Lunedì della VI settimana del Tempo Ordinario





Segni nel segno



Di nuovo lunedì, di nuovo i luoghi di ogni giorno, gli stessi colleghi, i professori e i compagni di scuola. Di nuovo i problemi lasciati in sospeso venerdì, e gli altri che si affacceranno, beffardi, a rapirci il tempo e la pace. E in questa buco nero che si chiama lunedì, una delle poche, forse l'unica difesa che abbiamo è "discutere". Fateci caso, sembra essere l’occupazione principale. Basta accendere il televisore, passare due minuti a una riunione di condominio, entrare in un'aula parlamentare. Ma anche a casa, vero?, e in ufficio, sull'autobus, dal panettiere. Discutiamo su tutto, ma in fondo gli oggetti del contendere sono solo pretesti, perché la "discussione" non è che l'arma con la quale difendiamo noi stessi. Anche quando discuti con tua moglie per i figli, bastano trenta secondi e già non ricordi più il perché, mentre stai vibrando nell'aria accuse e recriminazioni che nulla c'entrano con il bene dei pargoli. Perché quello che ci muove è lo stesso orgoglio dei farisei, che dagli altri e da Dio esige un "segno" che confermi le proprie idee, i criteri, i progetti, i giudizi; tutta roba alla quale restiamo aggrappati perché sono gli ultimi frammenti del nostro io ormai dilaniato dalla menzogna. Quando il demonio riesce ad avvelenarci separandoci da Dio, infatti, ci disintegriamo come investiti da una granata. Smarriamo la nostra identità e nulla ha più senso. Quando "discutiamo", 99 volte su 100 è perché non ci ritroviamo più e vorremmo recuperare noi stessi, la dignità e il valore perduti, nei "segni" di affetto, rispetto, stima e considerazione che esigiamo dagli altri. Come i farisei, ciechi su se stessi ma illusi di non esserlo; credevano di essere pii e di sapere chi fosse Gesù, e per suffragare questa convinzione che li faceva sentire importanti, gli chiedono un "segno dal Cielo", certi che non avrebbe potuto offrirglielo. D'altronde ne avevano avuti tanti, ma per loro valevano zero perché li smascheravano, e questo era insopportabile. Come accade a noi quando gli altri non ci offrono i "segni" che esigiamo. "Questa generazione - la nostra - chiede un segno” perché non ammette d’essere perversa e adultera. Per questo noi, che ne facciamo parte, non desideriamo conoscere Gesù con un cuore contrito per accogliere la sua salvezza; continuiamo invece a difendere stoltamente il nulla che ci fa soffrire. Ma Lui ci ama davvero, rispettando la nostra libertà; così, quando lo avviciniamo per “discutere” con Lui esigendo che trasformi i fatti e le persone in “segni” che diano lustro al nostro ego malato, Gesù ci lascia laddove abbiamo deciso di rimanere, fuori dalla sua barca. Ovvero al di qua della Pasqua, in Egitto, schiavi di un faraone che non ha pietà. Ma attenzione, proprio il rifiuto di viziare il nostro uomo vecchio è “il segno dal Cielo” che Cristo ci offre, perché è l’amore autentico che la carne non conosce. Sulla terra, infatti, siamo abituati a muoverci spinti dalle passioni, tra compromessi e rifiuti sdegnati. Ma Dio non è così, Lui “sospira profondamente” traendo dalle viscere di suo Figlio la compassione che ha per tutti noi: essa si fa carne per giungere alla nostra carne e salvarla! Si fa cioè storia, quella che viviamo dopo ogni “discussione”, e nella quale Gesù entra per incontrarci. Lui stesso è il “segno” che, orgogliosi come siamo, possiamo riconoscere solo nel fallimento. Coraggio allora, perché anche in questa settimana Lui ci attende dove, sfiancati dalle discussioni, ci ritroveremo soli. E no, non ci lascia in Egitto; sale sulla barca senza di noi per aprirci un cammino in mezzo al mare che ci spaventa, alla realtà che cerchiamo di allontanare discutendo. La barca è però immagine della Chiesa attraverso la quale Gesù ci viene a riprendere ogni giorno per farci passare con Lui in mezzo alle difficoltà. Coraggio allora, per vivere autenticamente basta lasciarci amare così come siamo, e accogliere il Santo “sospiro” di Cristo che fa di noi un “segno nel Segno”, per tutti, offrendo loro il perdono "celeste" che dissolve ogni sterile "discussione".




