XXIX Domenica del Tempo Ordinario. Approfondimenti




Benedetto XVI


Veniamo ora alle Letture bibliche, nelle quali oggi il Signore ci parla. La prima, tratta dal Libro di Isaia, ci dice che Dio è uno, è unico; non ci sono altri dèi all’infuori del Signore, e anche il potente Ciro, imperatore dei persiani, fa parte di un disegno più grande, che solo Dio conosce e porta avanti. Questa Lettura ci dà il senso teologico della storia: i rivolgimenti epocali, il succedersi delle grandi potenze stanno sotto il supremo dominio di Dio; nessun potere terreno può mettersi al suo posto. La teologia della storia è un aspetto importante, essenziale della nuova evangelizzazione, perché gli uomini del nostro tempo, dopo la nefasta stagione degli imperi totalitari del XX secolo, hanno bisogno di ritrovare uno sguardo complessivo sul mondo e sul tempo, uno sguardo veramente libero, pacifico, quello sguardo che il Concilio Vaticano II ha trasmesso nei suoi Documenti, e che i miei Predecessori, il Servo di Dio Paolo VI e il Beato Giovanni Paolo II, hanno illustrato con il loro Magistero.

La seconda Lettura è l’inizio della Prima Lettera ai Tessalonicesi, e già questo è molto suggestivo, perché si tratta della lettera più antica a noi pervenuta del più grande evangelizzatore di tutti i tempi, l’apostolo Paolo. Egli ci dice anzitutto che non si evangelizza in maniera isolata: anche lui infatti aveva come collaboratori Silvano e Timoteo (cfr 1 Ts 1,1), e molti altri. E subito aggiunge un’altra cosa molto importante: che l’annuncio dev’essere sempre preceduto, accompagnato e seguito dalla preghiera. Scrive infatti: “Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere” (v. 2). L’Apostolo si dice poi ben consapevole del fatto che i membri della comunità non li ha scelti lui, ma Dio: “siete stati scelti da lui” – afferma (v. 4). Ogni missionario del Vangelo deve sempre tenere presente questa verità: è il Signore che tocca i cuori con la sua Parola e il suo Spirito, chiamando le persone alla fede e alla comunione nella Chiesa. Infine, Paolo ci lascia un insegnamento molto prezioso, tratto dalla sua esperienza. Egli scrive: “Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse tra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con piena certezza” (v. 5). L’evangelizzazione, per essere efficace, ha bisogno della forza dello Spirito, che animi l’annuncio e infonda in chi lo porta quella “piena certezza” di cui parla l’Apostolo. Questo termine “certezza”, “piena certezza”, nell’originale greco, è pleroforìa: un vocabolo che non esprime tanto l’aspetto soggettivo, psicologico, quanto piuttosto la pienezza, la fedeltà, la completezza – in questo caso dell’annuncio di Cristo. Annuncio che, per essere compiuto e fedele, chiede di venire accompagnato da segni, da gesti, come la predicazione di Gesù. Parola, Spirito e certezza – così intesa – sono dunque inseparabili e concorrono a far sì che il messaggio evangelico si diffonda con efficacia.

