non solo una descrizione del passato, 
ma un avviso e un’ammonizione forte a noi e alla nostra generazione: 
ascoltate finalmente, la cosa non è ancora persa, 
ascoltate e seguite il Signore. 

Card. Joseph Ratzinger, 12 dicembre 2003











L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 7,31-35. 

A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? 
Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto! 
E' venuto infatti Giovanni il Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: Ha un demonio. 
E' venuto il Figlio dell'uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. 
Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli». 



FIGLI DELLA MISERICORDIA PER RENDERE GIUSTIZIA ALLA SAPIENZA CROCIFISSA CON CUI DIO AMA OGNI UOMO
"Santa Trinità" dell’inizio del IX secolo nella chiesa di Urschalling, vicino a Prien, in Bavaria
Come ci è venuto a cercare il Signore? Come ha vinto la nostra durezza e la nostra superficialità? Con amore infinito e pazienza smisurata. E' entrato nella nostra vita, si è sporcato, è venuto con noi, anche laddove abbiamo deciso di peccare. Non ci ha lasciati soli mentre ci dimenticavamo di Lui. Si è fatto peccato! Ah, ma questo è scandaloso! Sì, lo è, perché scandaloso è stato il nostro cuore, scandalosi i nostri peccati. Scandaloso l'esito della nostra vita lontana da Lui. Per questo, pur di strapparci al demonio, Gesù non ha avuto remore nel farsi giudicare come un "mangione e un beone" o come un "indemoniato". Si è fatto l'ultimo, obbediente alla volontà del Padre che lo spingeva nei bassifondi della storia, fin giù negli inferi. Lo ha fatto per noi, per te e per me, bambini capricciosi. Sesso, oggetti, vacanze, denaro, potere e prestigio, successo e visibilità, ecco i prodotti acquistati nelle nostre "piazze". E in mezzo al commercio che non ci ha mai arricchiti è giunta la sua Parola: quella seria e dura della verità che illumina i peccati, come "un lamento" nel quale avremmo potuto deporre le nostre lacrime. E quella dolce e compassionevole della misericordia, come di "un flauto" sulle cui note avremmo potuto danzare di gioia e gratitudine. Giovanni e Gesù: la Legge che rischiara e svela la realtà riportandola alla luce da sotto la crosta d'ipocrisia con cui l'abbiamo occultata, mettendo in ordine ciò che abbiamo messo in disordine. E la compassione che tocca l'impuro, che si fa samaritano pur di farsi prossimo di ogni eretico; che entra nelle case grondanti giudizi, perversioni, falsità, e si siede accanto ai peccatori che hanno infranto la Legge, per scriverla nei loro cuori risanati. Ma, come questa generazione - moralista e lassista allo stesso tempo, capace di dare cittadinanza ad ogni desiderio ma di chiudere la bocca a chi non la pensa allo stesso suo modo - anche noi non abbiamo accolto né l'una né l'altra, schiavi del nostro orgoglio capriccioso. E allora ecco la Croce, la "giustizia" che, sola, può salvare chi ha rifiutato ogni altra salvezza. E' la Sapienza che spazza via ogni tentativo della carne di saziare e dare ragioni che non può dare, perché giustifica chi non sarebbe giustificabile in alcun modo. Ecco oggi Cristo crocifisso, la Sapienza della Croce che rivela l'amore di Dio, la sua infinita pazienza e lo zelo pieno di compassione con il quale cerca ogni uomo. Il suo amore non resta invischiato negli schemi. Pur di salvare una persona si fa musica da ballare o lamento da piangere. Dio è così! Dio entra nelle discoteche pur di salvare un ragazzo che, ballando si sballa e butta la sua vita. Dio non lo ferma niente e nessuno! Perché Dio è lo Spirito Santo, il dolce soffio che penetra attraverso le fessure più sottili che l'uomo non riesce e vedere, ci ha raggiunti nelle piazze consegnandoci il perdono e la rigenerazione. Non a caso lo Spirito Santo è stato raffigurato dalla Tradizione come una colomba, mentre in ebraico il termine "ruah" è femminile; quasi una figura femminile, dunque, materna. Sì, la Sapienza è una madre che rigenera e dà alla luce i suoi figli che ne testimonieranno la "giustizia". Ecco il culmine inaspettato della "creatività coraggiosa" di Dio, quella alla quale Papa Francesco chiama la Chiesa perché non si fermi dinanzi alle difficoltà, ed esca senza paura nelle "piazze" dove si raduna una generazione bambina, che ha bisogno di essere raggiunta laddove si trova, impigliata nei capricci. Come è accaduto e accade a noi, cercati mille volte sino a che non abbiamo capitolato dinanzi alla Croce dove Gesù stendeva le sue braccia per accoglierci così come eravamo e, nella Chiesa, farci "figli" della Sapienza capaci di renderle testimonianza. 