  






L'ANNUNCIO
Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione». E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all'altra sponda. 
 (Dal Vangelo secondo Marco 8,11-13)




Perché continuiamo a chiedere segni? E prove, certezze, evidenze? Per tranquillizzare e suffragare i nostri schemi, le nostre idee. Un segno dal cielo per mettere alla prova il Signore, per vedere se la pensa come noi. Il problema è tutto qui, far coincidere e piegare il pensiero di Dio con il nostro. Strumentalizzare Dio, obbligarlo ad incarnarsi secondo i nostri cammini. Farlo "dimettere da Dio" e ridurlo ad usciere di un nostro personalissimo "ufficio desiderata". Per tutto questo non vi sarà mai alcun segno. Per questo discutere con Gesù non ha alcun senso, è una strada senza uscita. Lui ci lascerà sempre laddove abbiamo deciso di rimanere, fuori dalla sua barca, dalla Chiesa. Mentre Gesù si avvia a percorrere il suo esodo verso l'altra sponda, chi discute con Lui è destinato a restare in Egitto, schiavo di un faraone che non ha pietà. Anche Giobbe discuteva con Dio, e non solo; i termini usati in ebraico si riferiscono tutti alla terminologia giuridica: Giobbe, di fronte alla sua storia senza senso apparente, alle sofferenze inaudite che sembrano ripagare ingiustamente una vita retta e pia, accusa Dio quasi trascinandolo in tribunale. Sembra molto peggio dell'attitudine dei farisei. Eppure Giobbe riceverà il segno non richiesto che schiuderà i suoi occhi e lo indurrà a coprirsi la bocca per non ripetere quanto detto stoltamente, mentre i farisei si ritroveranno soli e impantanati nel loro orgoglio. Giobbe vedrà Dio e comprenderà che non tutto si può comprendere, mentre ai farisei non resterà altro da fare che complottare contro Gesù, per spegnere quella scintilla di Verità che non volevano accettare. Quanto della nostra relazione con Gesù non è che sterile discussione? Quante volte ci ritroviamo soli al di qua della Terra Promessa, della libertà e della pace? Quante volte, dopo estenuanti discussioni, polemiche infarcite di sofismi, parole affastellate in difesa dei nostri criteri, ci ritroviamo a tramare contro Gesù per togliere di mezzo dai nostri giorni la sua Parola di Verità? Discutere sembra essere l'occupazione che si prende la fetta più grande della nostra vita. Al punto di fagocitare i programmi televisivi, segno dell'interesse morboso e catalizzante che essa provoca. Discutere per abbattere l'avversario. Quello che muove i farisei e ciascuno di noi, non è come Giobbe l'anelito insopprimibile alla Verità, il desiderio indomito di vedere Dio. Giobbe non vuole segni, vuole vedere Dio nella propria realtà sofferente. Giobbe non dubita di Dio, ma non può accettare il dolore innocente. I farisei esigono da Gesù un segno, una prova del suo sbandierato DNA divino, sicuri nel loro cuore della sua impossibilità di fornire tali certezze. I farisei avevano già deciso che Gesù non era Dio, non cercavano nulla, non desideravano un senso d'amore per la propria vita, non ne avevano bisogno. Piuttosto, dovevano sbarazzarsi di quell'eretico che rendeva stranamente insicure le loro certezze. Per questo, i farisei del vangelo di oggi sono immagine di ciascuno di noi presi nella rete delle discussioni: in famiglia, tra gli amici, al lavoro, nella Chiesa, con Dio stesso. Le parole, il dialogo che vorremmo tollerante, le riunioni, le liti, non sono che i diversi fronti sui quali ingaggiamo la nostra personale guerra con il mondo intero, con le ingiustizie che crediamo di aver subito, con le incomprensioni, sempre in difesa delle nostre idee, dei pregiudizi, del nostro io che tracima e non accetta che Dio si infili in quanto sembra contestarne addirittura l'esistenza. La verità è che non cerchiamo nulla al di fuori di noi che possa colmare e saziare il nostro cuore conducendolo alla pace; difendiamo il nulla che ci assedia credendolo l'unica possibilità, la verità cui affidare le nostre certezze.