Ci soffermiamo ora sul brano del Vangelo. Si tratta del testo sulla legittimità del tributo da pagare a Cesare, che contiene la celebre risposta di Gesù: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). Ma, prima di giungere a questo punto, c’è un passaggio che si può riferire a quanti hanno la missione di evangelizzare. Infatti, gli interlocutori di Gesù – discepoli dei farisei ed erodiani – si rivolgono a Lui con un apprezzamento, dicendo: “Sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno” (v. 16). E’ proprio questa affermazione, seppure mossa da ipocrisia, che deve attirare la nostra attenzione. I discepoli dei farisei e gli erodiani non credono in ciò che dicono. Lo affermano solo come una captatio benevolentiae per farsi ascoltare, ma il loro cuore è ben lontano da quella verità; anzi, essi vogliono attirare Gesù in una trappola per poterlo accusare. Per noi, invece, quell’espressione è preziosa e vera: Gesù, in effetti, è veritiero e insegna la via di Dio secondo verità, e non ha soggezione di alcuno. Egli stesso è questa “via di Dio”, che noi siamo chiamati a percorrere. Possiamo richiamare qui le parole di Gesù stesso, nel Vangelo di Giovanni: “Io sono la via, la verità e la vita” (14,6). E’ illuminante in proposito il commento di sant’Agostino: “Era necessario che Gesù dicesse: «Io sono la via, la verità e la vita», perché, una volta conosciuta la via, restava da conoscere la meta. La via conduceva alla verità, conduceva alla vita ... E noi dove andiamo, se non a Lui? e per quale via camminiamo, se non attraverso di Lui?” (In Ioh 69, 2). I nuovi evangelizzatori sono chiamati a camminare per primi in questa Via che è Cristo, per far conoscere agli altri la bellezza del Vangelo che dona la vita. E su questa Via non si cammina mai soli, ma in compagnia: un’esperienza di comunione e di fraternità che viene offerta a quanti incontriamo, per partecipare loro la nostra esperienza di Cristo e della sua Chiesa. Così, la testimonianza unita all’annuncio può aprire il cuore di quanti sono in ricerca della verità, affinché possano approdare al senso della propria vita.

Una breve riflessione anche sulla questione centrale del tributo a Cesare. Gesù risponde con un sorprendente realismo politico, collegato con il teocentrismo della tradizione profetica. Il tributo a Cesare va pagato, perché l’immagine sulla moneta è la sua; ma l’uomo, ogni uomo, porta in sé un’altra immagine, quella di Dio, e pertanto è a Lui, e a Lui solo, che ognuno è debitore della propria esistenza. I Padri della Chiesa, prendendo spunto dal fatto che Gesù fa riferimento all’immagine dell’Imperatore impressa sulla moneta del tributo, hanno interpretato questo passo alla luce del concetto fondamentale di uomo immagine di Dio, contenuto nel primo capitolo del Libro della Genesi. Un Autore anonimo scrive: “L’immagine di Dio non è impressa sull’oro, ma sul genere umano. La moneta di Cesare è oro, quella di Dio è l’umanità … Pertanto da’ la tua ricchezza materiale a Cesare, ma serba per Dio l’innocenza unica della tua coscienza, dove Dio è contemplato … Cesare, infatti, ha richiesto la sua immagine su ogni moneta, ma Dio ha scelto l’uomo, che egli ha creato, per riflettere la sua gloria” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, Omelia 42). E Sant’Agostino ha utilizzato più volte questo riferimento nelle sue omelie: “Se Cesare reclama la propria immagine impressa sulla moneta - afferma -, non esigerà Dio dall’uomo l’immagine divina scolpita in lui?” (En. in Ps., Salmo 94, 2). E ancora: “Come si ridà a Cesare la moneta, così si ridà a Dio l’anima illuminata e impressa dalla luce del suo volto … Cristo infatti abita nell’uomo interiore” (Ivi, Salmo 4, 8).

Questa parola di Gesù è ricca di contenuto antropologico, e non la si può ridurre al solo ambito politico. La Chiesa, pertanto, non si limita a ricordare agli uomini la giusta distinzione tra la sfera di autorità di Cesare e quella di Dio, tra l’ambito politico e quello religioso. La missione della Chiesa, come quella di Cristo, è essenzialmente parlare di Dio, fare memoria della sua sovranità, richiamare a tutti, specialmente ai cristiani che hanno smarrito la propria identità, il diritto di Dio su ciò che gli appartiene, cioè la nostra vita.