Oggi, ogni giorno, non possiamo perdere neanche un'occasione. Il mondo capriccioso ci attende, entriamoci e sporchiamoci, senza temere che lo Spirito Santo ci avvinca e ci conduca nella sua "creatività". Sorgeranno allora parole nuove, gesti nuovi e unici per tutte le uniche e irripetibili persone e situazioni che incontreremo: i piccoli, i poveri, i divorziati e i loro figli, le mamme che hanno abortito, i giovani che convivono, quelli che sporcano la vita con droghe e sesso, tutti quelli che sono imprigionati nella rete del mondo e dei suoi messaggi virtuali; tutti ci attendono proprio nelle "piazze" dove si sono "seduti" lasciandosi vivere per morire. Ci aspettano per ascoltare la musica dello Spirito, le note dell'amore che si fa "danza" o "lamento", di certo melodia crocifissa. Forse oggi con nostro figlio dovremo digiunare per annunciargli che non di solo pane vive l'uomo ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio; per questo dovremo proibire ciò che sazia la carne, senza paura di "cantare un lamento" per l'uomo vecchio che muore senza l'ossigeno delle concupiscenze. O forse dovremo, al contrario, sederci a mensa con nostra figlia, laddove ella sta gettando alle ortiche la propria vita; "mangiare e bere" il veleno che lei ingerisce ogni giorno per deporvi l'antidoto della tenerezza e della compassione che nulla giudica e niente esige; senza il timore di "suonare il flauto" della misericordia gioiosa perché possa "ballare" con noi la danza del banchetto autentico che sazia spirito e anima. Anche oggi ci attendono "bambini" ostinati che non accoglieranno né Giovanni né Gesù. Ma proprio per questo oggi saremo lì, di fronte a loro, come Gesù fu accanto a Giuda, ultima speranza, anche dopo il tradimento. Quando il mondo rifiuta l'annuncio serio e misericordioso del Vangelo resta solo la testimonianza-martirio dei "figli della Sapienza", lo scoglio della Croce sul quale il male si infrange. Forse non vedremo con gli occhi della carne nessun cambiamento, nessuna conversione; forse moriremo e lasceremo la persona cara schiava della droga o sull'orlo del divorzio. Ma noi saremo là, di fronte a loro come una pattumiera a raccoglierne angosce e dolore, peccati e veleni, perché incrollabile è la certezza della fedeltà di Dio che, pur di salvare a ogni costo qualcuno, continua ad offrire suo Figlio nei "figli della Sapienza". Quando tutto fallisce significa che è giunto il momento della "creatività" che neanche il demonio poteva immaginare: la Croce sulla quale distendere le braccia e amare, caricandosi dei peccati dell'altro come un agnello muto di fronte ai suoi tosatori. Gesù è morto solo come un fallito, ma la sua Croce ha reso giustizia alla Sapienza: con essa stava salvando ogni uomo. Per questo il Signore ci chiama alla libertà che non spera nulla per sé, neanche di vedere la conversione. La Sapienza celeste attraversa la carne e il tempo e sa sperare oltre ogni apparenza: quando ci lasceremo crocifiggere, i nostri occhi di fede giungeranno a vedere, nel segreto della loro anima, l'incontro della misericordia di Dio con chi ci sta togliendo la vita, che forse accadrà ben più in là del presente.






Martedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

La prima metamorfosi avviene quaggiù 
mediante l'illuminazione e la conversione, 
cioè col passaggio dalla morte alla vita, 
dal peccato alla giustizia, 
dalla infedeltà alla fede, 
dalle cattive azioni ad una santa condotta. 
Coloro che risuscitano con questa risurrezione 
non subiscono la seconda morte. 

San Fulgenzio di Ruspe










L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Luca 7,11-17. 

In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. 
Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. 
Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». 
E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». 
Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. 
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». 
La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione. 