E così, come i farisei, restiamo a riva, e dobbiamo guardare la barca allontanarsi verso la libertà. Anche se giuridicamente ben dentro la Chiesa, ne restiamo inesorabilmente al di fuori. Ma, anche se oggi affermare questo è divenuto sinonimo di intolleranza e fondamentalismo, fuori da quella barca, dalla Chiesa dove è vivo Cristo nella sua Pasqua, non c'è salvezzaRestare lontani da Cristo pur avendolo incontrato è l'inferno, la solitudine più profonda. Fuori della Chiesa è il vero non senso, quello di chi resta al di qua dell'intimità con Cristo e con la sua vittoria, e separato dalla comunione dei santi che aiuta a passare ogni giorno dalle sponde della morte alla riva della vita, al perdono del marito, alla pazienza, alla temperanza, alla castità, alla libertà di offrire la propria vita in un amore che sa di vita eterna. Per questo il Signore non da alcun segno ai farisei, perché il segno lo avevano avuto davanti a loro, consegnato a ciascuno per amore. Lo avevano rifiutato opponendogli le loro sterili e perverse discussioni. Il loro cuore, come il nostro, lo avevano spinto sulla barca e ad allontanarsi in un esodo che non li avrebbe visti protagonisti. In questo Vangelo è illuminata tanta parte della nostra vita, delle nostre relazioni, schiacciate sotto il peso delle discussioni figlie di un cuore indurito. Per questo il rifiuto del segno è il segno di un amore ancora più grande: quella barca che si allontana, la solitudine, il crollo delle certezze, la paura e la tristezza sono i segni del reale da cui imparare a obbedire per ricominciare ad aprirci a Cristo, all'unica salvezza. Gesù rifiuta il segno che la nostra carne vorrebbe per darci quello che salva anima e carne per l'eternità. Una Croce, ecco il segno celato nel rifiuto di segni spettacolari, prove che non servono a nulla, miracoli che non convertirebbero davvero il nostro cuore. La Croce, ovvero il suo amore infinito e reale nel nostro rifiuto, nella nostra perversione. La Croce è Il segno che non ci aspettiamo perché giunge alla realtà senza cambiarla magicamente: è l'amore che l'assume per redimerla. E' già lì, per ciascuno di noi, in qualunque istante. Il suo amore che scende in ogni idea, pensiero, progetto. Il suo amore crocifisso che non violenta e non esige, non obbliga come vorremmo tutti noi, in cerca di segni capaci di cambiare a piacimento la realtà. Siamo tutti farisei e dittatori, incapaci di soffrire. Per questo vorremmo un segno come una camera a gas dove far sparire il dolore e i peccati degli altri... La carne ci tiranneggia e ci fa soffrire a causa dei peccati che in essa commettiamo, e paradossalmente, vorremmo un segno capace di guarire, a modo nostro, proprio ciò a cui siamo sottomessi. La richiesta dei farisei, come la nostra, è frutto della concupiscenza, che si insinua anche nel rapporto con Gesù. Quante preghiere inascoltate sono puri desideri carnali, anche se vestiti di pietà. Lo cerchiamo perché cambi le attitudini e il carattere degli altri, forse anche del nostro, ma è sempre la carne che ci spinge nel mare infido delle illusioni e delle alienazioni: se cambiasse questo sarebbe diverso... Invece il segno che Dio ha preparato per noi è Cristo in noi, perché con Lui possiamo entrare nella storia di ogni giorno senza volerla cambiare. Il segno per noi è Cristo che muore e ci attira nella sua morte, perché non viviamo più per noi stessi ma per Lui e per ogni uomo. La Croce che ci crocifigge nel suo dono raggiunge, purifica e sana i rapporti con mogli e mariti, genitori e figli, colleghi, salute e tutto il resto. La Croce schiude il camino alla vita nella morte. Così si è piegato Dio verso di noi, al punto di entrare nell'orrore dei nostri peccati, e distruggerli, e fare di noi dei santi capaci di vivere allo stesso modo, crocifissi per amore. Ecco il cammino per noi oggi, il segno che ci fa segni, semplicemente, che ci fa amore per ogni uomo.




APPROFONDIMENTI




αποφθεγμα Apoftegma


Obbedienza ai segni del reale, questa è la prima regola morale. 

Charles Peguy

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