Frederic Manns

"Date a Cesare ciò che è di Cesare ea Dio ciò che è di Dio". La famosa massima è spesso usata per giustificare la separazione tra chiesa e stato. Ma era questo il proposito di Gesù? La domanda è stata posta a Gesù era una trappola . "È lecito o no pagare il tributo a Cesare? "Gerusalemme fu occupata dai Romani e si chiese a Gesù se è lecito pagare le tasse all'imperatore. La risposta di Gesù 'è intelligente ed è in ultima analisi, i suoi avversari stanno per cadere nella trappola che essi stessi tesa.Gesù chiede loro di mostrargli i soldi dalle tasse. Avversari di Gesù 'sono in esecuzione. Con questo semplice fatto, i discepoli dei farisei e erodiani dimostrare che hanno e usano questa moneta, riconoscendo implicitamente l'autorità romana.Tradizione ebraica non consente di rappresentare figure umane. E ora i farisei ed erodiani non fanno scrupolo di utilizzare questo denaro che ha l'immagine di un imperatore. Danno la loro risposta alla domanda che chiedono. E Gesù sta andando nella stessa direzione. Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare ea Dio ciò che è di Dio. Il Regno di Dio è dunque quello di accettare le realtà umane e di cercare le cose celesti. Su questa moneta ha presentato a Gesù, apparve l'immagine dell'imperatore. Il denaro, come il potere politico, è una creazione dell'uomo. Non è di per sé un male. Lealmente vinto come premio per un lavoro, perché l'operaio è degno della sua mercede (Lc 10,7), e successivamente utilizzato correttamente, il denaro può diventare uno strumento di servizio e di giustizia. Se usiamo senza essere dominati o schiavo di esso, il denaro può aiutare loro amore. Il potere politico e la gestione finanziaria sono buoni servitori, ma diventano tiranni formidabili, se idolatrato. Perché solo Dio è Dio. L'uomo appartiene né alla politica, al potere del denaro o di meccanismi economici.L'uomo è creato a immagine di Dio. "Dio creò l'uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò" (Gen 1, 27). Cristo, che ci ha portato nella sua Pasqua, partecipiamo alla vita di Dio. "Il tempio di Dio è santo, e questo tempio siete voi", dice Paolo (1 Corinzi 02:17). L'uomo, ogni uomo è sacro, perché è "fatto a immagine di Dio" (Gen 1, 27). Ma non il partito, lo stato di Gesù ci ricorda che Cesare non è onnipotente, e non è Dio. Lo Stato svolge certamente un ruolo importante e dobbiamo essere cittadini leali e responsabili, ma non può avere il monopolio sulle nostre vite. Non è sacro. Il messaggio è chiaro: Cesare non è Dio. Ma dare a Dio ciò che è di Dio ed è quindi alle proprie responsabilità al servizio dell'uomo e di tutti gli uomini, è anche sporcarsi le mani nella lotta politica, ma anche pagare le tasse onestamente perché è un dovere di giustizia. "Se vogliamo essere veramente un'immagine di Dio, dobbiamo essere come Cristo, poiché egli è l'immagine della bontà di Dio", ha scritto un dottore della Chiesa, Lorenzo da Brindisi.



San Colombano 
« Di chi è questa immagine ? »