RISUSCITATI DALLA COMPASSIONE DEL FIGLIO PER INTERCESSIONE DELLA MADRE CHIESA

Nell'episodio si percepisce un'assenza decisiva. Manca il "padre". Se la "madre" è "vedova" significa che il figlio è orfano di padre. Ed è proprio questa la malattia che lo aveva ucciso! Egli è immagine di Adamo, scacciato nella “morte” - che è il salario del peccato - per aver accettato l'inganno con cui il demonio lo ha indotto a ribellarsi del Padre. Come il figlio prodigo, è "morto" per aver scelto l’autonomia tagliando con il “padre”. Sarebbe "tornato in vita" solo tornando a casa. Sì, chi non ha Padre è morto. In questo ragazzo possiamo specchiarci tutti, inguaribilmente schiavi di un narcisismo che cerca l'identità lontano da Dio. Perduto il Padre, siamo diventati orfani che generano orfani, morti che generano morti, riducendo la vita a un tragico ossimoro. Dalla bara dove l'abbiamo deposta, pur sposandoci, pur essendo preti o catechisti, dirigenti o professori, siamo incapaci d’essere padri, di dare cioè una testimonianza credibile da seminare nel cuore per generarvi il desiderio di viverla. Poi i figli e le persone che ci sono accanto, vorranno avere la loro esperienza e la loro fede, è normale, tentando di adeguare alla propria personalità quanto gli abbiamo testimoniato e annunciato. E questo si chiama crescita, maturazione; così si diventa adulti. Ma se abbiamo tagliato con il Padre del Cielo e i padri della terra, in noi questa crescita umana e cristiana è stata abortita; e se non abbiamo avuto una seria iniziazione cristiana non siamo diventati adulti nella fede. Per questo non abbiamo nulla di autentico e decisivo da trasmettere, la fede; stiamo fallendo la nostra vita, accompagnando le persone al sepolcro, a quello che anche noi stiamo vivendo: mondo, carne e inganni del demonio. Mentre siamo nati e chiamati alla Chiesa per innescare in tutti il desiderio di essere e vivere come noi; che non significa imitazione, ma ispirazione a camminare seguendo le stesse orme, e apertura a Cristo perché operi in ciascuno come in noi. Era ciò che accadeva alla Chiesa primitiva, che compiva così la sua missione: "Vogliamo vivere come voi" dicevano i pagani ai cristiani. Per questo, la “madre vedova” è immagine delle comunità nelle quali, per i peccati e l’indurimento dei fratelli o la negligenza dei pastori, si era spento lo zelo per il Vangelo, raffreddato l’amore tra i fratelli, indebolita la capacità di restare crocifisse sul candelabro della storia. Avevano perduto lo Sposo e i loro “figli” stavano morendo. Accadeva allora, accade oggi… Comunità che non hanno nulla da annunciare, autoreferenziali come ripete Papa Francesco, dove non si danno i segni della fede che ha vinto la morte; mondanizzate, possono solo accompagnare il mondo alla sua tomba. Ma proprio quando tutto sembra perduto, giunge Gesù. Lo ha promesso e lo mantiene: Ecco, Io sarò con voi tutti i giorni. Con te, con me, con la Chiesa. Anche il giorno, questo, del nostro funerale conseguenza della superbia che ci ha separato dal Padre della Vita; anche oggi che il sale della comunità ha perduto il sapore e sta per essere gettato via e calpestato. Lui è il Figlio prediletto e scelto perché, con la sua morte e resurrezione, riconducesse ogni figlio al Padre perduto. Non per caso si trovava lì, in quel momento preciso: era profezia del suo cammino verso la Croce e la tomba, fuori dalle “porte” di Gerusalemme. Avvocato di ogni uomo, doveva incontrare quell'orfano ormai morto proprio “alla porta della città”, dove a quel tempo si svolgevano i processi. Doveva farlo assolvere annunciando che avrebbe preso su di sé la sua condanna, andando Lui, innocente, nella tomba preparata per ogni peccatore.

Esattamente come si trova ora alle “porte” della nostra vita, al limite estremo che ci separa dalla polvere impura di solitudine e silenzio dei terreni fuori città, dove sorgevano i cimiteri. Ma, per ridonarci il Padre, Gesù ha bisogno di guardare e avere compassione di nostra Madre. E chi è nostra Madre? Non solo colei che ci ha generato nella carne. E' Maria, la Madre che ha dato alla luce il Figlio del Padre di ogni uomo. Anche di Lei è immagine la vedova del Vangelo. Oggi di nuovo Maria piange per noi perché ci ama; per salvarci, deve essere lì, accanto ai peccatori, dove incontrare la “compassione” di Gesù e ascoltare l’annuncio capace di consolare e schiudere la tomba: "Non piangere!". Noi siamo morti, e, schiacciati dall’orgoglio, da soli non avremmo la forza di ascoltare. Solo abbandonati alle lacrime di compassione della Chiesa, appoggiati alla sua fede e insieme alla comunità, potremo dischiudere il cuore per accogliere le parole di Gesù. "Non piangere!", le stesse parole che hanno fatto fremere il cuore di Maria Maddalena piangente aprendolo alla sua vittoria, sino a conoscere, in Lui, il Padre suo e Padre nostro; come oggi risvegliano in noi la Verità che la Chiesa ci ha annunciato mille volte: non piangere, la morte è vinta, ogni peccato è perdonato, Cristo è risorto dal sepolcroLa "compassione" di Gesù è quella di suo Padre che lo ha “toccato” con il suo Spirito quando giaceva esanime nella tomba, riscattandolo dalla morte. E' la stessa con cui Gesù “tocca” oggi la nostra bara, contaminandosi con la nostra morte per purificarci e “rialzarci” a una nuova vita. "Dico a te!": a me, a te, proprio a noi, e non sono parole dette così, alla massa. Sono una chiamata personale ad alzarci dalla tomba, forse a confessare quel peccato che abbiamo sempre occultato o minimizzato, perché Gesù vuole “riconsegnarci a nostra Madre”. È il potere della sua Parola che ci libera dal peccato e ci fa tornare vivi a casa, nella comunità cristiana, dove ascoltare la Parola di Dio e accostarci al banchetto che il Padre ha preparato per donarci il suo Figlio. Solo così potremo “sederci ricominciare a parlare", come facevano i rabbini, cioè come qualcuno che ha qualcosa di autentico da trasmettere. Il Signore ha il potere di fare di noi, anche se “giovinetti”, ancora deboli, fragili e inesperti, dei padri e maestri per questa generazione. Liberi dal narcisismo perché figli di Dio, potremo amare e perdere la vita perché tutti ascoltino l’annuncio che ha salvato noi.





QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





Lunedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Oh, umiltà di Cristo!
Ti conosco ma non sono capace di raggiungerti,
Ti conosco per grazia di Dio, ma non riesco a descriverti.
Ti cerco come una perla preziosa e splendente.
Tu sei delizia per l'anima e sei più dolce di ogni cosa al mondo.


Silvano del Monte Athos










L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Luca 7,1-10.

Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono uomo sottoposto a un'autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all'uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa». All'udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.









L'ASCOLTO DELLA PREDICAZIONE DONA LA FEDE CHE CRESCE IN UN CAMMINO DOVE SPERIMENTARE IL SUO COMPIMENTO


In una disputa con i Giudei Gesù ebbe ad affermare che "Dio è capace di far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre". Nel Vangelo di oggi questo si fa evidente. Ed è una parola importante per la Chiesa, per ripensare la sua missione "Ad Gentes". Appare infatti la fede in un centurione romano, un gentile, un pagano. Non fa parte del Popolo di Israele, non è entrato nella comunità. Ma "ama questo popolo", e ha mostrato questo amore con un fatto concreto: "ha costruito la loro sinagoga", la loro casa di riunione. Ha messo il suo denaro a disposizione della loro assemblea, rendendo così possibile l'ascolto della Parola. In un certo senso si potrebbe dire che ha donato qualcosa di se stesso alla Parola, ha intrecciato la sua vita con la vita della comunità accanto alla quale viveva, e, così facendo, si è fatto, in qualche modo, servo della Parola. L'amore di questo centurione ha legato la sua esistenza a quella Parola che aveva costituito, formato, salvato e vivificato il Popolo d'Israele. L'amore era così divenuto, misteriosamente, amore alla promessa racchiusa nella Parola divina per testimoniare la quale quel Popolo era stato eletto. E l'amore aveva condotto il centurione sulle soglie dello stesso compimento atteso dal Popolo oggetto della sua carità. In lui si riassumono le parole dei Profeti, ed ora era, come l'umanità d'ogni generazione, come ogni uomo d'ogni latitudine, in attesa dell'Atteso delle Genti. Ma non lo aveva condotto da Gesù una ricerca esibita o resa esplicita attraverso preghiere o altro. Forse sino a quel momento, il centurione non aveva neanche pensato di avvicinarsi al Profeta di Nazaret. Ma un evento di morte aveva sconvolto la sua vita: "un servo a lui caro giaceva moribondo"; l'angoscia stringeva il suo cuore, come il cuore di ciascun uomo, come il nostro cuore dinanzi ad un dolore per qualcosa o qualcuno a cui teniamo tantissimo. E' questa la soglia ultima dell'attesa, lo sconvolgimento doloroso che afferra quanto ci è più caro, un figlio, il matrimonio, il lavoro, un amico, la nostra stessa anima. Questa fitta nel petto, questo dolore di stomaco che abbiamo oggi, per qualcosa di ineluttabile che ci sta portando via ciò che amiamo. Un servo, uno schiavo è colui che serve la nostra vita, che conosce le nostre abitudini, che lava i nostri piedi, che ci prepara da mangiare, che attende ai nostri desideri. Colui del quale non possiamo fare a meno. E ancor di più, nel caso del centurione, si trattava di uno schiavo amato, uno schiavo-amico, probabilmente confidente e custode dei segreti più intimi. E stava male da morirci quello schiavo. Come sta male la nostra anima, in bilico tra la vita e la morte, in una tentazione o forse in un peccato, o in un dolore lancinante che fa tremare le radici della fede, o nella notte oscura che spegne speranza e gioia. Era questa la soglia donde il centurione era giunto, la pienezza dei tempi, il momento favorevole per l'incontro decisivo. Come lo sono per noi i momenti duri e angosciosi, quelli dove la morte nelle sue diverse coniugazioni si fa presente e non possiamo far nulla. Come la pozza di letame nella quale era precipitata la vita del figlio prodigo, dove nessuno poteva dargli nulla. L'esito fallimentare ma autentico dei tentativi di risolvere i problemi o di innalzarci per cercare di realizzare la vita. Ma il centurione aveva percorso un cammino d'amore, aveva legato la sua vita a quella promessa e a quella Parola di vita. Come ciascuno di noi ha ascoltato la stessa Parola, ha creduto alla stessa promessa e si è messo in cammino. E ora era giunto al crocevia più importante del suo cammino, alla soglia del compimento della Promessa racchiusa nella Parola. Il Compimento era proprio lì, era appena entrato nella sua città, si era fatto carne per lui: la Parola che aveva servito si era avvicinata a lui, si era incarnata in quell'Uomo, Gesù di Nazaret. Qualcosa aveva intuito, risuonava misteriosamente in lui la Parola e aderiva al suo cuore la promessa a cui aveva legato la propria vita. L'amore, infatti, spinge sempre a superare ragioni e logiche umane: lo stesso amore nutrito per Israele che lo aveva condotto a superare le regole di un ufficiale di un esercito occupante, era quello per il suo servo, e lo spingeva a cercare la sua guarigione e salvezza in quella Parola e nel suo compimento che s'erano fatti così prossimi. Un'intuizione, un moto dell'anima, l'eco inconfondibile d'un amore che ora fruttificava in fede e speranza, qualcosa di tutto ciò a cui possiamo dare il nome di Grazia, muoveva ora il centurione.




Ed erano passi umili, fondati su di un'esperienza quotidiana, l'obbedienza che gli era dovuta in quanto capo e che doveva in quanto subalterno. Conosceva il suo posto, non era preda d'un sogno o di un'alienazione; e conosceva sé stesso, viveva nella verità, che è la traduzione dell'umiltà, e la verità era che, pur amando il Popolo a suon di denari donati, pur amando il suo servo, non poteva esigere nulla, non era degno. Ma proprio dalla consapevolezza della propria indegnità scaturisce la fede. L'umiltà è il seno fecondo della fede. Il centurione aveva percorso un lungo cammino, l'amore s'era intrecciato all'esperienza della propria realtà, l'umiltà stava ora sbocciando in una fede di cui il Signore si stupisce, ne resta ammirato e prenderà a modello di fede adulta per scuotere un Popolo rassegnato ad una fede bambina. E accade che l'amore, la fede e la speranza trovino compimento. La Parola a cui, con amore, aveva dato una casa era vicina a lui e al suo servo per fare di loro la sua stessa casa. Come aveva predetto Natan a Davide: "Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?... una casa farà a te il Signore" (2 Sam. 7, 5.10). La Parola, il Logos amato e invocato nel momento cruciale dell'angoscia si fa carne, e salvezza e casa: "Dì soltanto una parola e il mio servo sarà salvato". L'indegnità accettata si fa dignità perché l'Agnello sgozzato, l'unico degno di prendere il Libro e di aprirne i sigilli, rende degno con il suo sangue chiunque ne invochi il Nome. Il centurione non si riteneva degno che Gesù entrasse nella sua casa, pur avendone costruito una proprio per Lui. Esattamente come Davide all'udire la profezia di Natan: "«Chi sono io, Signore Dio, e che cos'è mai la mia casa, perché tu mi abbia fatto arrivare fino a questo punto?... Che potrebbe dirti di più Davide? Tu conosci il tuo servo, Signore Dio!... Ora, Signore, la parola che hai pronunciata riguardo al tuo servo e alla sua casa, confermala per sempre e fa come hai detto" (2 Sam. 18.20.25). Come Davide, la fede aveva illuminato il centurione al punto di fargli vedere in una sola Parola del Profeta di Nazaret il suo stesso potere, quello di dare vita laddove regna la morte. La fede gli aveva aperto gli occhi della mente e del cuore sino ad identificare, in una sola preghiera, La Parola con la Persona, la Parola con Colui che ha il potere di vincere il peccato e la morte. L'umiltà e la fede gli avevano dato l'ardire di credere possibile l'impossibile. E l'impossibile è avvenuto, la Parola di salvezza era entrata nella sua casa e vi aveva preso dimora guarendo il servo. La promessa s'era compiuta e la Parola incarnata. L'amore fatto dono aveva incontrato l'Amore totale, il dono più grande, la Vita nella morte. E quell'Amore atteso e sperato era ormai la casa eterna del centurione, la sua dimora. E oggi, ascoltando anche noi questa stessa Parola, lasciamo aperto il cuore al suo compimento, o chiudiamo invece, orgogliosi, le porte di casa? Ci abbandoniamo all'unico in grado di guarire nostro figlio, il rapporto logorato con moglie o genero, oppure ci rintaniamo ottusamente nella superbia di chi crede ancora di farcela da solo? Ma oggi il Signore ci rammenta e annuncia ancora che la fede del centurione, è quella che ci è stata promessa: radicata nell'umiltà, che si fa certezza ogni giorno più forte, attraverso la conoscenza di noi stessi, sino a scoprire e ad accettare la nostra totale indegnità. La Chiesa ci sta conducendo a questa soglia, laddove le acque vivificanti del battesimo ci attendono per immergerci nella morte e risurrezione stessa di Cristo, da dove sorgere ad una vita nuova e piena, colma dell'Amore infinito di Dio.