Mosè ha scritto nella Legge : « Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza » (Gen 1, 26). Considerate, vi prego, la grandezza di questa espressione. Dio onnipotente, invisibile, incomprensibile, ineffabile, inestimabile, plasmò l’uomo dal fango della terra e lo nobilitò con la dignità della sua immagine. Che cosa vi può essere di comune tra l’uomo e Dio, tra il fango e lo spirito ? « Dio, infatti è spirito » (Gv 4, 24). Quale grande degnazione è stata questa, che Dio abbia dato all’uomo l’immagine della sua eternità e la somiglianza del suo divino operare ! Grande dignità deriva all’uomo da questa somiglianza con Dio, purché sappia conservarla…
Se l’uomo userà rettamente di quelle facoltà che Dio ha concesso alla sua anima, allora sarà simile a Dio. Ricordiamoci che gli dobbiamo restituire tutti quei doni che egli ha depositato in noi quando eravamo nella condizione originaria. Ce ne ha insegnato il modo con i suoi comandamenti. Il primo di essi è quello di amare il Signore nostro con tutto il cuore « perché egli per primo ci ha amati » (1 Gv 4, 19) fin dall’inizio dei tempi, prima ancora che noi venissimo alla luce di questo mondo. L’amore di Dio è la rinnovazione della sua immagine. Ama veramente Dio chi osserva i suoi comandamenti…
Dobbiamo quindi restituire al Dio e Padre nostro la sua immagine non deformata, ma conservata integra mediante la santità della vita, perché egli è santo. Per questo è stato detto : « Siate santi, perché io sono santo » (Lv 11, 45). Dobbiamo restituirgliela nella carità, perché è carità, secondo quanto dice Giovanni : « Dio è carità » (1 Gv 4, 16). Dobbiamo restituirgliela nella bontà e nella verità, perché egli è buono e verace. Non siamo dunque pittori di una immagine diversa da questa… Perché non avvenga che dipingiamo nel nostro animo immagini tiranniche, intervenga Cristo stesso e tracci nel nostro spirito i lineamenti precisi di Dio.


Sant’Atanasio 
Cristo è immagine del Dio invisibile; per opera di lui abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati (Col 1,15.14)

Poiché gli uomini erano diventati irragionevoli e l’inganno dei demoni gettava la sua ombra da ogni parte e nascondeva la conoscenza del Dio vero, cosa doveva fare Dio? Tacere di fronte a tale situazione? Accettare che gli uomini si smarrissero e non conoscessero Dio?… Forse Dio non risparmierà alle sue creature di smarrirsi lontano da lui e di essere assoggettate al non essere, soprattutto se questo smarrimento diventa per esse motivo di rovina e di perdita, mentre gli esseri che hanno partecipato all’immagine di Dio (Gen 1,26) non devono perire? Cosa occorreva che Dio facesse? Cosa fare, se non rinnovare in loro la sua immagine, affinché gli uomini potessero nuovamente riconoscerlo?
Come questo poteva realizzarsi, se non mediante la presenza dell’immagine stessa di Dio (Col 1,15), il nostro Salvatore Gesù Cristo? Questo non era attuabile dagli uomini, poiché non sono l’immagine ma sono stati creati secondo l’immagine; neanche poteva essere realizzato dagli angeli che non sono delle immagini. Per questo è venuto in persona il Verbo di Dio, che è l’immagine del Padre, per essere in grado di restaurare l’immagine nel fondo dell’essere degli uomini. D’altronde, questo non poteva capitare finché la morte e la corruzione che ne consegue non fossero state annientate. Per questo egli ha assunto un corpo mortale, per poter annientare la morte e restaurare gli uomini fatti secondo l’immagine di Dio. L’immagine del Padre, dunque, il Figlio suo santissimo, è venuto da noi per rinnovare l’uomo fatto a sua somiglianza e per ritrovarlo, mentre era perduto, mediante la remissione dei peccati, come egli stesso dice: «Sono venuto a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10).




Sant'Antonio di Padova 


« Risplenda su di noi la luce del tuo volto » (Sal 4,7)

    Come questa moneta d'argento porta l'immagine di Cesare, così la nostra anima è l'immagine della Santa Trinità, secondo ciò che sta detto nel salmo: «La luce del tuo volto è impressa in noi, Signore» (4,7 LXX)... Signore, la luce del tuo volto, cioè la luce della tua grazia che mette in noi la tua immagine e ci rende simili a te, è impressa in noi, cioè nella nostra ragione che è la potenza più elevata della nostra anima e che riceve questa luce come la cera riceve l'impronta del sigillo. Il volto di Dio, è la nostra ragione; infatti come si riconosce una persona dal suo volto, così conosciamo Dio attraverso lo specchio della ragione. Ma la ragione è stata deformata dal peccato dell'uomo, poiché il peccato oppone l'uomo a Dio. La grazia di Cristo ha riparato la nostra ragione. Per questo l'apostolo Paolo dice agli Efesini: «Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente» (4,23). La luce di cui si parla in questo salmo è dunque la grazia, che restaura l'immagine di Dio impressa nella nostra natura...