XXIV Domenica del Tempo Ordinario. Anno A



αποφθεγμα Apoftegma

Ma Dio non si arrende: 
Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero,
irrevocabile, al frutto di tale amore...
Non siamo noi che dobbiamo produrre il grande frutto;
il cristianesimo non è un moralismo,
non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo,
ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico:
Dio si dà Egli stesso.
Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire
e, nel contesto del suo Corpo,
nel contesto dello stare in Lui,
identificati con Lui,
nobilitati con il suo Sangue,
possiamo anche noi agire con Cristo.

Benedetto XVI, Incontro con i seminaristi di Roma, 12 febbraio 2011















LA MISERICORDIA CHE CANCELLA IL DEBITO DEL PECCATO E' IL GREMBO NEL QUALE E' GESTATO IL CRISTIANO CHE PERDONA SEMPRE



Pensaci bene: ti senti in debito con qualcuno? Anche questo è vivere intensamente la Quaresima. Con tuo marito o tua moglie, con tuo figlio, con tua suocera, con il collega, ti sei sempre comportato con amore, pazienza misericordia? Hai un peso sulla coscienza che cerchi di dimenticare, un peccato nascosto che tenti di seppellire? Un giudizio, un rancore, un tradimento. Non aver paura di lasciare che venga alla luce, anzi tiralo fuori tu, magari sono vent'anni che ti comprime il cuore e ti impedisce la libertà e la pace. Fallo oggi, confessalo, perché il nostro debito è condonato. Forse, come il servo malvagio siamo così presi da noi stessi che riteniamo di aver ottenuto solo una dilazione e tutti i nostri sforzi sono nervosamente diretti a raccattare in qualsiasi modo quel che dobbiamo rifondere. Abbiamo implorato clemenza e un po' di pazienza per restituire, e sorprendentemente il Signore ci ha condonato il debito, nulla più da restituire. Cancellato. E' questa l'esperienza che cambia radicalmente la vita. E' il cristianesimo. Un condannato a morte al quale gli si sono spalancate le porte della cella ed è ormai libero. Chi non ha questa esperienza vive il proprio cristianesimo senza gioia, e quindi una vita senza frutto, sciapa e immersa nella mormorazione, tutta regole, e sforzi per compierle. Leggi, e sacrifici per rispettarle. La vita come una corsa ad ostacoli, senza amore, esigendo da se stessi e dagli altri, tutti strapazzati perché non scappino dai nostri rigidi schemi, ogni "prossimo" imprigionato perché paghi ciò che crediamo ci debbano dare, così che anche noi possiamo pagare il dovuto a Dio. Sì, viviamo nello stravolgimento della relazione con Lui, non abbiamo conosciuto la gratuità del suo amore e crediamo che, per stare in pace, dobbiamo dargli quello che non abbiamo esigendolo dagli altri. Guarda le relazioni nella tua famiglia, e capirai. Accettiamolo, siamo nemici della Croce di Cristo perché scandalizzati del suo amore così umanamente "ingiusto" da giustificare ciò che noi non giustificheremmo. Ma il documento della nostra condanna è stato distrutto proprio sulla Croce del Signore. Il Suo amore ci ha graziati, senza merito. Oggi, e ogni giorno. Allora convertiamoci e lasciamoci amare sino ad accogliere il perdono per lo stesso peccato settanta volte sette, cioè infinite volte; e così saremo trasformati in misericordia che accoglie e perdona sempre, rompendo volta per volta la spirale di odio che avvelena il mondo, a casa come ovunque, per schiudere il Cielo su questa generazione. 

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COMMENTO COMPLETO

Il nostro debito è stato condonato. Ma la parola condono evoca sempre sdegno, sa di qualcosa che non si è meritato, ai cuori che si ritengono giusti e onesti appare come un’ingiustizia. Il condono è sempre fuori-legge, contestato e rigettato in nome della giustizia, sia per i grandi evasori fiscali, sia per i popoli poveri e in via di sviluppo, perché l’uomo non è abituato al condono dei debiti. La colpa rimane incastrata nel cuore perché non si è mai fatta l’esperienza esistenziale di un perdono capace non solo di condonare, ma anche di ricreare un cuore nuovo, orientato al bene proprio laddove lo era stato al male.

Nella nostra vita ci è spesso accaduto come al servo spietato: nella preghiera, nell’accostarci al sacramento della penitenza, abbiamo “implorato clemenza e un po’ di pazienza per restituire”, dimenticando o ignorando che il Signore perdona condonando tutto il debito e, in più, donando lo Spirito Santo che trasforma radicalmente il cuore, come il Battesimo. Il suo perdono è “la seconda tavola di salvezza dopo il naufragio della grazia perduta” (Tertulliano, De paenitentia, 4, 2): il Signore ha distrutto il “documento scritto della nostra colpa; lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce” (Col 2, 14). Nessun debito da estinguere, perché “non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Rm 8, 1). Nulla più da restituire.

E’ l’esperienza che cambia radicalmente la vita, il cuore del cristianesimo; e questo è un cristiano: un condannato a morte al quale siano state spalancate le porte della cella; è libero, ha conosciuto nel suo intimo la misericordia di Dio, e per questo, al termine di ogni eucarestia, di ogni confessione, all’ascoltare la predicazione del Vangelo, nel segreto della sua preghiera contrita e umiliata, può esultare con la Chiesa come nella notte di Pasqua quando canta “O felix culpa, felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!” (Exultet di Pasqua).
 
La gratitudine, la pace, la consolazione e la gioia sono gli effetti immediati del perdono: “Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia. Coloro che ricevono il sacramento della Penitenza con cuore contrito e in una disposizione religiosa conseguono la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito. Infatti, il sacramento della Riconciliazione con Dio opera una autentica risurrezione spirituale, restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l’amicizia di Dio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1468).

Il servo aveva ottenuto tutto ciò: il debito che lo separava dal suo re era stato cancellato, la magnanimità lo aveva fatto risorgere dalla prigione alla quale era condannato, gli erano stati restituiti la dignità e i beni, poteva ancora amministrarli nell’intima e grande amicizia con il suo re. Eppure non appaiono in lui la gratitudine, la consolazione e la pace. Sembra piuttosto non accorgersi di nulla, una scorza sul cuore gli impedisce di lasciarsi raggiungere dalla misericordia del Re che “si era impietosito di lui”. Troppo grande, stupefacente, incredibile quell’amore, e così rispettoso della sua libertà al punto di lasciare che si rinchiudesse nel suo orgoglio incapace di accogliere la gratuità del condono.

Come accade a noi, che, pur rivolgendoci a Dio, lo consideriamo uno strozzino che può solo dilazionare i tempi della restituzione: lo conosciamo attraverso la carne, e proiettiamo su di Lui l’immagine che abbiamo dell’uomo e della giustizia mondana, il poco di cui abbiamo esperienza empirica. Per questo siamo preoccupati di quello che dovremmo fare per estinguere il debito, illusi e sedotti dall’inganno “originale” d’essere diventati come dio, nella superba certezza di poterlo trattare da pari a pari e di saper raccogliere una fortuna quale la sua; ma ci ritroviamo stretti nel moralismo e nel legalismo che ci soffocano l’anima.

La parabola infatti, ci illumina su quale sia il vero obiettivo di satana: il peccato concreto è solo uno strumento con il quale egli cerca di inchiodarci alla disperazione cieca sull’amore infinito di Dio: sollecita l’orgoglio perché, ferito dal fallimento, ci spinga nell’abisso di violenza, odio ed esigenza che cancella la speranza, la fede e la carità dal cuore, anticipo dell’inferno al quale vuole condurci.

Il Re aveva condonato 10.000 talenti, una somma esorbitante, se si pensa che la rendita annua del regno di Erode era di novecento talenti (cf G. Flavio, Antichità Giud. XVII, 11,4,$$ 317-320); la somma corrispondeva a 360 tonnellate di oro o di argento. Un talento era pari a 6.000 denari, mentre uno stipendio medio era di 30 denari; 10.000 talenti significavano dunque 60.000.000 di stipendi quotidiani. Per pagare questo debito il servo avrebbe dovuto lavorare circa 200.000 anni. Quale stoltezza allora appare nel servo che si illudeva di poter rifondere una fortuna così immensa!

Ma il demonio è così astuto da saper innescare l’orgoglio perché si inoltri nell’irragionevolezza dove è impossibile accogliere l’unico amore ragionevole, quello che, a fronte di un debito impossibile da saldare, può solo condonarlo. Il debito del peccato, di qualunque peccato, infatti, è inestinguibile, se non a prezzo della vita, come la stessa Legge prescriveva. E non solo con la propria, ma anche con quella “della moglie e dei figli”. Il peccato che rompe la relazione con Dio distrugge tutto, la famiglia, il futuro dei figli, si sparge come un’epidemia, rende schiavi e uccide.