    L'intera Trinità ha fatto l'uomo a sua somiglianza. Nella memoria, assomiglia al Padre; nell'intelligenza, assomiglia al Figlio; nell'amore, assomiglia allo Spirito Santo... Al momento della creazione, l'uomo è stato fatto «a immagine e somiglianza di Dio» (Gen 1,26). Immagine nella conoscenza della verità; somiglianza nell'amore della virtù. La luce del volto di Dio è dunque la grazia che ci giustifica e rivela nuovamente l'immagine creata. Questa luce costituisce tutto il bene dell'uomo, il suo vero bene; lo caratterizza, come l'immagine di Cesare caratterizza la moneta d'argento. Per questo il Signore aggiunge: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare». Come se dicesse: Così come rendete a Cesare la sua immagine, rendete a Dio la vostra anima, adornata e caratterizzata dalla luce del suo volto.



GLI ERODIANI


Chi erano gli Erodiani dei vangeli?

Secondo Marco 3:6 furono gli Erodiani insieme ai Farisei a decidere di far morire Gesù. Secondo Matteo 22:16 e Marco 12:13 entrambi i gruppi vollero mettere alla prova Gesù con la domanda sul tributo a Cesare.
Potrebbe inoltre esserci un'allusione nei loro confronti in Marco 8:15, quando Gesù usa l'espressione "lievito di Erode". Questo è quanto abbiamo dal Nuovo Testamento.
Letteralmente, il termine può riferirsi ad alcuni funzionari o addetti alla casa reale di Erode (cfr. un termine analogo in G.Flavio Ant.14,450; Guer.1,319). In questo caso però, i Farisei non si sarebbero legati con persone subalterne a corte, dato che la casta farisaica era nazionalista, e quindi fortemente avversa, come spieghiamo in seguito, alla dinastia reale idumea.
Altri studiosi, pensano ad una fazione religiosa filogovernativa, forse i Boetusiani, membri di una famiglia sacerdotale insediatasi sotto Erode il Grande, (Boethos, sacerdote di Alessandria, la cui figlia Mariamne divenne sposa di Erode nel 24aC). Questi condividevano alcune concezioni con gli Esseni, discendevano come i Sadducei dal sommo sacerdote Tsadok, tanto che sono spesso confusi tra loro anche nella letteratura rabbinica (A.Schlatter, Geschlichte Israels, 1925,167). Sono di valore discutibile alcune notizie della chiesa primitiva, che parlano di un gruppo religioso giudaico di Erodiani (E.Bikerman,RB47(1938) 184-197).
Sono invece in molti a pensare che questo fosse un partito politico giudaico, devoto probabilmente all'imperatore romano, ed al suo rappresentante Erode, partito di corte che formava l'estremo opposto ai farisei. Può darsi che tra loro vi fossero alcuni che considerassero Erode come il messia, e forse avrebbero voluto vedere la Giudea affidata a lui piuttosto che amministrata dai romani. Tertulliano, Girolamo, Crisostomo ed altri antichi scrittori hanno sostenuto questa tesi. I vangeli di Luca e Giovanni evitano di menzionare gli Erodiani, e anche in Matteo il loro nome è più raro che in Marco, si può forse dedurre che già all'epoca dei vangeli più tardivi il suo significato non fosse del tutto chiaro. Forse era stato un movimento effimero, che non aveva lasciato ricordo di sé.
Le attuali scoperte, sembrano provare che essi non formavano né una setta religiosa, né un partito politico. Erano probabilmente giudei che occupavano posti importanti, favorevoli agli Erodi e quindi anche ai Romani che li appoggiavano. Essendo la dinastia di Erode di origine idumea e politicamente filoromana, si comprenderà l'opposizione che incontrava negli ambienti tipicamente giudaici, nonostante che i re, (gli erodi) fossero sempre compiacenti con i farisei (setta più importante del popolo), e si preoccupassero di abbellire le città, specialmente Gerusalemme. Ad ogni modo la casa reale d'Erode ebbe sempre alcuni simpatizzanti tra i giudei.
All'epoca di Gesù Cristo, gli Erodiani dovevano essere una piccola fazione, fedele al tetrarca Erode Antipa (-4aC-39dC), come possibile candidato per occupare il trono di Israele, tenuto già prima da suo padre Erode il Grande. Probabilmente non appartenevano alle forze della giustizia, altrimenti i farisei se ne sarebbero serviti per cercare di intimidire Gesù, piuttosto che tendergli trappole (tributo a Cesare ecc.). Inoltre in oriente, gli esattori non hanno l'abitudine di far domande a persone loro inferiori, sulla legalità delle imposte.

L'origine degli Erodiani e il loro pensiero

E' da ricercarsi nella condizione politica della Giudea, dopo l'arrivo, prima di Giulio Cesare poi di Marco Antonio, nella Siria, l'intervento della potenza romana nel governo dei Giudei, fu tale che divise la Palestina in tetrarchie, dopo aver osteggiato la dinastia reale nativa, cioè l'asmonea. Erode il Grande, seppe rendersi accetto prima ad Antonio poi ad Augusto, e fu da questi nominato finalmente re della Giudea (37 aC), escludendo così la linea degli Asmonei. Il timore e l'odio che sentivano i Farisei e la grande maggioranza del popolo contro la potenza romana ed ora anche contro Erode, erano basati su Deuter. 17:15 dove viene detto: "Costituisci per re sopra te uno d'infra i tuoi fratelli". I Farisei insegnavano quindi che non era lecito sottomettersi all'impero romano o pagar tributi ai suoi ufficiali. Da qui deriva anche il disprezzo e l'odio in cui erano tenuti i pubblicani, ossia i gabellieri romani. Da qui le frequenti rivolte come il tentativo di Giuda il Galileo, o secondo Flavio, Giuda il Gaulonita, "ai giorni della riscossione delle tasse" (At 5:37; Ant 18,1,1). Erode e i suoi seguaci, intendevano invece quel passo del Deuteronomio, come proibitivo, soltanto dietro ad una scelta volontaria di straniero dominatore, e non applicabile in questo caso, in cui la forza aveva reso impossibile ogni scelta, e sostenevano fosse perfettamente lecito, tanto il sottomettersi all'imperatore romano, quanto il pagargli il tributo. Questa era una delle dottrine degli Erodiani. Altra dottrina erodiana, molto più subdola ed ipocrita della prima, era: "che fosse lecito, quando si era sopraffatti e costretti da forza maggiore straniera, il vivere senza osservare la legge mosaica, e perfino abbandonarsi a pratiche idolatre". Pare che Erode propagasse tra i suoi, questo insegnamento per giustificare la propria condotta, così poteva costruire templi a Cesare ed ingraziarsi l'imperatore, poteva fabbricare teatri, introducendo nel suo regno il gusto dei giochi, spendendo enormi somme per offrire pubblici spettacoli alla popolazione di Roma. Ascoltiamo direttamente le parole di Giuseppe Flavio: "quella sottomissione ad un tempo, e liberalità che Erode esercitava verso Cesare e i più potenti di Roma, lo obbligavano a trasgredire le costumanze della sua nazione, e a porre in modo non chiaro molte leggi di essa, col fabbricare città in un modo stravagante, e con l'erigere templi, non nella Giudea, che ciò non sarebbe stato tollerato, essendo vietato a noi di rendere onore alcuno ad immagini e rappresentazioni di animali, secondo l'usanza dei greci; ma questo egli faceva nel territorio fuori dei nostri confini, e nelle città di quello. La scusa che ne adduceva con i Giudei era che queste cose egli le faceva non già per propria inclinazione, ma per comando e ingiunzione di altri, alfin di piacere a Cesare e ai romani, come se gli stessero meno a cuore le costumanze giudaiche, che non l'onore dei Romani" (Ant.15,9,5).