Ma Cristo ha pagato sino all’ultimo spicciolo – con la sua stessa vita – il prezzo della nostra redenzione: “Egli ha pagato per noi all’eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica” (Exultet di Pasqua). Ma il servo spietato non aveva capito: “lasciato andare” era rimasto imprigionato, come i canarini nati nella gabbia e per questo incapaci di volare una volta usciti. Il perdono non lo aveva toccato e rigenerato, e così si era infilato nel cammino oscuro dei sensi di colpa e dell’orgoglio ferito, di quanti vivono il proprio cristianesimo senza la gioia della resurrezione, arrestandosi nel perimetro limitato della “religione naturale”: “Nelle religioni mondiali, espiazione significa normalmente riparazione e ripristino dei rapporti perturbati esistenti con la divinità, ottenuti tramite azioni propiziatrici degli uomini. L’azione espiatrice con la quale gli uomini mirano a conciliarsi e a propiziarsi la divinità, sta al centro della storia delle religioni (J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, pp. 227-228).

Per questo, la loro esistenza è costellata di regole e leggi, e sforzi per compierle e rispettarle; le loro giornate si dispiegano come una corsa ad ostacoli, senza amore, esigendo da se stessi e dagli altri. Moglie, marito, figli, colleghi, tutti strapazzati perché non scappino dai propri rigidi schemi; ogni “prossimo” è imprigionato perché paghi “il dovuto”, la considerazione, la pazienza, il rispetto, l’amore di cui si è debitori verso Dio ma di cui si è sprovvisti, e che, stoltamente, si vorrebbe estorcere agli altri per poter mettere in pace la coscienza.

Anche per noi spesso il sangue di Cristo sembra non aver segnato gli stipiti delle nostre porte, e viviamo nel terrore che possa giungere da un momento all’altro l’angelo giustiziere. Una vita senza la Pasqua è una vita preda dell’angoscia e dei sensi di colpa, chiusa nell’oscurità del sospetto e dell’insoddisfazione che avvolgono ogni relazione. In debito con Dio vediamo creditori ovunque: tutti ci devono qualcosa, ci sentiamo vittime di ingiustizie di ogni tipo, nessuno ci comprende tributandoci gli onori, l’affetto e la gratitudine che ci spettano.
 
Ma dietro ad ogni atteggiamento di esigenza vi è sempre un cuore che non ha conosciuto il perdono, la profonda riconciliazione con Dio. Chi invece si è sentito perdonato e riconciliato con Dio, vive in pace, e non pone più limiti all’amore. Ha sperimentato la Pasqua, e ha scoperto in Cristo il prezzo “dovuto” del riscatto, l’unico che poteva estinguere il nostro debito: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia… Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia. (cfr. 1 Pt. 1, 18-19 e 1 Pt. 2, 24).

Non si tratta dunque della semplice chiusura di una partita di dare e avere. La parabola ci dice che la Redenzione operata da Cristo è qualcosa di infinitamente più grande di un pur inaudito e scandaloso condono del debito: Gesù ha offerto se stesso per riscattarci dalla morte che paralizzava il nostro cuore, rendendolo incapace di amare. Il condono totale del debito era necessario per liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato e ricrearlo a immagine e somiglianza di Dio, vivo per la giustizia, come hanno ripetuto i Padri: “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse divenire dio”.

Il re della parabola è immagine del Padre che guarda con amore ai suoi servi, anche a quelli infedeli che hanno sperperato i suoi beni, disprezzando e usando per se stessi la Grazia della natura divina di cui erano partecipi. Un Re invincibile di fronte al debito più grande, che perdona e condona perché il servo possa di nuovo essere accolto nella sua intimità e vivere secondo la sua volontà, nell’amore e nella fedeltà. Solo se perdonati, riconciliati con Dio e ricreati in Cristo, possiamo vivere in pienezza l’amore che supera le barriere della morte, alte “settanta volte sette” la nostra statura: impossibile per l’uomo superarle, ma possibile presso Dio.
 
In Cristo e solo in Lui siamo cristiani, figli del perdono che vivono perdonando agli altri “settanta volte sette”, infinite volte come infinito era il nostro debito dissolto nella misericordia: “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti [alla lettera: di viscere] di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3, 12-13).

Pietro, a nome della Chiesa domanda e ascolta l’annuncio del Signore, e lo accoglie come un seme di vita nuova deposto nelle sue viscere. La Chiesa, infatti, è il luogo del perdono, il seno benedetto dove rinascere nella misericordia. Chi ha conosciuto il perdono di Dio vede la sproporzione tra quanto gli è stato condonato e “i 100 denari” di cui è creditore. I suoi occhi vedono la trave che li appesantisce e non si accorgono della pagliuzza posata sugli occhi del prossimo.

Se il nostro debito con Dio è estinto, anche il debito del nostro prossimo è naturalmente disciolto nelle stesse viscere di misericordia che ci hanno liberato. Un amore senza limiti che risponde a un debito infinito rompe la catena del male e della rivalsa, e disegna una nuova “economia di misericordia”, la follia dell’economia divina. La pace, la gioia, la vita vera è tutta in questo amore: “O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!” (Exultet di Pasqua).