Gesù e gli Erodiani

Circa la domanda sul "tributo a Cesare", Gesù si sottrae abilmente all'insidiosa trappola tesagli dai suoi interlocutori (Farisei ed Erodiani), trasferendo la questione, su un piano prettamente spirituale, quello del rapporto con Dio. Seguendo il metodo delle controversie, Egli costringe gli interroganti a prendere posizione davanti alla realtà di fatto. Denuncia la loro ipocrisia e dice: " Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un "denarion" d'argento, l'unità del sistema monetario romano dell'impero, con il quale nelle province si paga il tributo all'imperatore. Egli allora chiede: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli rispondono : "Di Cesare". Di fatto le monete coniate sotto Tiberio, imperatore dal 14 al 37 dC, portano nel recto il profilo dell'imperatore (Cesare, nel linguaggio protocollare), nell'esergo l'iscrizione: "Tiberius Caesar divi Augusti filius Augustus" e nel verso o rovescio le parole: "pontifex maximus". La conclusione di Gesù nel Suo stile lapidario, è di un efficacia sorprendente : " Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Tutti gli evangeli notano che i suoi interlocutori restarono meravigliati per le Sue parole. L'originalità di Gesù consiste nel coniugare insieme la scelta realistica di pagare il tributo all'imperatore di Roma con il principio religioso della fedeltà a Dio, unico Signore. Gesù non disprezza questa dottrina del "tributo" in sé, non è a questa che Egli allude quando parla del " lievito di Erode", bensì alla generale ipocrisia del regnante, ed è di questa che Egli invita i suoi discepoli a stare alla larga. Anzi a dir il vero, in quest'impensabile caso di unione tra Farisei ed Erodiani, i quali cercano di coinvolgerlo nell'intrigo degli schieramenti politici, pro o contro il potere d'occupazione romana, Gesù, rispondendo "date a Cesare quel che è di Cesare", pare approvare questa dottrina, anche se Egli sembra abbastanza indifferente al problema dei doveri verso Cesare, perché quello che veramente gli sta a cuore è il problema dei doveri verso Dio. Tertulliano centocinquanta anni dopo disse: " pagare il tributo non è un atto idolatrico, perché quel che con questo pagamento si dà all'imperatore è il rispetto, non il culto, la moneta, non l'uomo".
Ed ora poniamoci alcune domande: perché gli Erodiani volevano far morire Gesù
? Era un odio, loro personale, politico, oppure erano "ingaggiati" in qualche modo, dai Farisei? Erode Antipa era tetrarca della Galilea e della Perea, quindi Gerusalemme non faceva parte della giurisdizione erodiana, come mai Marco12:13 ci fa vedere Erodiani e Farisei in Gerusalemme, che cercano di cogliere in fallo Gesù? Con le attuali conoscenze, non riusciamo a rispondere esaurientemente a queste, possiamo però dire, che la presenza del Figlio di Dio nel mondo, ha avuto un tale impatto nelle coscienze, che i sentimenti dei cuori sono stati rivelati, e che l'odio e l'amore sono stati portati all'estremo, tanto che Gesù disse: "Chi non è con Me, è contro di Me…". Inoltre di fronte al Re dei Re, molti si sono contraddetti, secondo la profezia di Simeone (Lc2:34), e pur di andare contro Gesù, molti che prima non lo erano, son diventati amici (Lc23:12)! Con questa puntualizzazione tutto può esser stato possibile, anche l'unione tra Farisei ed Erodiani.
Albino Caporaletti

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